Più Jackie meno John, anche al suo funerale

Ho sempre amato Jackie, e non solo per ragioni estetiche. E’ un’icona, è fuori discussione. Ma se lo è, è perché aveva altro oltre lo stile, la classe, etc. Il film Jackie ne è la conferma.

Della Presidenza Kennedy, che durò poco più di due anni, si ha una percezione dilatata. Fece cose ovviamente, ma ad ingantirne la figura contibuì non poco il ruolo svolto dalla moglie. E la scelta che fece, in occasione dei suoi funerali.

Tutto questo è ben narrato nel film, partendo dall’intervista  che Jackie rilasciò al giornalista del Life, una settimana dopo la morte del marito, nella residenza della famiglia Kennedy ad Hyannis Port. Costrinse White a  a venir meno all’etica professionale rivedendone gli appunti. White donò il suo quaderno con le sue note  alla John F. Kennedy Library  e chiese che venisse reso pubblico solo dopo la morte di Jackie.

Considerato che allora la rivista aveva più di 7 milioni di lettori, è evidente che poteva influenzare l’opinione pubblica e avere un ruolo determinante nel creare l’immaginario dei personaggi pubblici.

Nell’intervista Jackie avanza e indietreggia nella vicenda fornendo delle immagini molto scarne, ma non per questo meno efficaci, soprattutto del giorno dell’assassinio. E di Camelot, metafora della Nuova Frontiera così com’era nella visione di John,  romantica e sognante. Tutto ciò  ci consegna l’immagine di una moglie devota e straordinariamente determinata a suscitare ammirazione nei confronti del  marito. Alla fine degli appunti presi da White sarà proprio lei stessa ad aggiungere “nulla sarà mai come Camelot”. Perchè lo fece? non voleva che il ricordo del marito fosse solo affidato agli storici.

Per anni persone vicine allo staff del Presidente giurarono di non averlo mai sentito parlare di Camelot e che per nessura ragione era assimilabile alla Nuova Frontiera ma il mito ormai era stato creato.

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Così come quello di Candle in the Wind, la canzone che fu prima dedicata a Marilyn Monroe e in seguito a Lady Diana con il titolo Goodbye English Rose. La frase Candle in the Wind venne usata per la prima volta in un romanzo arturiano di T.H. White, pubblicato nel 1958. Tema del romanzo è il tentativo di Re Artù di governare senza utilizzare la forza. Nel 1960, l’anno dell’elezione di Kennedy, venne lanciato il musical Camelot che ebbe un notevole successo e la cui colonna sonora rimase in testa alla classifica per 60 settimane dall’inizio della presidenza.

R-487080-1410136415-7703.jpegQuando Kennedy venne assassinato in molti  lo paragonarono alla “candle in the wind” , la luce nell’oscurità delle tenebre. Anni dopo un giornalista utilizzò la stessa metafora per il necrologio di Janis Joplin. Bernie Taupin, l’autore di molti testi insieme ad Elton John, lesse la frase e gli piacque perché simboleggiava la vita interrotta dalla morte in giovane età. Poteva adattarsi a James Dean, a Montgomery Clift e a rendere immortali le persone. Scrisse Candle in the Wind nel 1973, dedicandola a Marilyn Monroe. Venne pubblicata in Inghilterra e si piazzò solo all’11 posto e a causa dello scarso successo venne pubblicata in USA solo tempo dopo.

Fu quella solo una delle tante storie di cui White si occupò, in quanto corrispondente per molte riviste dagli anni ’40 agli anni ’60,  che ebbero un impatto duraturo sulla nazione. Era un uomo con un talento indiscutibile, capace di guadagnarsi la fiducia e la simpatia di molti politici e diplomatici. Prima in Estremo Oriente, poi in Europa e infine ad Washington divenne confidente e consigliere piuttosto che un nemico delle persone che incontrò e di cui scrisse. Benchè non sia stato un giornalista imparziale seppe mantenere segreti e ciò gli garantì l’accesso ad informazioni importanti ed esclusive.

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Come molti dei suoi colleghi scrisse del mondo postbellico così come avrebbe voluto che fosse, piuttosto che com’era, distorcendo la realtà pur mantenendo intatta la brillantezza dell’imparzialità. Camelot era naturalmente un’illusione, ma White scrisse la storia di Kennedy così come la voleva Jackie. “La storia appartiene agli eroi e gli eroi non devono essere dimenticati”.

21077Nella sua autobiografia, scritta 15 anni dopo, riconobbe che la leggenda di Camelot era un travisamento della storia.

Fu a tutti gli effetti quello che oggi definiamo “storyteller”. Nei suoi racconti, l’elezione di un Presidente, divenne qualcosa che aveva a che fare con la drammaturgia, la suspence, il romanzo. Utilizzò tutte le sue competenze e conoscenze del mondo classico per costruire regni che molti altri non seppero esplorare, consegnando all’America un nuovo modo di guardare a se stessa.

Usò la compassione ben oltre il consentito dal protocollo professionale: voleva essere uomo prima ancora che giornalista.

Il suo fu a tutti gli effetti “il giornalismo dell’illusione”. Come fu illusione il funerale del Presidente che fu fatto a immagine di Jackie.

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Palermo ti voglio amare. Anche per i bambini di Borgo Vecchio

Con una bacchetta magica riduce ciò che è grande e conferisce dimensioni gigantesche a ciò che è piccolissimo, modesto.

La frase che ho scelto in apertura del mio post è stata scritta da Franz Hessel  a proposito di un testo di Benjamin dal titolo Strada a senso unico. Il libro, pubblicato in Italia, non tratta di viaggi, o di cammini. Tratta invece di cammini il libro L’arte di andare a passeggio di Franz Hessel, uno dei primi esponenti tedeschi della flanérie francese. Non esiste un equivalente italiano del termine ma in sostanza di tratta di “vagare per le srade delle città traendo emozioni dal paesaggio”. Non quindi la visita turistica con un percorso prestabilito piuttosto un punto di partenza e uno di arrivo in mezzo al quale lasciarsi perdere. E’ questo l’atteggiamento che prediligo e pratico nei mie viaggi o visite di città. Mi attrae soprattutto l’idea di venire in contatto e sperimentare stili di vita diversi, anche i meno attrattivi dal punto di vista turistico: le solitudini dolorose, le forme di esclusione sociale. Anche il mettermi alla prova, entrando e uscendo da quelle che a volte appaiono come paludi urbane.

Mi è accaduto di recente a Palermo dove siamo stati tra il Capodanno e l’Epifania. Prima quindi dell’annuncio di Capitale della Cultura, titolo del tutto meritato se considerato dal punto di vista del patrimonio storico artistico.

Una volta esaurito il “tutto quel che c’è da vedere” e “tutto quello che bisogna fare”, si è scelto di andare a Borgo Vecchio,  passando per Ballarò, attraverso il vecchio quartiere ebraico e non dimenticando di rendere omaggio in Via Carini.

Di Borgo Vecchio ignoravo l’esistenza fino alla messa in onda della  puntata di I dieci comandamenti di Domenico Iannacone, dal titolo Ti voglio amare, dedicata a Palermo. Bellissima. Ho deciso di quindi di parlarvene per allargare lo sguardo su  una parte di città che in fondo è piccolissima ma può dare molto, se si ha voglia di trovare il molto che offre in termini di umanità, ovviamente.

La prima cosa che colpisce a Borgo Vecchio è  il degrado architettonico e urbano, e l’evidente abbandono  da parte delle amministrazioni locali. Si ha l’impressione che esista un confine che non viene reciprocamente varcato.

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Le difficoltà economiche di chi ci vive sono evidenti, forse anche una certa contiguità con la criminalità. Nella piazza centrale giovani uomini stanno radunati in piccoli gruppi, un ragazzino prepara il banco per la vendita dei panini, un signore con un grande barbecue cuoce carne e salciccia: pare si dica “arrusti e mancia”.

Bambini si rincorrono in mezzo a mucchi di bottiglie di birra, forse abbandonate dopo i festeggiamenti di capodanno. Si avvicinano, si sfottono, ci chiedono di fare delle foto. Sono così diversi dai bambini del nord, non hanno diffidenza, sono abituati a vivere in mezzo alla strada, tra gli adulti. E noi non facciamo di certo paura. Chiediamo di accompagnarci al campetto di calcio, quello che  abbiamo visto in TV. Di accompagnarci non ne hanno voglia e al campetto ci  arriviamo da soli. E’ più deprimente di quello che ricordiamo, costretto com’è tra i palazzi degradati: modello “Don Giuseppe”, quello dell’8 x 1000 per intenderci, direbbe mio figlio. Qui il campetto è arrivato grazie al  rapper  Picciotto che ha attivato   un progetto di crowfunding. Picciotto insegna ai bambini ad esprimersi con il rap, nel tentativo di limitare il vuoto provocato dall’alto tasso di dispersione scolastica.

Nel tragitto veniamo avvicinati da personaggi borderline che ci danno il benvenuto. Sono sorridenti, sembrerebbero allegri nonostante tutto. Si dimostrano   interessatissimi alla squadra del cuore di Mr Tower: il Genoa,  battuto al Ferraris 4 a 3. E  anche consolatori, bisogna riconoscerlo.

I muri delle case di quella parte di quartiere sono dipinti con murales realizzati  da vari artisti su disegni dei bambini. Tutto è iniziato con l’artista Ema Jons, che per lo più disegna mostri,   un universo zoomorfo che trae origine dalla sua fantasia, e ora si è creato un vero museo a cielo aperto.

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Tutte queste iniziative fanno parte del progetto Borgo Vecchio Factory, iniziato dalle  organizzazioni Push e Per Esempio Onlus, seguite poi dall’Università di Palermo. Tutto ciò è servito a rendere fiduciosi gli abitanti del quartiere circa le proprie capacità e alla possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita. E’ un sentimento che ha catturato soprattutto gli adulti, nonni e nonne in particolare, che si trovano a crescere i nipoti in assenza dei genitori per lo più incarcerati.

I non carcerati si trovano per lo più agli arresti domiciliari.Non è un caso che   tra gli eventi dell’estate a Borgo Vecchio il più atteso sia il concerto nella piazza centrale dell’artista neomelodico Gianni Vezzosi, da quando  è stato assolto dall’accusa di  essere il mandante dell’aggressione di un amico della ex convivente avvenuta nel 2012 e per la quale il Vezzosi era stato condannato ai domiciliari

Pare che siano molti i fazzoletti bianchi che in quelle sere sventolano dalle finestre delle case di Borgo Vecchio, un po’ come le fiamme degli accendini ai concerti per creare l’armosfera. Tra le sue canzoni, quella più seguita, si intitola appunto Arresti domiciliari.

E’ una canzone piena di sentimento, espresso soprattutto nei confronti dei figli, e della percezione della fatalità come fautrice del destino degli uomini. E’ ovvio che molti dei  testi come i suoi o di altri cantanti neomelodici non possono essere condivisi ma penso che possano aiutare a capire un mondo che in molti disprezzano o vogliono ignorare. Soprattutto chi ha la responsabilità di ridurre il disagio e con la sua assenza lascia che ad occupare spazi vuoti sia un Vezzosi, con le sue sopracciglia disegnate, la sua abbronzatura perenne e il petto depilato. Con il suo sguardo costante su quelle realtà, anche se da un manifesto ormai sbiadito su un muro sbrecciato della piazza.

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Dopo esserci stati leggete Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura, pubblicato da Sellerio.

Vi sarà più facile credere a quello che è narrato nel libro, con grazia e poesia, con crudezza e dolcezza, meraviglia, senza giudizio, per le contraddizioni di una parte di città che con fierezza e miracoli quotidiani affronta l’esclusione. Con speranza, nonostante tutto.

E quando il vetturino nel sospetto di quel silenzio si voltò solo per spezzarlo con la domanda dove volessero scendere, li vide come non li aveva visti nemmeno la loro madre, così abbandonati, così neonati, nonostante i segni dell’adolescenza irrefrenabili come l’autunno, li vide così soli al mondo e li riconobbe nel capriccio di Dio e nella violenza senza rimedio della natura, nel profilo privo di dolcezza, catturati nel sogno senza mistero dei bambini del Borgo Vecchio…

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Le donzelline di Nonna Giuseppina. E le frittelle di casa mia

Il dolce più tipico del Carnevale piemontese è la bugia. Nonna Giuseppina le chiamava donzelline, nome  associato ai dolci di carnevale toscani  assimilato forse durante gli  anni di collegio a Massa Carrara.

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Giuseppina non è mia nonna, lo è stata di un’amica che si chiama come lei e che mi ha messo a disposizione il suo ricettario. Era in voga, tra le ragazze da marito, ricopiare ricette che sarebbero servite, forse un giorno, a farne degli “angeli del focolare”. Nel caso di Giuseppina poi il destino ha voluto che fosse figlia del titolare di un albergo molto in voga ai tempi, parliamo degli ultimi anni dell’1800 sino agli inizi del ‘900, e quindi voglio immaginare che le “sue ricette” fossero quelle che venivano proposte agli ospiti dell’Albergo Universo, ricette tradizionali come deduco dal suo quaderno.

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La “manciata” , “il quanto basta” o “il pizzico”, usati per le dosi,  erano tutt’altro che approssimativi. Erano semmai il linguaggio di donne esperte, di saperi acquisiti nel tempo, di segreti che le mani avevano imparato a padroneggiare, come ben illustrato nel documentario “Mani. Un racconto sul cibo”, di Michele Trentini, con ricerca e soggetto di Gianni Repetto, prodotto dal Parco delle Capanne di Marcarolo, che ha vinto il Premio Come Miglior Documentario al “Food Film Fest”, festival internazionale di cinema e cibo, promosso dall’Associazione Montagna Italia e dalla Camera di Commercio di Bergamo.

Deduco che si tratta di ricetta tratta dall’Artusi perché era solito riferendosi allo spessore prendere a paragone lo scudo, la moneta dell’epoca, dello spessore di 2-3 millimetri.

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A casa mia la cucina più praticata era quella lombarda, la regione di origine di mia madre e a  Carnevale si facevano le frittelle, in dialetto milanese farsòe, termine non molto diverso da quello usato in Piemonte dove  le frittelle si chiamano frisceu. Essendo fritte non le faccio mai perché detesto gli odori che si spandono per la casa,  e privilegio le cotture sane,  anche se sono la sola cosa che amo del Carnevale. Facevano parte dei “cibi delle feste”, spesso vissute in modalità familiare e collettiva, di quella rituralità legata alla cucina e alle tradizioni che abbiamo visto sparire e che da più parti si cerca di recuperare. Sono andata a cercarne la ricetta perché, passando gli anni,  provo  nostalgia per la mia infanzia, per quegli odori e sapori che il tempo fa dimenticare. Mi è capitato in particolare ieri quando mi sono ritrovata, inconsapevole, in mezzo a centinaia di genitori e bambini mascherati che festeggiavano il Carnevale. Mi sono guardata intorno e ho visto tanti volti sorridenti, tanti costumi che sembravano cuciti da mani premurose, forse di giovani mamme o nonne. E ho ripensato ai miei carnevali di bambina, passati per lo più in sordina perché mia madre non poteva lasciare il lavoro per portarci alle feste mascherate. Faceva però le frittelle che riproponeva anche a San Giuseppe, patrono di tutti i frittaioli, come testimoniato da Goethe in visita a Napoli, alla fine del ‘700:

Oggi era anche la festa di San Giuseppe, patrono di tutti i frittaioli… Sulle soglie delle case grandi padelle erano poste sui focolari improvvisati. Un garzone lavorava la pasta, un altro la manipolava e ne faceva ciambelle che gettava nell’olio bollente, un terzo, vicino alla padella, ritraeva con un piccolo spiedo le ciambelle che man mano erano cotte e, con un altro spiedo, le passava a un quarto garzone che le offriva ai passanti

Ora che mio figlio è cresciuto, e come i miei nipoti  vive per lo più fuori casa e ai fritti dei Mc Donald e altro si è abituato, ho deciso che è venuto il momento di proporle. Le farò nel prossimo fine settimana, quando tornano. E pazienza se Carnevale sarà ormai passato e se la casa puzzerà di fritto. Le farò come ho fatto per altri piatti per lasciare a lui e  ai miei nipoti un sapore che ricordi casa.

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Del resto ho scritto proprio la scorsa settimana della conservazione dei ricordi. E tra i miei post, quello più letto, credo sia questo La mia Valtellina e i gnocchetti bianchi della nonna Bis

E non è un caso se finisce nello stesso modo …

Ricetta di Nonna Giuseppina

farina gr. 100, burro quanto una noce, latte quanto basta, un pizzico di sale.

Formatene un intriso né troppo sodo né troppo morbido.

Lavorarlo molto colle mani e tirarne una sfoglia della grossezza di uno scudo.

Tagliatela a piccole forme e friggetela nell’olio e la vedrete gonfiare, rimanendo tenera e delicata al gusto.

Così avrete le donzelline che vanno spolverizzate con zucchero a velo quando non saranno più bollenti.

 

 

 

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Storie cucite: sono libri su misura

Se credete nella conservazione dei ricordi, e che questo avvenga anche grazie alla parola scritta e alle immagini allora Storie cucite fa per voi. E’ una Start Up creata da Luisa Carretti giornalista, Patrizia Frassanito esperta di comunicazione e Barbara Lachi illustratrice.

Realizzano libri su misura, quindi unici, che hanno al centro le esperienze personali rielaborate in modo nuovo e confezionate come un libro d’artista. Alla loro realizzazione contribuisce il committente che oltre a fornire le informazioni viene coinvolto nella redazione del testo, alla scelta delle illustrazioni, sino alla scelta dei materiali e della rilegatura.

Il libro su misura può essere ordinato on line nel sito di Storie cucite

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Le “storie cucite” sono raccontate anche su piatti e mug e sono un regalo originale per un traguardo importante.

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Scrittrici americane di racconti: le mie preferite

E’ il mio articolo uscito nel primo numero del 2017 della rivista Il Colophon, numero monografico dal titolo Per brevità chiamato artista. Scrivo dei racconti che ho amato, che hanno curato il mio cuore. Sono lucidi spesso spietati, sempre ironici. Perchè ci sono mali che non si curano con gli antibiotici, per i quali la ricerca del rimedio è sempre aperta.

Non ci sono cure per la curiosità

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Come ho svuotato la casa dei miei genitori

Capita a tutti, sperabilmente, prima o poi ( lo sperabilmente si riferisce al fatto che è nella natura delle cose che i genitori muoiano dei propri figli). Capita quando dei due genitori non ne rimane nessuno e sparendo portano via con sè una parte di noi, la nostra infanzia.Rimangono pietà e incredulità, ma anche  rabbia e sensi di colpa che spesso non si ha il coraggio di confessare.E case da svuotare, colme di oggetti. Già il verbo svuotare evoca sentimenti negativi e aumenta il senso di perdita che è definitiva, irreversibile. Significa togliere e disperdere i segni stessi della loro vita. Senza pudore, con indiscrezione mettere mano ai cassetti, le lettere, i documenti. Quasi un sacrilegio, una profanazione. Liberare il cuore dalle incomprensioni, dalle liti, dall’aver cercato di piacere a chi non ha più nulla da rimproverare. Entrare in possesso, per legge, di oggetti spesso desiderati e mai ricevuti in dono che a quel punto  non vogliamo più perchè ci parlano di un’assenza. Scoprire cose che ignoravamo anche se fanno parte della nostra storia che è scritta nelle vite dei nostri genitori. Perchè vi parlo di tutto questo? e poi perchè proprio ad inizio d’anno? non era meglio concentrarsi sulla vita piuttosto che sulla morte?

come-ho-svuotato-la-casa-dei-miei-genitoriVe ne parlo perché tutto questo, e molto altro, è racccontato con onestà e semplicità in un librino dal titolo, appunto, Come ho svuotato la casa dei miei genitori, scritto da Lydia Frem, psicanalista e fotografa, pubblicato in Italia da Archinto. Perchè ci insegna a separarci da ciò che è ingombrante, e a farlo con gioia, celebrando così la vittoria della vita sulla morte. Perchè gli oggetti hanno molte vite, se noi scegliamo di essere generosi, se li regaliamo a ragion veduta, perché le case non sono elastiche e loro sono fatti per circolare, anche dopo di noi. Se scegliamo di non affidare lo “svuotamento” agli svuota-soffitte che l’Autrice definisce abili predatori nelle cui mani vecchi telefoni, dischi in vinile, guide turistiche ormai quasi storiche, componibili bassi, piatti dal design scandinavo, pouf rotondi, gioielli, abiti peace and love venuti dall’India, magnetofoni, bicchieri da vodka e da whisky, fornellini da campeggio, borsoni da spiaggia, cinturini da orologio senza orologio, tutte le epoche che si mescolano nelle case e nelle soffitte, diventano fonte di reddito, rivenduti a peso d’oro ad acquirenti postmoderni.

Regalare con slancio, far incontrare le cose e le persone, dare per ricevere, trasformare l’eredità in molteplici doni: non solo oggetti ma insieme a loro sicurezza, fiducia. Lasciare che siano ad altri ad andare via carichi, per sentirsi leggeri. Perchè c’è un tempo per tutto , uno per la sofferenza e uno per la gioia.

Di oggetti, famiglia e altro di simile ho già scritto qui

Cianfrusaglie in eredità

Di mercatini e oggetti e sogni: le cianfrusaglie della vita

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Tornano i “rever”oni nelle giacche da uomo. Tornerà anche Lapo?

Come si vestirà l’uomo nell’inverno 2017/2018? l’uomo formale intendo…

Pare, stando a Pitti, che la giacca si allungherà, i rever saranno a lancia grande,  come simbolo sartoriale per contrasto con quello piccolo modaiolo. Si consoliderà la presenza di piccoli dettagli come l’ormai “immancabile” bouttonier, un fiore all’occhiello interpretato da piccole spille in varie forme. Meno trendy più dandy perciò. Perchè, pare, che nella moda come nella vita, ci sia voglia di sobrietà chic.

Fin qui le previsioni. E forse i sogni perchè nella realtà le famiglie mantengono contenuta la spesa per vestiario e calzature. Riflesso delle vendite ridotte è il saldo negativo tra aperture e chiusure di negozi di vestiario e calzature. Quindi la sobrietà parrebbe forzata, più che desiderata…

Che poi dove sarà la novità? nella monda corsi e ricorsi esistono da sempre. Avete presente i motivi floreali, il dolcevitaIl tailleur , il maculato .

E comunque meglio i ritorni piuttosto che certe novità: qualcuno si ricorda il menaissance ?

Di tutti i ritorni, in tema di reveroni, quello che auspico più di tutti è  quello di Lapo , che riguardo al futuro così si  espresse

Il futuro è comodo, piccolo. Non grande e burino

Più sobrio e chic di così…

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Appunti sul mio futuro

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“Il futuro non esiste, il futuro va creato”. Lo diceva Zygmunt Bauman,  il filosofo della società liquida, per intenderci. Quindi dimenticatevi il caso, la fortuna. E la sua società è talmente liquida che,  sostiene anche,  il caos, e quindi il caso, sembrano governare il nostro mondo. Nel senso che tutte le certezze appaiono crollare. O sono già crollate.   Anche se “chi ha perso si consola con la speranza di vincere la prossima volta, mentre la gioia del vincitore è offuscata dal presentimento della perdita. Per entrambi, la libertà significa che nulla è stabilito in modo permanente e che la ruota della fortuna può ancora girare”.

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E allora? come affrontare il nuovo anno? Io eternamente in bilico tra “ragione e sentimento”  tengo a portata di mano il suo “L’arte della vita”. E butto un occhio su “La fortuna”, tarocco di Lele Luzzati. Soprattutto come antidepressivo, nei momenti bui che sono certa verranno. In questo nuovo anno che ancora deve venire e che già si sa, nel bene e nel male…passerà!

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Neve. Una magnifica ossessione

stacks-image-2b52a68-888x1200Non lo confesso mai apertamente se mi trovo a tu per tu. Ma qui lo posso fare. Comprerò perciò Snow di Marcus Sedwick, pubblicato dalla piccola casa editrice inglese Little Toller che edita libri sulla natura e il paesaggio.. Un libro di ricordi legati alla neve, dedicato all’analisi del dualismo che la neve esprime perchè rende le cose uguali alle altre e diverse da se stesse, alla perfezione dei signoli fiocchi di neve, ognuno dei quali cade in modo diverso. Neve come purezza, come sogno, come spaesamento, ma anche illuminazione perché ci induce al raccoglimento, come stimolo all’immaginazione perché ci prospetta pagine bianche. Capace di  ridisegnare il paesaggio, in una prospettiva di lunga data anche la terra stessa.

Dopo aver viaggiato in molti paesi nordici, Marcus ha finito per stabilirsi con la moglie  in Alta Savoia. E solo qui ha capito cosa significhi vivere in luoghi dove la neve stabilisce i ritmi e i confini della vita. E il rapporto con la neve, che è personale e universale allo stesso tempo. Riflettendo sulle nevicate della sua infanzia, finisce per ragionare sui cambiamenti climatici e col chiedersi se la neve rimarrà solo un ricordo.

Cosa che ovviamente non vorrei…

 

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Cartoline di Natale racapriccianti

La moda delle cartoline di Natale fu introdotta nel Regno Unito nel 1843 da Henry Cole, un funzionario del Servizio Postale che cercava un modo per diffonderne l’uso tra la gente comune. Insieme all’amico disegntore John Horsley ideò la prima cartolina che venne stampata in 1000 esemplari. Raffigurava ai lati persone che si prendono cura dei poveri e al centro una famiglia che consumava un abbondante pranzo di Natale. Fu molto criticata perché ritraeva un bambino a cui veniva dato da bere del vino.

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L’uso di spedire cartoline fu favorito dalla diminuzione del costo dei francobolli dovuta alla costruzione di nuove linee feroviarie e alla riduzione nei tempi di consegna. Questa abitudine fu esportata in tutta Europa e divenne popolare soprattutto in Germania.

Le prime cartoline rappresentavano la Natività poi divenne molto comune l’immagine del pettirosso (robin in inglese) e dei paessaggi imbiancati di neve. I postini erano soprannominati Pettirossi per via delle loro divise rosse e le scene invernali erano molto popolari perchè ricordavano il terribile inverno del 1836.

Dall’Europa si diffusero negli USA soprattutto grazie a Luis Prang, uno stampatore di origini tedesche, che iniziò la produzione in serie favorendone la diminuzione del costo. Le sue prime cartoline riproducevano piante, fiori e bambini.

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Nel 1915  John C. Hall, insieme a due dei suoi fratelli, fondarono la Hallmark Cards che esiste ancora.

Ora che vi ho raccontato tutto questo dimenticate le cartoline idilliache raffiguranti gnomi, bambini felici, meravigliosi alberi e Babbi Natale. Riuscite ad immaginarne di racapriccianti? o meglio, vi verrebbe mai in mente di crearne o spedirne alcune? neppure al nostro peggior nemico….

Eppure in epoca Vittoriana le “creepy postcards” erano molto comuni. Se volete un appellativo meno crudele chiamatele surreali. Raffigurano bambini bolliti, uomini di neve che si stanno sciogliendo, radici o vegetali che camminano, crimini, bambini terrorizzati inseguiti da calabroni, un uomo sbranato da un orso polare.

victorianxmas12I Vittoriani avevano un’idea diversa del Natale – non propriamente cristiana. Era semplicemente un periodo in cui essere di buon umore. Dal nostro punto di vista, a volerle vedere positivamente si potrebbero considerare un mezzo per fare critica sociale. Ma ci sono così tante occasione per farlo, praticamente ogni giorno perciò…

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