San Francesco? Sì, ma di Lula

Si festeggia il 4 ottobre e anche il 1 maggio. Il Santo è sempre lui, San Francesco, simbolo universale di pace, ma a Lula, Sardegna, viene festeggiato in  versione protettore dei  “banditi” precisamente nella Chiesa campestre a 2 km dal paese a Lui dedicata. . La leggenda dice che il Santuario fu costruito da un bandito che stanco della sua vita da latitante chiese aiuto al Santo quando decise di costituirsi e venne graziato per delitti che non aveva commesso. Vero o falso? E’ leggenda. Ma è vero che da allora, dal 1700, gli organizzatori della festa vengono scelti tra i presunti discendenti del bandito.

La chiesa si presenta, nelle forme attuali, come il risultato delle ristrutturazioni e degli ampliamenti effettuati nel 1795 sulle strutture originarie risalenti, forse, al XVI secolo. All’interno è custodita una statua lignea di San Francesco, di scuola napoletana del ‘600, mentre le “cumbessìas”, cioè i piccoli edifici costruiti per ospitare i novenanti e i pellegrini, sono in buona parte moderne.

I pellegrini partono a piedi da Nuoro nel cuore della notte e arrivano al mattino al Santuario. Sono 33 km di tragitto: non pochi, anche se percorsi in macchina. Perchè ciò che aumenta la distanza è, soprattutto nell’ultimo tratto, la percezione di stare percorrendo un cammino solitario, silenzioso, interrotto soltanto dall’avvistamento di qualche capra o altro animale che sembra guardarti perplesso o sospettoso.

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Ai fedeli presenti durante la novena, vengono offerti “su filindeu” (minestra cotta nel brodo di pecora e condita con formaggio) e “su zurrette” (sanguinaccio). Si svolgono, inoltre, vari riti quali “sa bertula” (cioè “la bisaccia”, si tratta di un voto in cui si offre uno scambio con il Santo, in una tasca della bisaccia si pone il bambino malato, nell’altra si mettono le offerte, raccolte di casa in casa con la questua) e “sa pesada” (cioè “la pesata”, pesando il bambino malato lo si riscatta offrendo al Santo un egual peso di carne d’agnello o di vitello).

La festa, mirabilmente descritta da Grazia Deledda nel romanzo Elias Portolu, non ha subito modifiche nel corso degli anni ed ancora oggi centinaia di pellegrini percorrono a piedi il tragitto fra il santuario ed i rispettivi paesi d’origine.

Noi lo abbiamo percorso in auto, in estate, e  durante il tragitto qualche domanda ce la siamo fatta.

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Evitando naturalmente di insistere con gli abitanti di Lula, peraltro gentilissimi e ospitali, sul perché dei  cartelli segnaletici crivellati di colpi:  rispondono,  schernendosi, che c’è molto da sfatare. Perché in Barbagia, a seconda della prospettiva da cui si guarda, i banditi si trasformano in balentes.

Sa balentìa è la virtù che consente all’uomo barbaricino, al pastore barbaricino, di resistere alla propria condizione, di restare uomo, soggetto, in un mondo implacabile e senza speranza nel quale esistere è resistere: resistere a un destino sempre avverso nell’unico modo in cui ciò può essere fatto salvando se non altro la propria dignità umana. (Antonio Pigliaru su “Viaggio in Sardegna” di Michela Murgia).

Balentes  sono dunque quelli che incontri e con cui  parli, perché del resto ti colpisce l’assenza e degli assenti per educazione ovviamente non si parla.

Della Barbagia e dei Balentes ho già parlato qui:

https://eyesmindandhearthaboveall.wordpress.com/2013/08/02/sa-meri-de-omu/

https://eyesmindandhearthaboveall.wordpress.com/2014/08/04/sardegna-1959-lafrica-in-casa-di-carlo-bavagnoli/

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Gucci places. Chatsworth, la mia preferita

Cercavo un pretesto per parlare di Chatsworth, una delle “stately homes” più grandi, più ricche, più tutto del Regno Unito (Derbyshire). E il pretesto mi è stato fornito dalla Home stessa che questa mattina mi ha annunciato di essere entrata a far parte del circuito dei Gucci Places, luoghi speciali e di straordinaria bellezza che hanno una visione culturale comune al mondo del famoso brand e che conservano storie affascinanti.

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Perchè proprio a me? Ovviamente non solo a me, ma a tutti quelli che nel corso dell’anno hanno visitato la mostra House Style tenutasi a Chatsworth, curata da Hamish Bowles di Vogue International e sponsorizzata da Gucci, come parte di una collaborazione che ha avuto come set fotografico della sua collezione proprio i giardini di Chatworts, creati da Capability Brown, architetto del paesaggio e uno dei maggiori realizzatori di giardini detti all’inglese. E quello progettato per i Duchi del Devonshire, vi posso giurare, è un sogno.

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Ci sono stata l’aprile scorso dopo aver letto un intrigante articolo su Vogue proprio mentre cercavo di mettere insieme un itinerario insolito e interessante per le vacanze di primavera. E quello che ho visto vi assicuro è andato ben oltre le aspettative. La mostra è la più grande tra quelle che si sono tenute a Chatsworth, ha richiesto 6 anni di ricerche e si sviluppa su 30 delle quasi 200 stanze che compongono la “home”.

Il biglietto lo abbiamo comprato on line e comprendeva la visita alla mostra , la visita guidata del giardino (immenso) e il tradizionale afternoon tea nel ristorante ricavato nelle stalle servito con porcellane di Wedgewood.

Sono stati messi in mostra centinaia di oggetti che hanno avuto a che fare con l’abbigliamento e più in generale la storia dei membri della famiglia, per lo più donne, assolutamente uniche e originali, eccentriche come sanno essere solo gli inglesi. Tra tutte spicca decisamente Lady Georgiana Spencer, protagonista del bellissimo film La Duchessa  interpretato da Vera Knightley.

Lady Georgiana  fu nota non solo per il matrimonio con il Duca di Devonshire, ma anche per  la sua bellezza e il suo stile, le sue campagne politiche.

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“Cynthia”, da La Regina delle Fate , poema epico di Edmund Spencer. Ritratto di Lady Georgiana eseguito da Maria Hadfield Cosway

Lady Georgiana è peraltro antenata di Lady Diana, diretta discendente del fratello di Georgiana George, nata nel 1757 come lei nella tenuta di Althorp e con un destino beffardamente piuttosto comune. Erano entrambe timide adolescenti quando sposarono  uomini più vecchi e potenti. Entrambe sono diventate icone di moda: la Duchessa posò per artisti quali Gainsborough e Reynolds, così come Diana posò per Mario Testino secoli più tardi.

 

Come Diana, trovò consolazione nell’amore del pubblico quando fu evidente che il matrimonio con il 5° Duca di Devonshire era ben lontano da darle la felicità. Subì lei stessa l’umiliazione di un menage a trois e fu affetta da disturbi alimentari, dipendenza da alcool, gioco d’azzardo e droghe. Ebbe diversi amanti, uno su tutti il 2° conte di Grey ( antenato della Contessa di York Sarah Ferguson) da cui ebbe una bambina. Ma mentre il marito collezionava amanti e figli al di fuori del matrimonio lei fu costretta a rinunciare alla figlia che venne affidata alla famiglia Grey. Riusci comunque a rifarsi una reputazione prima dei quarant’anni, mentre la morte impedì a Diana di rifarsi una vita.

Stella Tennant, nata nel 1970, spesso apparsa su Vogue, è forse la più famosa tra le attuali donne della famiglia. Era ancora una studentessa quando venne selezionata da Isabella Blow, icona di stile e scopritrice di modelle e stilisti,  per una serie di scatti di giovani donne realizzati da Steven Meisel. Il suo ritratto è ancora tra i più pagati : 80 mila sterline.

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Stella Tennant fotografata da Steven Meisel

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Stella ha sfilato per  tutti i maggiori stilisti. E’ stata testimonial di Chanel, ed è tra le modelle che hanno partecipato alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici a Londra nel 2012 sfilando con gli abiti ideati dai maggiori stilisti inglesi per quell’occasione. E’ attivista di Global Cool per il rispario energetico ed è protagonista di un video della campagna “Turn Up The Style, Turn Down The Heat campaign”.

 

Nella mostra è esposta una felpa realizzata da Anna Sui nel 1996 raffigurante Stella e l’abito realizzato da Dior e che lei indossa nell’immagine di copertina del catalogo della mostra fotografata da Mario Testino.

Nel 2014 è stata una dei 200 firmatari della lettera in cui si invitano i lettori a non votare per l’indipendenza della Scozia di apparsa sul Guardian.

Stella è soprattutto nipote di Andrew Cavendish, 11esimo Duca del Devonshire, uomo politico conservatore e poi socialdemocratico,  membro dell’Ordine della Giarrettiera,

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Stella dell’Ordine della Giarrettiera

che ebbe il merito di aprire la dimora al pubblico, e di Deborah Mitford, sorella della più celebre scrittrice Nancy Mitford i cui libri sono pubblicati in Italia da Adelphi e da Giunti, ma di gran lunga la mia preferita.

Debo, così la chiamano i suoi ammiratori, fu l’ultima delle sorelle Mitford e come le sorelle non ebbe un’istruzione regolare. Crebbe credendo di essere la meno talentuosa della famiglia: Nancy era la più sofisticata, Pam la più avventurosa, Diana la più bella, Decca la più divertente e Unity la  più eterea. Seppe mantenere un understatement molto british monostante sia  stata la forza trainante della rigenerazione di Chatsworth che vanta quasi un milione di visitatori l’anno. E’ stata una tenace raccoglitrice di fondi per lo sviluppo della campagna inglese, autrice  di tredici libri, madre di tre figli (3 morirono) e  nonna di molti nipoti, così come filantropa nel campo dell’arte e della cutlura per la conservazione di imponenti tesori artistici e delle tradizioni del suo paese.

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Incontrò re, regine, imperatori e principesse, capi di stato, ambasciatori, collezionisti d’arte e molti altri personaggi illustri. Kathleen Kennedy, la sorella minore di John F. Kennedy, sposò William, fratello di suo marito, nel maggio del 1944. William morì 4 mesi dopo mentre era in servizio durante la WW2 e Kate 4 anni dopo, precipitando sulle Alpi mentre era in volo verso Cannes. Di lei scrisse che era impossibile non amarla e credere che fosse morta. Così come fu impossibile credere alla morte del fratello John. Debo e il marito furono tra i pochissimi invitati dal Principe Philip a volare sull’areo messo a disposizione per partecipare ai funerali del Presidente Kennedy. Una decina di persone in tutto, un gruppo piuttosto curioso, lo definì Debo nel suo diario: la vista delle unghie sporche di Harold Wilson, esponente del Labour Party, le impedì di cenare. Del dolore dei Kennedy scriverà: sono perfetti quando le cose vanno bene ma non sono organizzati per le tragedie. Eppure….

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Kathleen e William il giorno del matrimonio

Incontrò Hitler, che gli fu presentato dalla sorella Unity, ma non ne rimase impressionata, anzi. Disse che «Solo quando sei in una stanza con Churchill  capisci che cos’è il carisma». Fu invitata dalla Regina Elisabetta alla sua incoronazione e la sola autorizzata ad indossare un abito con le spalle scoperte perché fu lo stesso che una sua antenata indossò all’incoronazione di George V, suo padre.

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Nonostante indossasse spesso abiti elegantissimi e preziosissimi prediligeva lo stile country e comprava gran parte del suo abbigliamento alle fiere di campagna. Era una ammiratrice di Elvis Presley e ha collezionato molti memorabilia. Commissionò a  Stubbs & Wootton un paio di slippers con l’immagine di Elvis.

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Sin da bambina ha allevato galline, lo faceva per guadagnarsi qualche soldo vendendone le uova. Ne ha introdotto in gran numero nel pollaio di Chtasworth per rifornire di uova il negozio della Farm. “Occuparsi di loro – diceva –  in fondo è una piccola occupazione. Amano l’attenzione, bisogna tenere fresca la loro acqua. Apprezzano la varietà nella loro dieta. Sono annoiate dal mangime, odiano il melone e le carote. Sono felici se devono saltare per raggiungere un cavolo che è stato appeso“.

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Tra gli oggetti esposti si trova anche la “borsa gallina” che le è stata donata dalla nipote Constancia e da Peggy Guinness.

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Ebbe rapporti molto ravvicinati e sinceri  anche con governanti, cuochi, sconosciuti che non mancò di menzionare nei suoi libri. Uno su tutti All in One Basket che sto leggendo nell’edizione di John Murray che raccoglie due best seller di Debo: Home to Roost e Counting my Chickens, con un’introduzione di Alan Bennet, altra gloria nazionale, che cita i libri della sorella Nancy in La sovrana lettrice.

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Il ritratto che ne fa Bennet è quanto di più intrigante si possa leggere su di una persona, che fu evidentemente fuori dal comune, compresa l’ammissione di detestare la lettura. Come intriganti devono essere le lettere che scambiò le sorelle Letters Between Six Sisters e  con Patrick Leigh Fermor, i cui libri sono tradotti in italiano da Adelphi che ho letto, e che sono state pubblicate da Hodder & Stoughton

In mostra c’è naturalmente molto altro. Gioielli, sketch books, pizzi, abiti da lutto, da matrimonio, foto, lettere. Anche un paio di Converse del marito Andrew e i maglioni blu con ricamate le sue citazioni tra le quali spicca “Never marry a Mitford“.

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Pare tra l’altro fosse alcolizzato e infedele. Ma Debo, aristocraticamente, si limitava a commentare: «Andrew non è mai noioso».

Di Chatwsorth, e House Style, potrei parlare ancora per pagine. Non riuscirei comunque a dire e mostrarvi tutto, anche delle collezioni d’arte che arredano le sale, dei prati stupendi che la circondano, delle pecore e dei loro piccoli che pascolano liberamente in primavera.

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E’ stata anche la casa di Mr Darcy nella trasposizione cinematografica di Orgoglio e Pregiudizio del 2005.

Vi inviterei però a considerarla come una meta possibile. Ne vale assolutamente la pena. La mostra chiude il 22 ottobre p.v. avete ancora un mese per meravigliarvi, come è capitato a me, e per avere la conferma che moda non vuol dire necessariamente frivolezza.

Certo, a questi livelli non è da tutti, ma ciascuno di noi, credo, non lasciandosi assimilare, può fare la differenza. E’ quello che ha fatto Debo, sino all’ultimo giorno della sua vita.

Deborah, the Dowager Duchess of Devonshire

Accompagnata da centinaia di persone lungo i viali della sua tenuta, dal futuro Re d’Inghilterra e dalla moglie, suoi grandi amici (fu anche molto affezionata a Diana), ha sfilato in una semplice e molto campagnola bara di vimini. All in One Basket, come piaceva a lei.

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Slissie, il vaporizzatore che aiuta a dimagrire.

E’ un derivato della sigaretta elettronica praticamente. Serve per inalare gusti diversi, per l’esattezza nove tra cui pane alla banana, zenzero e caffè al caramello, ed impedire di cedere alle tentazioni, alle voglie che sono spesso in relazione con le emozioni. O con le abitudini, ad esempio di qualcosa di dolce alla fine della cena.

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Il principio su cui agisce è praticamente quello di assaporare il gusto di ciò che si desidera anziché ingerirlo. Promette di aiutare il dimagrimento in 21 giorni perché pare che sia il numero di giorni necessario per perdere una cattiva abitudine.

Viene venduto in una confezione che contiene una batteria, un caricatore e una ricarica alla menta. Il costo? varia da 24,99  a 64,99 sterline inglesi. Funziona? Qualcuno dice di sì.

Domanda? Nel caso non si tratti di abitudine, ma di necessità di consolazione, come ci si può consolare in alternativa?

Sperabilmente non come la protagonista di Confessioni di una vittima delle shopping di qui ho scritto qui Il riordino, lo shopping e l’infelicità

 

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Buondì Motta, Buondì mio

Ho visto lo spot del Buondì Motta solo dopo aver capito che aveva scatenato una polemica. L’ho cercato sul Web e mi sono domandata perché? perché tutto questo parlarne?

A me è piaciuto, l’ho trovato geniale anche se non del tutto originale. Qualcosa di simile si era visto con Virgorsol Fresh Air.

Credo sia quello che pensava mio figlio quando  mi ostinavo a dargli merende sane, soprattutto da portare a scuola, dove era tutto un fiorir di Fiesta, Ferrero Rocher, Ovetti Kinder e so on…le sue le chiamava “merende Garrone” citando Cuore.

Il Buondì Motta è stata la mia prima merenda industriale. Il mio preferito quello ricoperto di cioccolato.

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Più dello spot onestamente mi sembra dovrebbe preoccuparci l’ansia del politically correct, e la perdita dell’ironia, della capacità di sorridere per cose del tutto insignificanti che sta divorando il nostro Paese. La figura genitoriale è messa in crisi da situazioni concrete e realistiche, spesso proprio dai genitori stessi troppo preoccuapti di assomigliare ai propri figli. O di condividerne interessi spazi vitali e molto altro per riempire vuoti educativi. O incapaci di accettare che viene un momento in cui è sano mettersi da parte e lasciare spazio. A un Buondì meteorite ad esempio, fosse anche solo nel pensiero.

 

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L’ovest ma non solo

La domanda era: hai un Ovest? come ho scritto nell’ultimo mio saggio per Il Colophon, non ho un Ovest, o almeno non solo. Ho un Ovest, un Est, un Nord o le cose insieme. Non ho un Sud però. Quando parto lo faccio partendo da me per ritornare a me. Itinerari circolari, insomma. Per questo mi sono sentita adatta per parlare di Strade Blu di William Least Moon. Cosa ne penso è scritto qui Le Strade Blu: dove tutto sembra stia per finire (o per ricominciare)

E mi è rimasto un dubbio…vuoi vedere che Bob Dylan…?

 

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Letteratura per l’infanzia. Esiste? e se sì, quali libri letti da bambini ci hanno influenzato?

Ecco il tema del nuovo numero de Il Colophon

Tranne che per le fiabe illustrate di molta produzione attuale io la penso più o meno così

C’è chi scrive libri per bambini e chi scrive libri sui libri scritti per bambini ma non penso assolutamente che venga fatto per i bambini. Penso che tutti quelli che si preoccupano tanto dei bambini in realtà si stiano preoccupando di se stessi, di tener insieme il proprio mondo e indurre i bambini ad aiutarli in questo compito, indurre i bambini a convenire che si tratta davvero di un mondo. A ogni nuova generazione di bambini bisogna dire: “Questo è un mondo, questo è quello che si fa, è cosi che si vive”. Forse la nostra paura costante è che arrivi una generazione di bambini a dire: “Questo non è un mondo, questo non è niente, e non c’è nessun modo di vivere”.

Diario della tartaruga, Russell Hoban

Nel mio articolo  Davvero basta un poco di zucchero? racconto i miei preferiti, come e perché.

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La cura che commuove. Lui e lei siamo un po’ noi.

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Mi ci sono riconosciuta in questo piccolo librino pubblicato da Keller. Ci ho riconosciuto anche il mio lui. Anche alternati e non del tutto ma abbastanza, tanto da sorriderne. In alcuni di quei luoghi ci ho passato l’infanzia: se mi dici Maloja mi vengono in mente le estati a Chiavenna, i gnocchetti di mia nonna, le cioccolate da Hanselmann. Ci sono tornata qualche estate fa ma il Maloja non è più lo stesso, non esiste più il belvedere così come lo ricordavo, la baitina dei souvenir  e l’albergo mi è sembrato abbandonato. Del resto nemmeno io sono più la  stessa.

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Con mia sorella al Passo del Maloja. Anno 1965. Io sono quella con gli occhiali bianchi 🙂

L’autore, Arno Camenisch, è un giovane  del Canton Grigioni. Mooolto carino,  poeta e drammaturgo, ha uno stile molto personale che deriva dal racconto orale. I suoi libri sono tradotti in 18 lingue.

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La Cura è un libro spiritoso e commovente, in cui i protagonisti, una coppia di anziani da poco in pensione di cui non si conoscono i nomi, vivono, con un approccio molto diverso, un soggiorno in un Hotel dell’Engadina, vinto con un concorso proprio in occasione del 31 anniversario di matrimonio. Lui brontolone, tendente al pessimismo, profondamente insicuro. Lei gioiosa, sicura di sè, ancora sognante, nonostante l’età. I loro caratteri si manifestano da subito. A lei questo viaggio apre il cuore, lui lo percepisce come l’ultimo.

Avessimo vinto il secondo premio, dice lui, ha visto che cesto di roba da mangiare che era?

Il dottore ha detto che qualche giorno all’aria fresca ti farà bene, dice lei, e poi la sera andiamo a ballare.

La storia è spesso comica, ma è comicità sottile, che serve ad introdurre un argomento di grande profondità: la capacità di vivere insieme la diversità, l’accettazione dei limiti dell’altro.

Il racconto si sviluppa in 47 scene, in cui la coppia ragiona su vita, amore e morte. E sulla morte insiste parecchie volte.

La vita è un ripostiglio, dice lui, una baraonda, l’ordine arriva solo alla fine.

La vita è un giardino fiorito, dice lei.

Anche davanti alla poesia di un cielo stellato lui non demorde dal suo pragmatismo e desidera solo tornare a casa

Una stella cadente, dice lei, make a wish.

Risparmiamoci l’ultima notte, dice lui, tanto sappiamo com’è.

Potrei andare avanti a riportare frasi che meritano di essere citate, ma sono tante e il libro va letto. Se siete  come noi, una coppia intorno ai sessanta,  consapevole che il tempo che rimane è inferiore a quello vissuto, decisa ad ignorare i tic dell’uno e le manie dell’altra. Disposta a riderne piuttosto che a stigmatizzare. Ma anche se siete giovani perché c’è sempre qualcosa che va imparato, soprattutto se si crede nell’amore e si vuole che duri. E il segreto, sorprendetemente, spesso è il non non rinunciare ad essere se stessi.

Nel libro vengono citati anche i maluns, un piatto tipico dei Grigioni di cui ignoravo l’esistenza e di cui ho trovato la ricetta nel blog di Audrey’s74 . Ho scelto di condividere la sua perché a lei, come a me i gnocchetti , i maluns ricordano casa.

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Come il viaggio in funivia dei protagonisti del libro mi ricorda mio padre che detestava camminare in montagna ed era terrorizzato dal vuoto.

Chiudi gli occhi e pensa qualcosa di bello, dice lei.

Lui sospira, precipitiamo di sicuro, madre mia.

E dalle mucche

Queste sono vacche da combattimento. Io mi fingo morto.

E fumava.

Ma stai fumando, dice lei.

Se è tutto vano si può anche fumare.

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50 sfumature di fastidi. I miei…

I Fastidi di Cinzia Robbiano: elenco, cosciente e ragionato.

via I fastidi di Cinzia —

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Il libraio di Belfast. Intervista ad Alessandra Celesia

E’ uscito il nuovo numero de Il Colphon questa volta dedicato all’Irlanda. Avevo pensato di parlare delle autrici irlandesi, anche della cucina irlandese che compare in molti romanzi. Poi ho ripensato al Libraio di Belfast, di cui avevo già scritto qui ed ho pensato che avrei potuto riscriverne, meglio e di più. Ho comprato il DVD e me ne sono definitivamente innamorata. Ho cercato Alessandra Celesia, la regista, con la quale è stata subito sintonia e il racconto delle nostre chiacchere, fatte per telefono, è diventata la mia intervista. Leggetela ma leggete anche gli altri articoli, mi raccomando. I miei “colleghi” sono tipi in gamba…

Ora aspetto di andare a Belfast e soprattutto di incontrare Robert, l’altro grande sognatore oltre a Tom. Sogno soprattutto di portarlo qui, in Italia…anche solo per una breve vacanza. Siamo, dice lui, gente speciale: mettiamo poesia in tutto ciò che facciamo. E io non voglio deluderlo.

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Spaghetti in scatola sulla pizza: una ricetta mostruosa…

Così l’ha definita il Guardian : mostruosa. E’ la ricetta della pizza fatta in casa e condivisa su Facebook  dal Primo Ministro NeoZelandese Bill English. Risultato? una nazione divisa tra innocentisti e chi sostiene che non voterebbe mai un politico che “bastardizzi” la cucina italiana. Qualcuno infatti gli chiede “perchè pubblicizza questa spazzatura? offrite questo agli ospiti internazionali o è solo per le masse?”.

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Secondo alcuni è stato un modo per distogliere l’attenzione problemi gravi che affliggono il Paese: tra questi l’inchiesta che gli Inglesi dovrebbero avviare sui crimini di guerra commessi da soldati Neo Zelandesi in Afghanistan nel 2010.

Altri invece hanno apprezzato lo sforzo fatto dal politico di cucinare per la sua famiglia composta da 8 persone. E la nostalgia per un piatto che risale all’infanzia di Bill, nato e cresciuto nella piccola comunità agricola di Dipton, nel sud dell’isola.

Di una cosa eravamo sicuri. Che sulla pizza tutti si trovano d’accordo, anche nel dire che la pizza, qualunque sia la pizza, unisce le persone. Da oggi anche nel disgusto.

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