Il cigno meccanico d’argento e altre meraviglie…

Alle undici i ballerini vennero convocati per la cena da un cigno d’argento. L’automa era stato costruito da un orologiaio e gioielliere di Parigi, ansioso di mostrare un talento così incredibile da collocarsi sul confine tra meccanica e magia. Un valletto si infilò un cappello di broccato d’argento in tinta e girò la manopola: al che un cigno a grandezza naturale prese vita. Le migliaia di piume d’argento si arruffarono , il collo robusto si distese e la testa si girò…Tintinnò un accordo e nell’acqua a specchio il cigno scatto verso un minuscolo pesciolino. Lo inghiottì e rimase immobile. La musica andò scemando e si spense…

Cit. I Goldbaum, Natasha Solomons

E’ impossibile rimanere impassibili difronte a tanta meraviglia. Ed e’ facile credere che si tratti di un espediente letterario. Invece…

Il Cigno d’Argento è un automa del XVIII Secolo, conservato al museo Bowes interno al Castello Barnard, in Inghilterra. Fu acquistato dal fondatore del museo, John Bowes, da un gioielliere parigino nel 1872. Il cigno è a grandezza naturale e viene azionato da un dispositivo ad orologeria che fa muovere l’automa e aziona un carillon. L’animale meccanico si trova in un torrente realizzato con canne in vetro e circondato da foglie d’argento, insieme ad alcuni pesci e rane, sempre in argento, che nuotano nella corrente. Quando viene azionato, le bacchette elicoidali di vetro ruotano, dando l’illusione che l’acqua scorra realmente sotto gli animali. Il cigno gira la testa da un lato all’altro e poi la abbassa, addentando un piccolo pesciolino d’argento. La testa del cigno torna poi in posizione verticale e la performance, della durata di 32 secondi, termina.

John e Joséphine Bowes erano appassionati collezionisti. Videro per la prima volta il cigno all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1867, dove il gioielliere Harry Emanuel lo espose.

Anche lo scrittore americano Mark Twain vide il Cigno d’Argento alla mostra di Parigi nel 1867 e lo descrisse nel suo libro The Innocents Abroad:

Guardai il Cigno d’Argento, che aveva una viva grazia nei movimenti e una vivida intelligenza nei propri occhi, lo guardai nuotare con indifferenza come fosse nato in una palude, invece che in una gioielleria. Lo guardai cogliere un pesce d’Argento da sotto l’acqua, rialzare la testa e compiere quegli elaborati movimenti fatti dai cigni per inghiottire i pesci…

Joséphine, il cui padre era un orologiaio, sembra aver avuto una predilezione per gli automi. Mentre il Cigno d’Argento è il più noto, ci sono un certo numero di altri tra cui giocattoli meccanici, carillon e orologi con movimenti di automi al Bowes Museum. Alcuni esempi includono un orologio leone dell’inizio del XVII secolo realizzato in Germania, con gli occhi girevoli, e un topo in oro meccanico, circa 1810, probabilmente svizzero.

A volte per i ricevimenti più sontuosi venivano liberati nel salone centinaia di cardellini che frullavano e svolazzano sopra le teste degli invitati…

Non ho trovato evidenze storiche che confermino l’uso dei cardellini durante le feste, erano però molto frequenti nelle case dei collezionisti di storia naturale, su tutti John Gould, ornitologo e autore di 41 libri e di 2999 tavole litografate e dipinte a mano,che donò al British Museum la sua collezione di 5,378 cardellini.

Che in epoca vittoriana e in quella successiva, la Gilded Age, fossero un elemento decorativo molto in voga è però certo. Gli uccelli erano, naturalmente, una parte fondamentale della moda per i cappelli , tanto che alla fine del XIX secolo il commercio del piumaggio decimò le popolazioni di uccelli. Su tutti l’uccello del Paradiso della Nuova Guinea.

Ma di questa consuetudine, dell’uso di uccellini durante le feste intendo, avevo già letto in un libro. Precisamente in L’ereditiera americana di Daisy Goodwin, a proposito dei colibrì. Il libro è ispirato alla vita di Consuelo Vanderbilt, e ne avevo già scritto qui scrivendo di altre eccentricità…

Bertha era in cucina con l’uomo dei colibrì. “di che colore sono, questa volta?” chiese Bertha.

“Mi hanno ordinato di farli tutti d’oro. Non è stato facile. Ai colibrì non piace essere dipinti. Alcuni si sono lasciati andare, si sono dati per vinti, e hanno smesso di volare”.

Bertha si inginocchiò e tirò su il panno. Vide dei piccoli bagliori che si muovevano nell’oscurità. Quando tutti gli ospiti sarebbero stati ancora seduti a tavola, a mezzanotte, li avrebbero liberati nel giardino d’inverno, come una fontana di zampilli dorati.

Sarebbero stati l’unico argomento di conversazione per una decina di minuti. I giovanotti avrebbero cercato di catturarli per offrirli in dono alle fanciulle che corteggiavano. Le altre dame di società del circondario avrebbero pensato, non senza un pizzico di malevolenza, che Nancy Cash avrebbe fatto qualsiasi cosa per impressionare i suoi ospiti e il mattino dopo, le cameriere avrebbero spazzato via i corpicini dorati facendone un unico mucchietto.

Crudele vero? sì, ma i colibrì ebbero la loro vendetta…

” E così non devo far altro che premere questa valvola di gomma e il marchingegno si accenderà di luce?”

“Esattamente, signora Cash. Occorre solo afferrare la valvola con presa salda e tutte le luci scintilleranno come un vero cielo stellato. Se posso permettermi, vi ricordo che l’effetto avrà breve durata”.

Ma la signora Cash non stava ascoltando. Non era avvezza a darsi dei limiti. Era ora. Afferrò la valvola di gomma e udì un lieve crepitio mentre la luce scorreva attraverso i centoventi piccoli bulbi luminosi cuciti sul suo abito e gli altri cinquanta incastonati nel diadema. Era come se nella Sala degli Specchi avessero allestito dei fuochi d’artificio.

Ci fu uno squarcio nell’aria e un sospiro di sorpresa si diffuse rapidamente n tutta la terrazza. I piccoli bulbi incandescenti lanciavano ombre affilate lungo i contorni del viso della signora Cash. Una di loro si avviluppò intorno alla stella di diamanti che aveva nei capelli, in un solo istante fu lambita dal fuoco. La sua espressione era feroce quanto le fiamme che lì a poco l’avrebbero avvolta…

Il gong suonò la mezzanotte. Nel giardino d’inverno l’uomo del colibrì tolse il velo alla gabbia. Aprì la porta e poi restò li accanto ad osservare i suoi uccelli che si sparpagliavano come lustrini sul manto vellutato della notte scura. Ma non c’era nessuno a vederli. E dire che erano così belli…

Pubblicato in Antiques, Balocchi e profumi, Books and art, Books please!, La bellezza ci salverà, Musica, musica!, Vita da bibliotecaria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Un mondo parallelo solido quanto il mondo reale, se non di più…

New York, Central Park, una donna elegante: «Quanto adoro l’Europa, l’antica Grecia, Socrate, Platone, wow, e i Romani, così sensuali, Catullo, l’Italia, Dante a Firenze, meraviglioso, il Rinascimento, l’Inghilterra, Shakespeare! Tutti quei personaggi che si guardano dentro, e Dickens, ah, Dickens, il vecchio adorabile Pickwick, e Parigi, Baudelaire, il poeta solo nella folla elettrizzato dai passanti, e i russi, Tolstoj, Dostoevskij, tutta quella miseria, Čechov, con la sua eterna malinconia del troppo tardi. Gli irlandesi poi! Quel Leopold Bloom che vaga per Dublino in un solo giorno come una specie di Ulisse – tutto è sempre legato all’antichità!» L’uomo sulla panchina fissa il suo iPhone. La donna continua: «A proposito, c’è una super mostra di impressionisti francesi al MoMA, ti va?» L’uomo alza lo sguardo: «Lo sai che non sopporto il trash europeo.»

Non ricordo come sono arrivata a Trash Europeo: quattrordici modi per ringraziare mio padre di Ulf Peter Hallberg, pubblicato da Iperborea, casa editrice fonte di inesauribili scoperte per me.

20130521134300_212_cover_bassa

Ma so che arrivò per me nel momento giusto, mi sento di dire…proprio mentre in una lettera aperta parlai di mio padre che non c’è più. Proprio mentre riscopro il piacere di annotare, ritagliare, incollare per consegnare a mio figlio, quando sarà il momento, l’insieme dei miei pensieri, interessi, vagheggiamenti e viaggi , biglietti di concerti, spettacoli teatrali, cartoline, fotografie, dediche, segnalibri  raccolti in decine di Moleskine, l’arcinoto “taccuino nero”. Una raccolta disomogea di bric-a-brac che dovrebbero “omogeinizzarsi” nel racconto della mia esistenza.

Immaturità perseguita tenacemente? Forse sì, più consapevolmente la volontà di trasmettergli la varietà del mondo, il piacere della scoperta, la bellezza del conoscere le grandi e le piccole cose della vita. E in un certo senso la libertà che non può convivere con il pensiero unico, con l’omologazione.

Era anche questo l’intento del padre dell’Autore che al figlio, trasferito in Germania, inviava buste con ritagli di giornali, foto, appunti per tenerlo collegato al paese d’origine, alla famiglia, al resto dell’Europa e della sua cultura. E da questi “suggerimenti” si dipartono stimoli per altre indagini, curiosità, esperienze. Nelle pagine sono inseriti vari “segnalibri”: brevi riflessioni del padre che altro non sono se non la sua filosofia che inducono a ragionare sull’esistenza, la conoscenza e  la morte.

È un mondo romanzesco quello che mio padre mi ha passato: tutte queste citazioni, indicazioni, personaggi e storie che ha lasciato. Le figure della sua collezione sono messaggeri. Sono come il riflesso di un romanzo sognato che ci unirà per sempre. Mi ha assegnato un nuovocompito. Ormai non devo più occuparmi di lui, né intrattenerlo al telefono, né stare ad ascoltare le sue sconclusionate associazioni di idee. Adesso devo tenere insieme tutto ciò che è nostro.

Provate a leggerne l’ncipit, per me è già bellissimo.

E a conclusione del libro una riflessione del genitore rivolta , mi sento di dire, più a se stesso che al figlio, destinatario di tanta bellezza:

Rendersi conto che, per quanto i risultati siano stati vani, la ricerca è stata di per sè la ricompensa. – La terre est si belle

DSCN8236-1

 

Pubblicato in Books please!, Famiglia, La bellezza ci salverà, Living with books, Rampolli, Vita da bibliotecaria | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

I Goldbaum, Elsie de Wolfe, e la ricerca della bellezza

Henri per il suo ventesimo compleanno aveva chiesto di poter disporre di alloggi privati e subito aveva incaricato Elsie de Wolfe di decorarli. Aveva sentito dire che che era riuscita a trasformare in cittadelle d’aria e luce gli appartamenti tutti mogano e velluti di Manhattan e voleva che facesse lo stesso per lui nel cuore di Parigi.

Cit. I Goldbaum, Natasha Solomons

Elsie de Wolfe nacque a New York nel 1865. Nella sua autobiografia si descriveva come “una bambina brutta” che viveva in “un’epoca brutta”.

Suo padre aveva un reddito ragionevole come medico, ma aveva dei debiti, e la famiglia dovette trasferirsi di frequente, abitando in una serie di case in pietra arenaria, uno stile di casa che Elsie trovava orribile e oscuro. Il suo primo ricordo è quello di essere tornata a casa un giorno per scoprire che sua madre aveva ridecorato il salotto con un colore sgargiante; quando lo vide, “qualcosa di terribile che tagliava come un coltello” le si avvicinò al petto, e cadde sul pavimento facendo i capricci, scalciando e urlando. L’infatuazione per l’Europa iniziò quando era adolescente. I suoi genitori la mandarono da una zia e uno zio ben piazzati in Scozia per “finire” e poi in Inghilterra, dove fu presentata alla Regina. Quando tornò a New York, qualche anno dopo, si era già fatta molti amici nel circuito mondano, e cominciò a recitare come attrice dilettante. Dopo aver avuto un certo successo nei circoli teatrali amatoriali di New York, divenne un’attrice professionista e interpretò vari ruoli storici e comici leggeri per tutti gli anni Novanta del XIX secolo. Le sue apparizioni, tuttavia, furono elogiate più per gli abiti che indossava che per quello che faceva, dato che la de Wolfe godeva dell’insolito accordo con il suo produttore di poter scegliere i propri guardaroba – solitamente abiti di alta moda che ordinava a Parigi da Paquin, Doucet, o Worth.

Wolfe decise nel 1905 di diventare una decoratrice professionista. Nello stesso anno un gruppo di potenti donne newyorkesi, appartenenti alle famiglie Astor, Harriman, Morgan, Whitney e Marbury, organizzò il primo club della città esclusivamente femminile, il Colony Club. Il suo bel quartier generale a Madison e 31esima Strada fu progettato da Stanford White e ad Elsie fu commissionato l’arredamento.

The-Colony-Club

Quando il Colony aprì nel 1907, gli interni si affermarono da un giorno all’altro. Invece di imitare l’atmosfera pesante dei club maschili, la de Wolfe introdusse uno stile casual e femminile con un’abbondanza di chintz smaltato (che la rese subito “la Signora del Chintz”), pavimenti piastrellati, drappeggi leggeri, pareti chiare, sedie di vimini, e la prima delle sue numerose stanze tralicciate. La reazione stupita dei membri ovviamente le portò fama e conseguentemente numerose consulenze.

Nei sei anni successivi, fino all’incontro con Henry Clay Frick, creò altri club, diverse case private, sia sulla costa orientale che in California, una casa modello (con Ogden Codman Jr.), palchi d’opera e un dormitorio al Barnard College; ha anche tenuto conferenze e pubblicato il suo libro più influente, The House in Good Taste. A quel tempo aveva una serie di uffici e uno showroom sulla Fifth Avenue, con uno staff di segretarie, contabili e assistenti. Aveva anche degli imitatori.

Tra i clienti illustri di de Wolfe c’erano Amy Vanderbilt, Anne Morgan, il Duca e la Duchessa di Windsor, Henry Clay e Adelaide Frick.

Preferendo uno schema di decorazione più luminoso rispetto a quello che andava di moda in epoca vittoriana, ha contribuito a convertire gli interni con tendaggi scuri e pesanti e arredi troppo decorati in stanze leggere, morbide e più femminili. Utilizzò gli specchi, che illuminavano e ampliavano gli spazi abitativi, riportò alla moda mobili dipinti di bianco o di colori pallidi, e assecondò il suo gusto per la cineseria, il chintz, le strisce verdi e bianche, il vimini, gli effetti trompe-l’oeil nella carta da parati e i motivi a traliccio, suggerendo il fascino del giardino. Come sosteneva de Wolfe: “Ho aperto le porte e le finestre dell’America, e ho lasciato entrare l’aria e il sole”. La sua ispirazione è venuta dall’arte, dalla letteratura, dal teatro e dalla moda francese e inglese del XVIII secolo.

Greta non aveva mai visto nulla di simile. Aprendo la porta le era sembrato di essere passata da mezzanotte al mattino. Luce elettrica e candele illuminavano tutto; specchi antichi riflettevano costellazioni di fiammelle, e le grandi stanze parevano sconfinate. I pesanti tappeti rosso scuro – non importava che fossero esemplari persiani del XVIII secolo – erano spariti, i pavimenti di legno rasati e impregnati di profumato olio di mandorle. Le imposte erano state spalancate e davanti alle finestre fluttuavano tende leggerissime. Le sembrava di essere salpata su una barca a vela che solcava i cieli di Parigi.

Cit. I Goldbaum, Natasha Solomons

Il gusto di De Wolfe era anche pratico: eliminò nei suoi progetti il disordine che occupava le case vittoriane, permettendo alle persone di intrattenere più ospiti comodamente. Rese popolari le chaises longue e le tappezzerie a stampa animale.

Nel 1926 il New York Times descriveva de Wolfe come “una delle donne più conosciute della vita sociale newyorkese” e nel 1935 come “prominente nella società parigina”.

Nel 1935 gli esperti parigini la definirono la donna meglio vestita del mondo, notando che indossava ciò che le si addiceva di più, indipendentemente dalla moda.

De Wolfe aveva ricamato dei cuscini di taffetà con il motto “Never complain, never explain” – “Mai lamentarsi, mai spiegare”. Quando vide per la prima volta il Partenone, De Wolfe esclamò: “È beige – il mio colore!

Nella sua casa in Francia, la Villa Trianon, aveva un cimitero per cani in cui ogni lapide recitava: “Quello che amavo di più”.

Villa Trianon

All’inizio del 1900,Elsie de Wolfe promosse una dieta semi-vegetariana che consisteva di pesce fresco, ostriche, crostacei e verdure. Si descriveva come un “antisarmacofago”, né mangiatore di carne rossa né completamente vegetariano. Incoraggiava il giardinaggio e il consumo di verdure coltivate in casa e di cibo biologico. .

I suoi esercizi mattutini erano famosi. Nel suo libro di memorie, ha scritto che il suo regime quotidiano a 70 anni comprendeva lo yoga, stare in piedi sulla testa e camminare sulle mani. “Ho una regolare routine di esercizi fondata sul metodo Yogi”, ha detto Elsie, “introdotta da Anne Vanderbilt e da sua figlia, la principessa Murat.

Elsie morì a Versailles, in Francia. Cremata, le sue ceneri furono poste in una tomba comune al cimitero di Père Lachaise a Parigi.

Renderò bellissimo tutto ciò che mi circonda – di questo sarà fatta la mia vita.

Cit. Elsie De Wolf

Pubblicato in Antiques, Balocchi e profumi, Books and art, Books please!, Casa dolce casa, Genere femminile, Life style, Living with books, Vita da bibliotecaria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

I Goldbaum di Natasha Solomons

A Vienna si dice che siano così ricchi e potenti che, nelle giornate uggiose, noleggino il sole perché brilli per loro…

Il libro è la storia di una famiglia di enormi ricchezze e potere, considerata “altro” perché ebrea.

E’ ispirata alle vicende dei Rotschild, simbolo di potere e speranza per gli stessi ebrei soprattutto quelli poveri e sottomessi dell’Europa Orientale. I Goldbaum sono loro stessi potenti ed hanno accumulato enormi ricchezze, ricchezze non tramandate ma accumulate grazie al lavoro e alle capacità. Benché tessano rapporti con le istituzioni a livello internazionale e di loro abbiano bisogno gli stessi governanti, vengono guardati con sospetto. I rampolli della Casa di Goldbaum conoscono i loro doveri: sposare altri Goldbaum e servire la famiglia.

E’ il 1911. La famiglia Goldbaum è una delle più ricche del mondo, con palazzi in tutta Europa, ma come ebrei e perpetui estranei sanno che la forza sta nella famiglia. Greta, la protagonista, all’inizio, ribelle e solitaria, desidera la libertà di vivere una vita diversa da quella di sua madre e delle altre donne Goldbaum, che sono principalmente mogli di grandi uomini e madri dei loro figli ma è costretta a passare dalla scintillante Vienna all’umida Inghilterra per sposare Albert, un lontano cugino. È la cosa più lontana da un incontro d’amore, ma Greta è rassegnata al suo destino. Almeno, questo è quello che vuole far credere ai suoi genitori. In realtà, Greta desidera qualcosa di più, ma sa che sarà praticamente impossibile forgiare la propria strada. Dopotutto, è suo dovere vedere che il potere e l’influenza della Goldbaum continuano a crescere, e quale modo migliore per farlo che unire due rami della famiglia insieme nel matrimonio?

A Temple Court, dove si trasferisce, la ragazza si sente estranea persino a se stessa: la nuova famiglia la tratta con rispetto, la servitù con deferenza e Albert è cortese e sollecito ma tra i due giovani si instaura una gelida, sottile antipatia. Al punto che Lady Goldbaum, la madre di Albert, decide di donare alla ragazza un centinaio di acri come dono di nozze, un giardino dove sentirsi finalmente libera da ogni costrizione.

La sua lotta per ottenere la migliore versione possibile di se stessa è piena di passi falsi, ma alla fine l’amore che ha sognato prenderà forma. Non tutto va come dovrebbe invece per altri membri della famiglia: giocano d’azzardo sperperando capitali, e si innamorano delle persone sbagliate mentre la guerra incombe. Diventa presto evidente che Greta e Albert dovranno collaborare se hanno qualche speranza di sopravvivere alla guerra imminente.

Nel frattempo, il fratello di Greta, Otto, parte in guerra per combattere per l’Austria. Lui e Greta sono sempre stati vicini, ma ora sono su fronti opposti della guerra, e questo provoca una frattura irreparabile nel loro rapporto, qualcosa che ferisce profondamente Greta.

Mentre vengono narrate le vicende personali dei membri della famiglia, vengono posti in primo piano interrogativi sul matrimonio, sui diritti delle donne e sulle scelte difficili dell’epoca, accanto ai temi sempre presenti della diaspora ebraica, in particolare l’esodo di massa degli ebrei dalla Russia. Mentre i Goldbaum sono in qualche modo isolati dalle forme più brutali di odio, si trovano di fronte a scelte morali difficili che minacciano di metterli dalla parte opposta della guerra.

Greta è da subito la vera protagonista del libro. Dapprima apparentemente viziata e capricciosa dimostrerà presto un personaggio autentico, imperfetto e amabile.

«Poi aveva scoperto Jane Eyre. Oh, il brivido di fare la governante e dipendere unicamente da se stessa! I pericoli e la meraviglia di essere sola al mondo. Jane Eyre poteva anche essere una governante che sognava di diventare una sposa ma Greta Goldbaum era la sposa che sognava di diventare la governante»

Pubblicato in Books please!, Genere femminile, Living with books, Uncategorized, Vita da bibliotecaria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La borsa a rete per la spesa è la nuova It bag. Economica e sostenibile

Dimenticate la Kelly, la Birkin, la Jackie,  la 2.55, la Baguette, la Speedy etc…  La it-bag del momento è la borsina a rete che le nonne usavano per la spesa. Ha un’origine lontana, risale al XVII secolo e viene dalla Normandia, dove i contadini fabbricavano a mano le reti da pesca. Nel 1860 si organizzarono e fondarono la Filt  che è il marchio più noto in fatto di borse a rete, e molto altro naturalmente. Una borsa della spesa compatta e riutilizzabile, realizzata in cotone 100%, a rete, che si espande notevolmente per portare a casa dal mercato fasci di frutta, verdura e altri generi alimentari. In Italia è venduta da NicoleDesignStore anche on line.

filt-french-bag-hanging

Se ne trovano comunque molte anche in Amazon di marche non iconiche ma comunque valide.

Le borse a rete o “avoska” in russo  fanno parte anche del bagaglio popolare dell’Unione Sovietica anche se giunsero in URSS dalla città di Žďár nad Sázavou, nella Repubblica Ceca, dove alla fine del ‘800 un industriale riconvertì le reti per capelli da lui brevettate con scarso successo in borse per la spesa aggiungendo i manici. Le borse della spesa fatte a mano erano fatte di filato di seta artificiale, tessute da donne che lavoravano a casa (questo era spesso il loro secondo lavoro) o utilizzavano il lavoro minorile. Le borse divennero rapidamente molto popolari grazie al loro basso prezzo, al peso leggero e alla compattezza. Vavřín Krčil ampliò presto la gamma di modelli, comprese le borse da portare al gomito o a spalla e le borse per l’attrezzatura sportiva.

Sono della sua ditta, la  Ceskasitovka , e borse a rete che compaiono nella campagna di Dolce & Gabbana del 2010 che ha come protagonista Madonna.

12733415_463543317103866_1311699124106583339_n

Si diffusero velocemente in URSS dove i negozi non utilizzavano sporte o altro e potevano sopportare sino a 70 kg.

Il nome “avoska” deriva dall’avverbio russo авось, espressione di una vaga aspettativa di fortuna, tradotta in vari contesti come “non si sa mai”, “si spera”, ecc. Il termine ha avuto origine negli anni Trenta nel contesto della carenza di beni di consumo in Unione Sovietica, quando i cittadini potevano ottenere molti acquisti di base solo per un colpo di fortuna; la gente era solita portare sempre in tasca un avoska nel caso si presentassero occasioni favorevoli  L’origine esatta del termine rimane incerta, con diverse attribuzioni diverse.

raikin2_25.10.11

Nel 1970 un popolare comico sovietico, Arkady Raikin, spiegò che intorno al 1935 introdusse un personaggio, un uomo semplice con un sacco a rete tra le mani. Egli mostrava il sacco agli spettatori e diceva “ecco la mia borsa non si sa mai. Chissà se riuscirò a metterci dentro qualcosa”. Una degli scopi del suo lavoro era la ridicolizzazione della burocrazia sovietica e del sistema di vita. La sceneggiatura è attribuita a Vladimir Poliakov, anch’egli attivo durante l’epoca Staliniana.

Di avoska si parla anche in L’ottava vita (per Brilka)  dell’autrice georgiana Nino Hatischwili pubblicato da Marsilio, la  bellissima saga famigliare per lo più raccontata al femminile, epopea dell’URSS e dei paesi satellite nell’area Caucasica , nel periodo che va dalla Rivoluzione d’ottobre ai nostri giorni. Nel ricordare cosa significasse Unione Sovietica fa dire alla protagonista

Era le retine per la spesa delle nonne (ma quelle di certo le hanno tutte le nonne del mondo, chissà da dove vengono!).

dav

Che ne ignori l’origine mi pare strano, considerato che  in tutta la  Germania, dove si diffusero come in altre parti di Europa,  la “borsa a rete della nonna” è tornata di moda e  a Berlino dove Nino vive il Museo della DDR ha una importante collezione di Einkaufsnetz. Ed è a modo suo protagonista di questo breve filmato sulla vita moderna. Ma lei come Daria, una delle protagoniste del libro, non era ancora nata…

Pubblicato in Genere femminile, La storia siamo noi, Life style | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Come Connie Gustafson divenne Holly…e fu Colazione da Tiffany

E’ andato ieri all’asta da Sotheby’s il dattiloscritto rivistato e corretto di Colazione da Tiffany, forse l’unico tra i manoscritti di Truman Capote, rimasto in mano a privati. Era considerato il “gioiello della corona”.  E’ stato aggiudicato per 378 mila sterline. Era stato acquistato ad una asta precedente, nel 2013 per 306 mila dollari da un miliardario Russo.  84 pagine con molte revisioni autografe a matita,   annotazioni,  cancellazioni meticolosamente cancellate, correzioni ortografiche. E una non irrilevante: il nome della protagonista “Connie Gustafson” più plausibile  per una giovane sposa di Tulip, Texas, sostituito da quello di “Holly Gholithly“, più aderente al personaggio. “Holly” e cioè pungente se ci si avvicina troppo, #Golithly” leggero come il modo in cui tratta il mondo, la sua assenza di attaccamento ad un luogo e forse un accenno alla sua promiscuità.

Le bozze dimostrano come Capote ponesse al centro della sua arte lo stile, la ricerca della perfezione. Di sé stesso disse: “In sostanza mi considero uno stilista e gli stilisti possono diventare notoriamente ossessionati dalla collocazione di una virgola, il peso di un punto e virgola. Ossessioni di questo tipo, e il tempo in cui me ne occupo, mi irritano oltre ogni sopportazione”.

MEG

Alcune delle revisioni finali di Capote mitigano anche il contenuto sessuale della storia: vengono cancellati alcuni scambi di opinioni e confessioni tra Holly e la sua coinquilina Mag Wildwood anche se il libro ovviamente rimane molto più esplicito rispetto al film del 1961.

BOZZE

Questo dattiloscritto è il frutto di una lunga e complessa storia di composizione. Capote disse in un’intervista del 1957 di scrivere solitamente le sue prime bozze a mano, poi di trascriverle  a macchina  su carta gialla, un certo tipo di carta gialla molto speciale. Poi dopo averle messe da parte per un po’ le riprende, le rilegge cercando di farlo nella maniera più fredda possibile, poi dopo averle lette ad alta voce a qualche amico decide quali cambiamenti vuol fare e se vuole pubblicarlo o meno.  “Ma se tutto va bene, scrivo la versione finale su carta bianca e questo è tutto”: questo dattiloscritto, sebbene prevalentemente su carta gialla, è la versione finale “su carta bianca” inviata all’editore, sulla quale ha continuato a armeggiare creativamente con il suo testo fino all’ultimo momento possibile.

398Venne presentato alla Random House, editore di tutte le opere più importanti di Capote, nel maggio 1958, poco prima della partenza di Capote per un soggiorno in Grecia. Colazione da Tiffany era stata venduta a Harper’s Bazaar per il loro numero del luglio 1958, ma un cambio di redazione portò alla preoccupazione per il contenuto sessuale della storia, e la possibilità di offendere Tiffany’s, portò a una cancellazione dell’ultimo minuto. Un Capote offeso (“…Pubblicare di nuovo con loro? Perché non sputare sulla loro strada…”) vendette rapidamente la storia a Esquire, ma quando apparve sul numero di novembre Random House aveva già pubblicato il romanzo in forma di libro.

Colazione da Tiffany ebbe un successo immediato, sia dal punto di vista critico che commerciale. Il film del 1961 che seguì tolse molto al testo di Capote – riferimenti all’omosessualità, all’arresto di Holly, per non parlare delle corse di cavalli a Central Park – e introdusse molto altro – “Moon River”, gli abiti di Givenchy di Audrey Hebpurn e l’inevitabile finale hollywoodiano – ma mantenne più dello spirito dell’originale di quanto spesso viene riconosciuto. Capote stesso è stato molto critico nei confronti del film, ma raggiunse in entrambe le versioni della storia il suo obiettivo:

“Il motivo principale per cui ho scritto di Holly, a parte il fatto che mi piaceva così tanto, era che era un simbolo di tutte queste ragazze che vengono a New York  baciate dal sole per un momento e poi spariscono. Volevo salvare una ragazza da quell’anonimato”.

Con Connie Gustafson avrebbe ottenuto lo stesso risultato?

 

Pubblicato in Books and art, Books please!, Ciak, Ciak, si gira, Fughe e vagabondaggi letterari, Genere femminile, Living with books, Uncategorized, Vita da bibliotecaria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Un castello di carte di Amanda Craig. La compassione, prima di tutto…

davDimenticate la Londra patinata di Regent Street, Belgravia, e Kensigton.

La Londra di cui si parla in Un castello di carte di Amanda Craig (Ed. Astoria) è una Londra non visitata dai turisti, spesso volutamente non vista  dagli stessi residenti.

E’ una Londra annerita dalla polvere depositata dalle varie epoche, fatta di tutto ciò che si consuma e si accumula in granelli invisibili. Questa Londra è un mondo a parte, come scrive la stessa autrice nella prefazione, un paese in seno ad un altro paese.

Ne fanno parte molti invisibili, come la donna il cui corpo viene gettato in un Pond dell’Hampstead Heat considerata persa sino a quando …

Tutto farebbe pensare ad un giallo, ma giallo non è, o almeno lo è in parte. Forse più una crime story, nel senso che di crimini nel corso della storia ne vengono commessi molti.

Protagonisti delle vicende narrate sono Polly, mamma avvocato che lavora per i clandestini e fa in modo di trovar loro un lavoro.

Ian un insegnante sudafricano che insegna in una scuola pubblica con molti elementi border line.

Job un rifugiato delle Zimbawe, dove faceva che l’insegnate, che lavora come tassista e inserviente in un carwash.

Anna una minorenne Ucraina che ha lasciato il suo paese pensando di andare a fare la modella ed invece è stata venduta e inserita in un giro di prostituzione.

Katie che ha lasciato gli USA per sfuggire ad un matrimonio upper class che non sente appartenere al suo destino e lavora nella redazione di una rivista molto diffusa tra l’establishment.

E poi c’è Irina, la colf di Polly, sulla cui esistenza non si è troppo soffermata: le bastava sapere che svolgeva al meglio i propri compiti occupandosi della casa e dei suoi figli mentre lei era fuori per lavoro sino a quando qualcosa cambia,anche in lei.

I protagonisti della storia sono tutte persone sole, rese ancor più sole dall’indifferenza degli altri, hanno vissuto ingiustizie, abbandoni, allontanamenti. Appaiono, scompaiono in una Londra che non accoglie nessuno ma ne succhia le vite. Tutte queste vite, così profondamente diverse per origini e svolgimento, finiscono per intrecciarsi come in un giro di giostra che partito con lentezza prende una velocità inaspettata.

Benché sorretto da buoni sentimenti, Un castello di carte non risparmia scene decisamente violente, soprattutto quelle subite da Anna, mette in evidenza la corruzione e l’illegalità che pervadono una città sotto lo scintillio del benessere, che le due economie vivono una in funzione dell’altra. Riesce comunque alla fine a far prevalere la bellezza, il lato buono dell’interdipendenza. E’ un romanzo ben scritto, emozionale, che può non piacere a persone prive di empatia.  E’ una denuncia del modo in cui vengono trattati gli immigrati clandestini, i personaggi sono portavoce della condanna di molte ingiustizie sociali.

Aggiungo una nota molto personale. L’ho letto da circa un mese, aspettando il momento giusto per scriverne. Dico questo perché Hearts and Minds  (uscito nel 2009 nel Regno Unito) è il titolo originale del libro di Amanda, che ho trovato molto più pertinente al tema di questo bellissimo romanzo e di straordinaria attualità. E cioè la necessità di sviluppare l’educazione della mente e del cuore per realizzare quella che oggi sembra la sola realtà possibile,  per accogliere moltitudini di persone in procinto di diventare cittadini di un mondo senza frontiere. La compassione che genera dalla comprensione dell’interdipendenza, quella che Amanda Craig sembra possedere senza indulgere in retorica o moralismi.

Pubblicato in Books please!, Fughe e vagabondaggi letterari, Genere femminile, Il futuro è ora, La storia siamo noi, Living with books, Vita da bibliotecaria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il sospetto, di Fiona Barton

Avrei voluto scriverne già qualche giorno fa. Confesso, mi aveva angosciato. A farmi decidere è stata la cronaca di questi giorni: l’uccisione di Luca Sacchi. E una frase pronunciata dal padre:

Perché, voi sapete cosa fanno i vostri figli quando escono di casa?

sospettoNe Il sospetto, il suo nuovo giallo,  Fiona Barton si conferma bravissima narratrice ma soprattutto interessata a sondare il cuore e la mente delle persone.

Il tema centrale di questa storia è il mutamento della psicologia degli adolescenti, l’impossibilità a volte per un genitore di coglierne gli aspetti meno conformi alle proprie aspettative, e desideri. E la trasformazione, con la crescita, del rapporto tra genitori e figli.

La storia centrale riguarda Rosie e Alex, due ragazze che decidono di trascorrere il loro anno sabbatico in Thailandia. In realtà a partire con Alex dovrebbe essere Mags, l’amica del cuore, ma all’ultimo momento rinuncia alla vacanza. Rosie ed  Alex sono molto diverse e da subito Alex si rende conto che il suo desiderio di vedere il paese non è condiviso da Rosie che si butta a capofitto nella vita non proprio edificante dei ragazzi che incontrano appena arrivate all’Ostello. Ad un certo punto le ragazze scompaiono e cosa succede loro e perché è il nucleo centrale del romanzo.

La narrazione viene raccontata attraverso una raffica di brevi capitoli da diversi punti di vista: da una delle madri delle ragazze scomparse, dall’ispettore britannico a cui il caso è stato affidato, da  Kate una giornalista, e da Alex  mentre si muove incontro al suo destino. La relazione più complessa nel libro è quella tra Kate e il figlio Jake :

Sono sempre stata brava a intervistare le persone, ad ascoltare balbettanti verità celate sotto raffinate menzogne. Ma non questa volta.

La trama assume caratteri sempre più oscuri, dolorosi man mano che ci di addentra nella vicenda. Ci sono adolescenti fragili, irresponsabili ma anche genitori confusi, spaventati.
Ci sono le cose che si sanno, quelle che non si sanno, quelle che non si vogliono sapere. Niente e nessuno è quello che sembra. Neppure la tanto desiderata Thailandia, paradiso bugiardo per tanti giovani. 


Solo una cosa non muta dall’inizio alla fine: l’amore di una madre.

“Mi sentivo così vulnerabile, come la prima volta che l’avevo tenuto in braccio appena nato. Mi sentivo schiacciata dalle responsabilità. Dovevo tenerlo al sicuro, aiutarlo a crescere, fare ciò che andava fatto. Vedevo pericoli ovunque. Credevo di esserne uscita quando era diventato abbastanza grande da badare a sé stesso, quando lo avevamo mandato all’università con saluti e baci. Ma non se ne esce mai. E io ero da capo a dodici, con il suo futuro tra le mani”.

Pubblicato in Books please!, Genere femminile, Living with books, Vita da bibliotecaria | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Le sorelle Field, di Dorothy Whipple

Erano sorelle diversissime tra loro. Non si erano scelte, ma si sarebbero sempre amate ed aiutate nonostante tutto.

dav

E’ un romanzo domestico,  scritto,  con estrema eleganza,  da Dorothy Whipple nel 1939, quando le teorie Freudiane sull’educazione  e il dibattito su indole ed educazione erano  ormai ampiamente acquisite e questi due aspetti sono alla base della caratterizzazione dei personaggi.

Narra le vite di tre sorelle rimaste orfane di madre in tenera età. Alla morte della moglie, Mr Field consegna la responsabilità dell’educazione dei figli, tre femmine e tre maschi, alla maggiore di loro, Lucy. Lucy ha 18 anni, Charlotte 13 e Vera 11. E’ soprattutto di loro femmine che dovrà occuparsi, ritenendo il padre che abbiano ereditato dalla famiglia materna “geni cattivi”.

Lucy naturalmente non si tira indietro, rinuncia allo studio per una borsa ad Oxford  e si trasforma in un surrogato di madre per i fratelli  e di compagna per il padre. Dei ragazzi poco importa, ciò che conta è che tirino diritto. Il senso di responsabilità cresce proporzionalmente al crescere delle sorelle. Vera, slanciata, pallida, con capelli biondo cenere e occhi azzurri. Dentro all’impulsiva Vera pare ci sia una persona smarrita, in cerca di qualcosa che non è lì, che neppure lei sembra sapere cosa sia. Sa mentire, cerca di ottenere quel che vuole con la più grande indifferenza per gli altri, è ammirata da tutti e disprezza tutti.

Charlotte è più sensibile di Vera, più disponibile e calorosa, per niente gelosa dell’avvenenza della sorella.  Lucy è la sorella giudice, investita di autorità, quella a cui si deve chiedere il permesso, che avverte intorno a sè una buona dose di ostilità.

Le tre sorelle , così diverse, sembrano essere felici e complici solo quando tra di loro non c’é nessuno. Anche Lucy che quando esce con loro si sente più una chaperon che una coetanea.  Sposano tre uomini molto diversi e le loro scelte saranno per loro fonte di salvezza o di perdizione. Il marito di Lucy è un uomo tranquillo, posato e lei lo adora. Vera è annoiata dal marito e si rivolge altrove per avere la soddisfazione che la sua indole reclama. Il marito di Charlotte è un bullo, un uomo violento che la trasforma da giovane ragazza ingenua e spensierata in una donna profondamente infelice.

Col passare degli anni  Lucy rimane intrappolata nell’iconografia della donna tranquilla, che indossa scarpe basse e stringate mentre le sorelle continuano a muoversi, ma in direzioni disastrose e sbagliate. Anche se non ha figli il suo matrimonio è comunque solido, leale, come il marito e anche se non indugia troppo in domande, crede che il successo  della vita di ciascuno di noi dipenda in gran parte dagli altri.  Mentre la sua vita familiare scorre  con tranquilla e solo apparente  banalità quella di Charlotte diventa via via sempre più dolorosa e crudele. Maggior responsabile ne è il marito ma la stessa Charlotte gioca la sua parte evitando di intervenire quando avrebbe potuto farlo a difesa della propria famiglia. Il marito di Vera, cresciuto da una madre forte, trova il suo alter ego nella moglie che lo trova noioso. Abituata ad avere molto a causa della sua bellezza, si dimostra complicata, eternamente insoddisfatta e quando vedrà il suo fascino venir meno si piegherà ad un uomo che ama ma che non la ama.

Tutto questo avrà naturalmente delle conseguenze sulle nuove generazioni delle sorelle Field. Quanto influirà sulle loro vite l’indole e l’educazione?

Dorothy Whipple è stata  una scrittrice di grande successo degli anni Trenta e Quaranta, successo dovuto alle sue storie di drammi familiari. Da They Were Sisters e They Knew Mr. Knight furono tratti dei film, anch’essi di grande successo.

E’ stata definita la Jane Austen del 20° secolo. Scrisse il suo ultimo romanzo nel 1953 ma non ebbe seguito: la società inglese era cambiata così tanto che i suoi lavoro divennero inattuali. Deve il ritorno, in Inghilterra soprattutto (in Italia grazie ad Astoria Edizioni)  dell’interesse verso i suoi romanzi alla casa editrice Persphone Books che ne ha iniziato la ristampa nel 2009. Il segreto del suo successo è ancora oggi nello stile, ordinato, semplice nel linguaggio ridotto all’osso , nella capacità di ricostruire ambienti familiari e l’acutezza delle riflessioni.

dorothy_whipple1-547x600

E poca importanza ha se le sue opere furono scritte in un ‘epoca in cui ci si aspettava che una moglie avesse una donna di servizio, quando si usavano posate per il pesce, quando i bambini facevano quello veniva detto loro. L’universo morale della Whipple non è cambiato. Ci sono bulli in ogni parte della società; le persone fanno del loro meglio ma spesso falliscono; vorrebbero essere altruisti ma a volte sono avidi.

E come ha scritto il Times Literary Supplement il suo valore sta nell’attribuire “suprema importanza alle persone”.

 

 

 

Pubblicato in Books please!, Genere femminile, Living with books, Vita da bibliotecaria | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Vi prego, cercate di capire di Mary Sarton

Non sono pazza, sono solo vecchia. Faccio questa affermazione per farmi coraggio…Mi trovo in un campo di concentramento per vecchi, un posto dove la gente scarica i genitori o i parenti proprio come se si trattasse di un bidone dell’immondizia

Inizia così Vi prego, cercate di capire di Mary Starton, un nuovo e piccolo gioiello pubblicato da Astoria.

dav

La protagonista, Caro, è un’insegnante di matematica in pensione. A 76 anni ha avuto un infarto e il fratello, sposato ad una giovane donna, dopo averla ospitata per un breve periodo a casa sua,  decide di trasferirla in una casa di riposo privata, in aperta campagna. La convivenza non aveva fatto altro che accentuare le differenze tra lei e la cognata, i cui soli interessi sono “il pettegolezzo maligno, il bridge e provare ricette nuove” ma sfortunatamente , per Caro, non è una cuoca nata.

La casa di riposo è una piccola fattoria “che sembra sprofondata a poco a poco nel fango”. L’impatto appena entrati non è certo dei migliori: uno stanzone, con 4 o 5 letti, luci spente, seggiole su cui sono seduti dei vecchi. Lo shock per Caro è inevitabile ma a darle sollievo c’è che una stanza privata è stata preparata per la Signorina Spencer. Così, da quel momento, verrà chiamata da Harriet, la titolare de I Due Olmi, e la figlia Rose.

Nella sua camera Caro trascorre molto tempo. Distesa sul letto, prega

ho recitato il Padre Nostro tre volte. Non credo che questa preghiera arrivi alle orecchie della Persona cui è indirizzata, però la trovo rassicurante, come un talismano, qualcosa cui aggrapparsi.

e inizia a ragionare sulla vecchiaia

la vecchiaia, dicono, è un graduale arrendersi. Però è strano quando succede tutto di colpo.

E’ un’acuta osservatrice e i suoi giudizi sulle persone sono profondi e inclementi.

Chissà se una persona che ha un potere assoluto sugli altri diventa sempre malvagia, o no. Cerco di separare quel che Harriet è diventata da quello che magari era diversi anni fa.

I parenti non reggono a lungo il decadimento del luogo, delle persone

La gente arriva, piena di brio, portando stecche di sigarette o una rivista, ma dopo circa cinque minuti comincia a spegnersi.

Anche su di sé

Sono una snob. Sono andata al college, ho insegnato a scuola per quarant’anni, vengo da una famiglia nobile Quasi tutti gli altri che sono qui erano lavoratori manuali. Tolto il lavoro, sono privi di risorse.

Fa amicizia con Standish, un vecchio agricoltore sordo e costretto a letto, praticamente abbandonato dalla famiglia e vittima delle angherie delle padrone di casa. Gli piace perché è ancora padrone di sé stesso, rifiuta il cibo come se stesse cercando di morire di inedia ma allo stesso tempo è tenuto in vita da una rabbia profonda e nascosta. A differenza di Caro che utilizza la lucidità per cercarsi vie di fuga che non siano il suicidio. Si osserva allo specchio, si vede strana e sciupata, conclude che è tempo sprecato e rivolta lo specchio al muro.

Con altrettanta profondità osserva la natura che le dà sollievo

Oggi ho visto il sole sorgere, una pacifica esplosione di luce attraverso il campo velato di nebbia…Mi sono sentita invadere dalla gioia, come se una tenebra interiore si fosse finalmente smaltita come un veleno. Forse è stato riprendere possesso di me stessa centimetro dopo centimetro, tenendo alla larga la rabbia. Nei primi giorni stavo malissimo per la paura e il disgusto. E, stranamente, avevo ancora speranza. Quando la speranza mi ha abbandonato ho cominciato un percorso all’indietro, ho preso la strada verso il nucleo interno al sé che l’ambiente non può cambiare o avvelenare. Sono di nuovo me stessa.

Annota tutto quel che accade fuori e dentro di sé in un diario che chiama Il Libro della Morta.

Voglio essere pronta, voglio aver raccolto e riordinato tutto, come se mi stessi preparando per un gran viaggio finale. Ho intenzione di restare integra in questo inferno. E’ lo scopo che mi attende. Quindi in un certo senso questo cammino dentro di me e nel passato è come una mappa, la mappa del mio mondo.

Accadranno molte cose che cambieranno la condizione di Cora: incontri con nuove persone, affetti, anche un lento arrendersi fisicamente alla sua condizione. Ad un certo punto si farà strada in lei un pensiero, un comando da un punto profondo

in cui arde ancora il fuoco , sia pure solo il fuoco della rabbia e del disgusto

cita a questo proposito un verso di Dylan Thomas

Non andartene docile in quella buona notte

ed escogita la via di fuga: un atto estremo che  ridia la libertà a lei e a chi come lei condivide e subisce, meno consapevolmente, quella condizione.

E’ un libro straziante, intensissimo pur nella brevità. Riprende i temi che hanno caratterizzato la scrittura della Sarton: solitudine, relazioni, disciplina integrità. A questo proposito è interessante ascoltare lei stessa raccontarsi in “World of Light: A Portrait of May Sartonun documentario del 1979 girato nella sua casa del Maine.

Averlo letto ieri e scriverne oggi, 10 ottobre, vuol essere per me anche un modo per celebrare la Giornata Mondiale della Salute Mentale  Quest’anno il tema scelto è il suicidio. La Giornata, nella quale terminerà la World Suicide Prevention Day, indetta dall’Oms lo scorso 10 settembre, invita a fermarsi per 40 secondi e fare qualcosa, scrivere, condividere un’idea, un pensiero in grado di sensibilizzare.

Pubblicato in Books please!, Famiglia, Genere femminile, Living with books, Vita da bibliotecaria | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento
The Bowes Museum's Blog

Collections of Fine & Decorative Art & World Class Exhibitions

Geographien | doing geography

Räumlichkeiten & Zeitlichkeiten, Personen, Dinge & Tun | Notes on the creation of social space

Stefan Applis | Spaces & Practices

travel geography & photography of places & spaces

The Dmitriev Affair

The Life's Work and Trials of Yury Dmitriev

genusrosa

sharing a love of books

The Educated Traveller

Tales from Italy, Alps, British Isles and France

territori del '900

identità luoghi scritture del '900 toscano

The Heritage Girl

Adventures in museums, galleries and the heritage sector

Patrick Leigh Fermor

He drank from a different fountain

iCalamari

narrazioni

happy buddha breathing

Be real. Breathe deep. Live life.

Robyn Eckhardt

Author and Journalist: Food and Travel

Russian Culture in Landmarks

Russian literature, art, music and theater through architecture and monuments

I Love the 1800s

A lifestyle blog for the 19th century

Nico and Amy's Literary Kitchen

Baking away our PhDs

PointofView

by Riccardo Moschetti

STRAVAGARIA

Dettagli per Passione