Letteratura per l’infanzia. Esiste? e se sì, quali libri letti da bambini ci hanno influenzato?

Ecco il tema del nuovo numero de Il Colophon

Tranne che per le fiabe illustrate di molta produzione attuale io la penso più o meno così

C’è chi scrive libri per bambini e chi scrive libri sui libri scritti per bambini ma non penso assolutamente che venga fatto per i bambini. Penso che tutti quelli che si preoccupano tanto dei bambini in realtà si stiano preoccupando di se stessi, di tener insieme il proprio mondo e indurre i bambini ad aiutarli in questo compito, indurre i bambini a convenire che si tratta davvero di un mondo. A ogni nuova generazione di bambini bisogna dire: “Questo è un mondo, questo è quello che si fa, è cosi che si vive”. Forse la nostra paura costante è che arrivi una generazione di bambini a dire: “Questo non è un mondo, questo non è niente, e non c’è nessun modo di vivere”.

Diario della tartaruga, Russell Hoban

Nel mio articolo  Davvero basta un poco di zucchero? racconto i miei preferiti, come e perché.

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La cura che commuove. Lui e lei siamo un po’ noi.

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Mi ci sono riconosciuta in questo piccolo librino pubblicato da Keller. Ci ho riconosciuto anche il mio lui. Anche alternati e non del tutto ma abbastanza, tanto da sorriderne. In alcuni di quei luoghi ci ho passato l’infanzia: se mi dici Maloja mi vengono in mente le estati a Chiavenna, i gnocchetti di mia nonna, le cioccolate da Hanselmann. Ci sono tornata qualche estate fa ma il Maloja non è più lo stesso, non esiste più il belvedere così come lo ricordavo, la baitina dei souvenir  e l’albergo mi è sembrato abbandonato. Del resto nemmeno io sono più la  stessa.

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Con mia sorella al Passo del Maloja. Anno 1965. Io sono quella con gli occhiali bianchi 🙂

L’autore, Arno Camenisch, è un giovane  del Canton Grigioni. Mooolto carino,  poeta e drammaturgo, ha uno stile molto personale che deriva dal racconto orale. I suoi libri sono tradotti in 18 lingue.

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La Cura è un libro spiritoso e commovente, in cui i protagonisti, una coppia di anziani da poco in pensione di cui non si conoscono i nomi, vivono, con un approccio molto diverso, un soggiorno in un Hotel dell’Engadina, vinto con un concorso proprio in occasione del 31 anniversario di matrimonio. Lui brontolone, tendente al pessimismo, profondamente insicuro. Lei gioiosa, sicura di sè, ancora sognante, nonostante l’età. I loro caratteri si manifestano da subito. A lei questo viaggio apre il cuore, lui lo percepisce come l’ultimo.

Avessimo vinto il secondo premio, dice lui, ha visto che cesto di roba da mangiare che era?

Il dottore ha detto che qualche giorno all’aria fresca ti farà bene, dice lei, e poi la sera andiamo a ballare.

La storia è spesso comica, ma è comicità sottile, che serve ad introdurre un argomento di grande profondità: la capacità di vivere insieme la diversità, l’accettazione dei limiti dell’altro.

Il racconto si sviluppa in 47 scene, in cui la coppia ragiona su vita, amore e morte. E sulla morte insiste parecchie volte.

La vita è un ripostiglio, dice lui, una baraonda, l’ordine arriva solo alla fine.

La vita è un giardino fiorito, dice lei.

Anche davanti alla poesia di un cielo stellato lui non demorde dal suo pragmatismo e desidera solo tornare a casa

Una stella cadente, dice lei, make a wish.

Risparmiamoci l’ultima notte, dice lui, tanto sappiamo com’è.

Potrei andare avanti a riportare frasi che meritano di essere citate, ma sono tante e il libro va letto. Se siete  come noi, una coppia intorno ai sessanta,  consapevole che il tempo che rimane è inferiore a quello vissuto, decisa ad ignorare i tic dell’uno e le manie dell’altra. Disposta a riderne piuttosto che a stigmatizzare. Ma anche se siete giovani perché c’è sempre qualcosa che va imparato, soprattutto se si crede nell’amore e si vuole che duri. E il segreto, sorprendetemente, spesso è il non non rinunciare ad essere se stessi.

Nel libro vengono citati anche i maluns, un piatto tipico dei Grigioni di cui ignoravo l’esistenza e di cui ho trovato la ricetta nel blog di Audrey’s74 . Ho scelto di condividere la sua perché a lei, come a me i gnocchetti , i maluns ricordano casa.

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Come il viaggio in funivia dei protagonisti del libro mi ricorda mio padre che detestava camminare in montagna ed era terrorizzato dal vuoto.

Chiudi gli occhi e pensa qualcosa di bello, dice lei.

Lui sospira, precipitiamo di sicuro, madre mia.

E dalle mucche

Queste sono vacche da combattimento. Io mi fingo morto.

E fumava.

Ma stai fumando, dice lei.

Se è tutto vano si può anche fumare.

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50 sfumature di fastidi. I miei…

I Fastidi di Cinzia Robbiano: elenco, cosciente e ragionato.

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Il libraio di Belfast. Intervista ad Alessandra Celesia

E’ uscito il nuovo numero de Il Colphon questa volta dedicato all’Irlanda. Avevo pensato di parlare delle autrici irlandesi, anche della cucina irlandese che compare in molti romanzi. Poi ho ripensato al Libraio di Belfast, di cui avevo già scritto qui ed ho pensato che avrei potuto riscriverne, meglio e di più. Ho comprato il DVD e me ne sono definitivamente innamorata. Ho cercato Alessandra Celesia, la regista, con la quale è stata subito sintonia e il racconto delle nostre chiacchere, fatte per telefono, è diventata la mia intervista. Leggetela ma leggete anche gli altri articoli, mi raccomando. I miei “colleghi” sono tipi in gamba…

Ora aspetto di andare a Belfast e soprattutto di incontrare Robert, l’altro grande sognatore oltre a Tom. Sogno soprattutto di portarlo qui, in Italia…anche solo per una breve vacanza. Siamo, dice lui, gente speciale: mettiamo poesia in tutto ciò che facciamo. E io non voglio deluderlo.

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Spaghetti in scatola sulla pizza: una ricetta mostruosa…

Così l’ha definita il Guardian : mostruosa. E’ la ricetta della pizza fatta in casa e condivisa su Facebook  dal Primo Ministro NeoZelandese Bill English. Risultato? una nazione divisa tra innocentisti e chi sostiene che non voterebbe mai un politico che “bastardizzi” la cucina italiana. Qualcuno infatti gli chiede “perchè pubblicizza questa spazzatura? offrite questo agli ospiti internazionali o è solo per le masse?”.

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Secondo alcuni è stato un modo per distogliere l’attenzione problemi gravi che affliggono il Paese: tra questi l’inchiesta che gli Inglesi dovrebbero avviare sui crimini di guerra commessi da soldati Neo Zelandesi in Afghanistan nel 2010.

Altri invece hanno apprezzato lo sforzo fatto dal politico di cucinare per la sua famiglia composta da 8 persone. E la nostalgia per un piatto che risale all’infanzia di Bill, nato e cresciuto nella piccola comunità agricola di Dipton, nel sud dell’isola.

Di una cosa eravamo sicuri. Che sulla pizza tutti si trovano d’accordo, anche nel dire che la pizza, qualunque sia la pizza, unisce le persone. Da oggi anche nel disgusto.

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Jane Austen avvelenata? sì, dall’arsenico. E dai pregiudizi

L’ipotesi è stata suggerita da Sandra Tuppen , studiosa della British Library. In molti non le danno credito. Pare che all’epoca l’arsenico fosse presente in molti oggetti o materiali: carte da parati, terreno, vino fatto in casa, vestiti con pigmente verde, creme per il viso. E che molti ne facessero uso per sentirsi più vitali, migliorare il proprio tono.

Si sono recentemente studiati gli occhiali che i suoi discendenti hanno donato alla British e gli esami hanno abbondantemene dimostrato che le lenti  sono via via sempre più forti. Se ne è concluso che potrebbe aver sviluppato la cataratta che è provocata anche da abuso di arsenico. Ci si sarebbe orientati verso l’ipotesi di avvelenamento perché la stessa Austen fa riferimento ad un problema della pelle collegato all’uso del mortale veleno.

Jane Austen Apparirà in primavera sulle monete da 2 sterline e in autunno  sulla nuova  banconota da 10, per ricordare i 200 anni della sua scomparsa, avvenuta a 41 anni.

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Le cause della morte non furono mai chiarite, si fecero però molte supposizioni. Questa ipotesi pare piaccia molto ai suoi detrattori, che la reputano noiosa, fronzolosa a e sorpassata. Pare anche fosse brutta. Come ha fatto notare Paula Byrne, professoressa di Oxford e autrice della biografia The Real Jane Austen, che si  è indignata per il ritocco dell’immagine sulla banconota, che la trasforma in donna docile, obbediente, inoffensiva, nonpensante. Il che ha un suo perché considerato che la Austen è stata scelta a Darwin per sopperire alla carenza di figure femminile sulle banconote.

Per Frances Wilson, critica letteraria, la scelta parrebbe sarcasticamente azzeccata invece. Ha affermato infatti

ogni volta che apriremo il portafogli e vedremo i suoi occhioni viscidi penseremo ai soldi che erano la sua ossessione. Come il conto delle calorie per Bridget Jones. Perchè ogni volta che un suo personaggio incontra un uomo lo trasforma in denaro e ne calcola il consumo quotidiano.

Sulla banconota compare una citazione tratta da Orgoglio e Pregiudizio

Non c’è nulla di più divertente che leggere

che la Wilson giudica curiosa. perchè sostiene tirare in ballo la lettura quando è evidente che il tema  è soprattutto il denaro?  Non sarebbe stata più indicata

una ricca entrata è la migliore ricetta per la felicità

espressa in Mansfield Park?

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Sono un quarto di donna che cerca di essere felice

L’ho penso ogni giorno, lo penso soprattutto da quando ho una mia famiglia, un figlio. Un’età in cui incominci a fare bilanci e il tempo che ti rimane è meno di quello che hai vissuto. Ciononostante non avrei mai voluto essere uomo. Sin da piccola sapevo che avrei voluto essere moglie e madre. Sognavo una casa in campagna, tra piccole teste su una tazza di latte la mattina presto. Sognavo anche un marito che non ho mai avuto. Quello che ho avuto non è stato il massimo, forse il minimo. Salvo il quarto di lui che mi ha dato un figlio, e se lo faccio credo di farlo soprattutto per il figlio.

Sono stata e sono quarti di donna, che faticando si mettono insieme per farne una. Che vorrebbe tornare indietro e recuperare il tempo perduto.  Non stipato in giornate convulse ma goduto. Che arrivata a questo punto dell’esistenza sogna l’isolamento.  Lotto con me stessa per essere serena, nonostante tutto, per non cedere alla stanchezza, alla malinconia,   e nel contempo  coltivare desideri, e ideali.

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Sono un quarto di donna, lo siamo in tante, chi più chi meno. Il nostro stato è ben descritto in questo libro che invito a leggere.

L’Autrice, Giuliana Ferri, nata nel ’23 e morta nel ’75, fu giornalista e responsabile della propaganda a Botteghe Oscure. Fu pubblicato da Einaudi nel ’76 e ora da Elliot Editore.

Del suo mondo, che amava, disse che era cosi frettoloso che certe volte le scappava dalle mani.

E’ quello che capita anche a me.

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Più Jackie meno John, anche al suo funerale

Ho sempre amato Jackie, e non solo per ragioni estetiche. E’ un’icona, è fuori discussione. Ma se lo è, è perché aveva altro oltre lo stile, la classe, etc. Il film Jackie ne è la conferma.

Della Presidenza Kennedy, che durò poco più di due anni, si ha una percezione dilatata. Fece cose ovviamente, ma ad ingantirne la figura contibuì non poco il ruolo svolto dalla moglie. E la scelta che fece, in occasione dei suoi funerali.

Tutto questo è ben narrato nel film, partendo dall’intervista  che Jackie rilasciò al giornalista del Life, una settimana dopo la morte del marito, nella residenza della famiglia Kennedy ad Hyannis Port. Costrinse White a  a venir meno all’etica professionale rivedendone gli appunti. White donò il suo quaderno con le sue note  alla John F. Kennedy Library  e chiese che venisse reso pubblico solo dopo la morte di Jackie.

Considerato che allora la rivista aveva più di 7 milioni di lettori, è evidente che poteva influenzare l’opinione pubblica e avere un ruolo determinante nel creare l’immaginario dei personaggi pubblici.

Nell’intervista Jackie avanza e indietreggia nella vicenda fornendo delle immagini molto scarne, ma non per questo meno efficaci, soprattutto del giorno dell’assassinio. E di Camelot, metafora della Nuova Frontiera così com’era nella visione di John,  romantica e sognante. Tutto ciò  ci consegna l’immagine di una moglie devota e straordinariamente determinata a suscitare ammirazione nei confronti del  marito. Alla fine degli appunti presi da White sarà proprio lei stessa ad aggiungere “nulla sarà mai come Camelot”. Perchè lo fece? non voleva che il ricordo del marito fosse solo affidato agli storici.

Per anni persone vicine allo staff del Presidente giurarono di non averlo mai sentito parlare di Camelot e che per nessura ragione era assimilabile alla Nuova Frontiera ma il mito ormai era stato creato.

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Così come quello di Candle in the Wind, la canzone che fu prima dedicata a Marilyn Monroe e in seguito a Lady Diana con il titolo Goodbye English Rose. La frase Candle in the Wind venne usata per la prima volta in un romanzo arturiano di T.H. White, pubblicato nel 1958. Tema del romanzo è il tentativo di Re Artù di governare senza utilizzare la forza. Nel 1960, l’anno dell’elezione di Kennedy, venne lanciato il musical Camelot che ebbe un notevole successo e la cui colonna sonora rimase in testa alla classifica per 60 settimane dall’inizio della presidenza.

R-487080-1410136415-7703.jpegQuando Kennedy venne assassinato in molti  lo paragonarono alla “candle in the wind” , la luce nell’oscurità delle tenebre. Anni dopo un giornalista utilizzò la stessa metafora per il necrologio di Janis Joplin. Bernie Taupin, l’autore di molti testi insieme ad Elton John, lesse la frase e gli piacque perché simboleggiava la vita interrotta dalla morte in giovane età. Poteva adattarsi a James Dean, a Montgomery Clift e a rendere immortali le persone. Scrisse Candle in the Wind nel 1973, dedicandola a Marilyn Monroe. Venne pubblicata in Inghilterra e si piazzò solo all’11 posto e a causa dello scarso successo venne pubblicata in USA solo tempo dopo.

Fu quella solo una delle tante storie di cui White si occupò, in quanto corrispondente per molte riviste dagli anni ’40 agli anni ’60,  che ebbero un impatto duraturo sulla nazione. Era un uomo con un talento indiscutibile, capace di guadagnarsi la fiducia e la simpatia di molti politici e diplomatici. Prima in Estremo Oriente, poi in Europa e infine ad Washington divenne confidente e consigliere piuttosto che un nemico delle persone che incontrò e di cui scrisse. Benchè non sia stato un giornalista imparziale seppe mantenere segreti e ciò gli garantì l’accesso ad informazioni importanti ed esclusive.

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Come molti dei suoi colleghi scrisse del mondo postbellico così come avrebbe voluto che fosse, piuttosto che com’era, distorcendo la realtà pur mantenendo intatta la brillantezza dell’imparzialità. Camelot era naturalmente un’illusione, ma White scrisse la storia di Kennedy così come la voleva Jackie. “La storia appartiene agli eroi e gli eroi non devono essere dimenticati”.

21077Nella sua autobiografia, scritta 15 anni dopo, riconobbe che la leggenda di Camelot era un travisamento della storia.

Fu a tutti gli effetti quello che oggi definiamo “storyteller”. Nei suoi racconti, l’elezione di un Presidente, divenne qualcosa che aveva a che fare con la drammaturgia, la suspence, il romanzo. Utilizzò tutte le sue competenze e conoscenze del mondo classico per costruire regni che molti altri non seppero esplorare, consegnando all’America un nuovo modo di guardare a se stessa.

Usò la compassione ben oltre il consentito dal protocollo professionale: voleva essere uomo prima ancora che giornalista.

Il suo fu a tutti gli effetti “il giornalismo dell’illusione”. Come fu illusione il funerale del Presidente che fu fatto a immagine di Jackie.

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Cliccando qui  trovate altri miei post su Jackie

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Palermo ti voglio amare. Anche per i bambini di Borgo Vecchio

Con una bacchetta magica riduce ciò che è grande e conferisce dimensioni gigantesche a ciò che è piccolissimo, modesto.

La frase che ho scelto in apertura del mio post è stata scritta da Franz Hessel  a proposito di un testo di Benjamin dal titolo Strada a senso unico. Il libro, pubblicato in Italia, non tratta di viaggi, o di cammini. Trattano invece di cammini i libri Franz Hessel, uno dei primi esponenti tedeschi della flanérie francese. Non esiste un equivalente italiano del termine ma in sostanza di tratta di “vagare per le srade delle città traendo emozioni dal paesaggio”. Non quindi la visita turistica con un percorso prestabilito piuttosto un punto di partenza e uno di arrivo in mezzo al quale lasciarsi perdere. E’ questo l’atteggiamento che prediligo e pratico nei mie viaggi o visite di città. Mi attrae soprattutto l’idea di venire in contatto e sperimentare stili di vita diversi, anche i meno attrattivi dal punto di vista turistico: le solitudini dolorose, le forme di esclusione sociale. Anche il mettermi alla prova, entrando e uscendo da quelle che a volte appaiono come paludi urbane.

Mi è accaduto di recente a Palermo dove siamo stati tra il Capodanno e l’Epifania. Prima quindi dell’annuncio di Capitale della Cultura, titolo del tutto meritato se considerato dal punto di vista del patrimonio storico artistico.

Una volta esaurito il “tutto quel che c’è da vedere” e “tutto quello che bisogna fare”, si è scelto di andare a Borgo Vecchio,  passando per Ballarò, attraverso il vecchio quartiere ebraico e non dimenticando di rendere omaggio in Via Carini.

Di Borgo Vecchio ignoravo l’esistenza fino alla messa in onda della  puntata di I dieci comandamenti di Domenico Iannacone, dal titolo Ti voglio amare, dedicata a Palermo. Bellissima. Ho deciso di quindi di parlarvene per allargare lo sguardo su  una parte di città che in fondo è piccolissima ma può dare molto, se si ha voglia di trovare il molto che offre in termini di umanità, ovviamente.

La prima cosa che colpisce a Borgo Vecchio è  il degrado architettonico e urbano, e l’evidente abbandono  da parte delle amministrazioni locali. Si ha l’impressione che esista un confine che non viene reciprocamente varcato.

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Le difficoltà economiche di chi ci vive sono evidenti, forse anche una certa contiguità con la criminalità. Nella piazza centrale giovani uomini stanno radunati in piccoli gruppi, un ragazzino prepara il banco per la vendita dei panini, un signore con un grande barbecue cuoce carne e salciccia: pare si dica “arrusti e mancia”.

Bambini si rincorrono in mezzo a mucchi di bottiglie di birra, forse abbandonate dopo i festeggiamenti di capodanno. Si avvicinano, si sfottono, ci chiedono di fare delle foto. Sono così diversi dai bambini del nord, non hanno diffidenza, sono abituati a vivere in mezzo alla strada, tra gli adulti. E noi non facciamo di certo paura. Chiediamo di accompagnarci al campetto di calcio, quello che  abbiamo visto in TV. Di accompagnarci non ne hanno voglia e al campetto ci  arriviamo da soli. E’ più deprimente di quello che ricordiamo, costretto com’è tra i palazzi degradati: modello “Don Giuseppe”, quello dell’8 x 1000 per intenderci, direbbe mio figlio. Qui il campetto è arrivato grazie al  rapper  Picciotto che ha attivato   un progetto di crowfunding. Picciotto insegna ai bambini ad esprimersi con il rap, nel tentativo di limitare il vuoto provocato dall’alto tasso di dispersione scolastica.

Nel tragitto veniamo avvicinati da personaggi borderline che ci danno il benvenuto. Sono sorridenti, sembrerebbero allegri nonostante tutto. Si dimostrano   interessatissimi alla squadra del cuore di Mr Tower: il Genoa,  battuto al Ferraris 4 a 3. E  anche consolatori, bisogna riconoscerlo.

I muri delle case di quella parte di quartiere sono dipinti con murales realizzati  da vari artisti su disegni dei bambini. Tutto è iniziato con l’artista Ema Jons, che per lo più disegna mostri,   un universo zoomorfo che trae origine dalla sua fantasia, e ora si è creato un vero museo a cielo aperto.

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Tutte queste iniziative fanno parte del progetto Borgo Vecchio Factory, iniziato dalle  organizzazioni Push e Per Esempio Onlus, seguite poi dall’Università di Palermo. Tutto ciò è servito a rendere fiduciosi gli abitanti del quartiere circa le proprie capacità e alla possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita. E’ un sentimento che ha catturato soprattutto gli adulti, nonni e nonne in particolare, che si trovano a crescere i nipoti in assenza dei genitori per lo più incarcerati.

I non carcerati si trovano per lo più agli arresti domiciliari.Non è un caso che   tra gli eventi dell’estate a Borgo Vecchio il più atteso sia il concerto nella piazza centrale dell’artista neomelodico Gianni Vezzosi, da quando  è stato assolto dall’accusa di  essere il mandante dell’aggressione di un amico della ex convivente avvenuta nel 2012 e per la quale il Vezzosi era stato condannato ai domiciliari

Pare che siano molti i fazzoletti bianchi che in quelle sere sventolano dalle finestre delle case di Borgo Vecchio, un po’ come le fiamme degli accendini ai concerti per creare l’armosfera. Tra le sue canzoni, quella più seguita, si intitola appunto Arresti domiciliari.

E’ una canzone piena di sentimento, espresso soprattutto nei confronti dei figli, e della percezione della fatalità come fautrice del destino degli uomini. E’ ovvio che molti dei  testi come i suoi o di altri cantanti neomelodici non possono essere condivisi ma penso che possano aiutare a capire un mondo che in molti disprezzano o vogliono ignorare. Soprattutto chi ha la responsabilità di ridurre il disagio e con la sua assenza lascia che ad occupare spazi vuoti sia un Vezzosi, con le sue sopracciglia disegnate, la sua abbronzatura perenne e il petto depilato. Con il suo sguardo costante su quelle realtà, anche se da un manifesto ormai sbiadito su un muro sbrecciato della piazza.

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Le donzelline di Nonna Giuseppina. E le frittelle di casa mia

Il dolce più tipico del Carnevale piemontese è la bugia. Nonna Giuseppina le chiamava donzelline, nome  associato ai dolci di carnevale toscani  assimilato forse durante gli  anni di collegio a Massa Carrara.

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Giuseppina non è mia nonna, lo è stata di un’amica che si chiama come lei e che mi ha messo a disposizione il suo ricettario. Era in voga, tra le ragazze da marito, ricopiare ricette che sarebbero servite, forse un giorno, a farne degli “angeli del focolare”. Nel caso di Giuseppina poi il destino ha voluto che fosse figlia del titolare di un albergo molto in voga ai tempi, parliamo degli ultimi anni dell’1800 sino agli inizi del ‘900, e quindi voglio immaginare che le “sue ricette” fossero quelle che venivano proposte agli ospiti dell’Albergo Universo, ricette tradizionali come deduco dal suo quaderno.

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La “manciata” , “il quanto basta” o “il pizzico”, usati per le dosi,  erano tutt’altro che approssimativi. Erano semmai il linguaggio di donne esperte, di saperi acquisiti nel tempo, di segreti che le mani avevano imparato a padroneggiare, come ben illustrato nel documentario “Mani. Un racconto sul cibo”, di Michele Trentini, con ricerca e soggetto di Gianni Repetto, prodotto dal Parco delle Capanne di Marcarolo, che ha vinto il Premio Come Miglior Documentario al “Food Film Fest”, festival internazionale di cinema e cibo, promosso dall’Associazione Montagna Italia e dalla Camera di Commercio di Bergamo.

Deduco che si tratta di ricetta tratta dall’Artusi perché era solito riferendosi allo spessore prendere a paragone lo scudo, la moneta dell’epoca, dello spessore di 2-3 millimetri.

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A casa mia la cucina più praticata era quella lombarda, la regione di origine di mia madre e a  Carnevale si facevano le frittelle, in dialetto milanese farsòe, termine non molto diverso da quello usato in Piemonte dove  le frittelle si chiamano frisceu. Essendo fritte non le faccio mai perché detesto gli odori che si spandono per la casa,  e privilegio le cotture sane,  anche se sono la sola cosa che amo del Carnevale. Facevano parte dei “cibi delle feste”, spesso vissute in modalità familiare e collettiva, di quella rituralità legata alla cucina e alle tradizioni che abbiamo visto sparire e che da più parti si cerca di recuperare. Sono andata a cercarne la ricetta perché, passando gli anni,  provo  nostalgia per la mia infanzia, per quegli odori e sapori che il tempo fa dimenticare. Mi è capitato in particolare ieri quando mi sono ritrovata, inconsapevole, in mezzo a centinaia di genitori e bambini mascherati che festeggiavano il Carnevale. Mi sono guardata intorno e ho visto tanti volti sorridenti, tanti costumi che sembravano cuciti da mani premurose, forse di giovani mamme o nonne. E ho ripensato ai miei carnevali di bambina, passati per lo più in sordina perché mia madre non poteva lasciare il lavoro per portarci alle feste mascherate. Faceva però le frittelle che riproponeva anche a San Giuseppe, patrono di tutti i frittaioli, come testimoniato da Goethe in visita a Napoli, alla fine del ‘700:

Oggi era anche la festa di San Giuseppe, patrono di tutti i frittaioli… Sulle soglie delle case grandi padelle erano poste sui focolari improvvisati. Un garzone lavorava la pasta, un altro la manipolava e ne faceva ciambelle che gettava nell’olio bollente, un terzo, vicino alla padella, ritraeva con un piccolo spiedo le ciambelle che man mano erano cotte e, con un altro spiedo, le passava a un quarto garzone che le offriva ai passanti

Ora che mio figlio è cresciuto, e come i miei nipoti  vive per lo più fuori casa e ai fritti dei Mc Donald e altro si è abituato, ho deciso che è venuto il momento di proporle. Le farò nel prossimo fine settimana, quando tornano. E pazienza se Carnevale sarà ormai passato e se la casa puzzerà di fritto. Le farò come ho fatto per altri piatti per lasciare a lui e  ai miei nipoti un sapore che ricordi casa.

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Del resto ho scritto proprio la scorsa settimana della conservazione dei ricordi. E tra i miei post, quello più letto, credo sia questo La mia Valtellina e i gnocchetti bianchi della nonna Bis

E non è un caso se finisce nello stesso modo …

Ricetta di Nonna Giuseppina

farina gr. 100, burro quanto una noce, latte quanto basta, un pizzico di sale.

Formatene un intriso né troppo sodo né troppo morbido.

Lavorarlo molto colle mani e tirarne una sfoglia della grossezza di uno scudo.

Tagliatela a piccole forme e friggetela nell’olio e la vedrete gonfiare, rimanendo tenera e delicata al gusto.

Così avrete le donzelline che vanno spolverizzate con zucchero a velo quando non saranno più bollenti.

 

 

 

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