Storia della nostra scomparsa. Le “comfort women” raccontate da Jing-Jing Lee

Era iniziato tutto con la sua nascita, col nome che le avevano dato. Poi con l’educazione che aveva avuto. E infine, dopo la guerra e l’orrore di quegli anni che avrebbero dovuto essere i migliori della sua vita, le parole di sua madre e la vergogna che si era imposta da sola – oltre a quella impostale dalla famiglia e dal mondo – l’avevano condannata al silenzio, relegandola nell’ombra per il resto dei suoi giorni.

Quando i Giapponesi occuparono Singapore durante la Seconda guerra mondiale, migliaia di coreane, cinesi e filippine furono ridotte a schiave sessuali. Una vicenda rimossa, oggi raccontata nel romanzo di Jing-Jing Lee Storia della nostra scomparsa.

Un romanzo scomodo, doloroso, scritto nonostante tutto con grazia: per scriverlo l’autrice – anche lei nata e cresciuta a Singapore – ha dovuto scavare nella propria storia familiare e riportare alla luce la memoria tormentata di un’intera generazione di donne destinate all’oblio.

Wang Di, protagonista di questo intenso ed evocativo romanzoè nata da una famiglia tradizionale cinese e considerata fin dal primo giorno non come una persona a sé stante, con una propria identità, ma come un significante di altre, migliori cose a venire. Il suo nome in cinese significa letteralmente “non vedo l’ora di avere un fratello minore”.

Quando i giapponesi occupano Singapore nel 1942, la diciassettenne Wang Di viene portata via dalla sua famiglia, ribattezzata Fujiko e imprigionata in un bungalow bianco e nero con altre ragazze. Lì, sono costrette a prestare servizio sessuale ai soldati giapponesi ogni giorno.

Nel 2000, Wang Di ha 75 anni. Suo marito, che lei chiamava il Vecchio a causa della loro differenza di età di 18 anni, è appena morto. Ha dovuto lasciare l’appartamento che divideva con lui da 40 anni e trasferirsi in una nuova tenuta, dove i vicini la ostracizzano perché raccoglie cartone per vivere. Wang Di ha faticato a raccontare al marito quello che le è successo nella casa in bianco e nero, così come ha faticato ad ascoltare la storia di quello che gli è successo durante la guerra. Ora, piena di rimpianti per non aver raccontato queste storie, cerca di conoscere il passato di suo marito.

La persona con le risposte potrebbe essere Kevin, un dodicenne occhialuto che viene maltrattato a scuola e i cui genitori sono troppo occupati a sbarcare il lunario. La nonna gli ha fatto una confessione confusa sul letto di morte. Armato del suo vecchio registratore e di una limitata conoscenza del cinese, egli si mette a districare un mistero vecchio di decenni su un bambino perduto e su un orribile crimine di guerra.

Per chi sopravvive, il ritorno alla società è un altro inferno. Wang Di racconta la storia di una ragazza che si è fatta strada verso casa, solo per far sì che i suoi genitori “proclamassero di non averla mai vista, di non averla mai conosciuta o di non aver pronunciato il suo nome in vita loro”.

Il tema delle “donne di conforto” è ancora oggi molto scottante: la Corea del Sud continua a spingere per il riconoscimento e la restituzione dei sopravvissuti, mentre il Giappone sostiene di essersi scusato a sufficienza.

Nel documentario Because we were beautiful il regista Frank van Osch ha raccolto testimonianze di alcune delle comfort women ancora in vita e nel sito del fotografo

Jan Banning sono visibili foto e brevi biografie di alcune di loro.

Il fenomeno delle “comfort station” ebbe fine un anno dopo il termine della seconda guerra mondiale, nel 1946. Le donne che riuscirono ad uscirne vive, si stima circa il 25% sul totale delle internate, portarono con sé il trauma e lo sdegno per il resto della propria esistenza. Le stime più caute conteggiano in 50.000 le Comfort Woman, mentre altre parlano di un totale di 300 o anche 400.000 donne internate.

Nel 2007 il Primo Ministro Shinzo Abe ha dichiarato che non esistono prove certe della violenza esercitata per 15 anni sulle donne dall’esercito nipponico. Le 36 comfort women ancora in vita, supportate da associazioni antiviolenza, lottano per difendere la memoria e sensibilizzare l’opinione pubblica .

Nel 2016 è uscito il film Spirits’ Homecoming, che ripercorre le vicende di alcune vittime ed è stato ispirato al regista dal dipinto Burning Virgins di Kang Il-Chul. Stando alle testimonianze delle sopravissute le ragazze malate venivano portate a forni crematori dove venivano bruciate dopo essere state uccise.

Le “comfort women” sono supportate da molte associazioni di denuncia delle violazioni dei diritti umani. Le loro azioni hanno portato ad inasprimenti dei rapporti tra il Giappone e il Sud Corea. In particolare il posizionamento della Sanyeosang davanti all’ambasciata giapponese.

Quella che era una storia di scomparsa e di un silenzio è ora anche una storia di memoria.

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