Algeri e la libreria delle “vere ricchezze”

davAlgeri, 2017. Ryad è un giovane studente di Ingegneria cui viene affidato il compito di liberare i locali di una vecchia libreria. Ryad è svogliato e non ama i libri, ma accetta l’incarico che gli vale come stage. La libreria si trova al n. 2 di Rue Charras che in realtà ha ormai preso il nome di rue Hamani. E’ stata più di recente una succursale della Biblioteca nazionale di Algeri ma gli algerini continuano a chiamarla la libreria Les Vraies Richesses: è un omaggio alla memoria della città che è la somma delle loro storie. I residenti della via guardano con sospetto un giovane giornalista arrivato sin lì per raccontarne la storia perché il governo algerino, per far fronte alla crisi, ha deciso di vendere luoghi come quello al miglior offerente per far posto ad altre attività: la gente ha bisogno di pane, non di biblioteche o librerie. E’ venuto meno il rispetto che si aveva nei confronti dei libri. Annota dettagli: il cielo triste, una vecchia pianta abbandonata, gatti. Ma non si accorge del vecchio Abdallah, l’addetto al prestito: alto quasi due metri, imponente, ha le spalle avvolte in uno spesso lenzuolo bianco, le rughe del viso profonde. Tace ma fissa con gli occhi pieni di lacrime e il cuore spezzato dalla rabbia la scritta in francese e arabo sulla vetrina: Un uomo che legge ne vale due. Gli abitanti del quartiere lo amano, lo hanno aiutato quando ha ottenuto il trasferimento dall’ufficio timbri del Comune per occuparsi delle libreria. C’è rimasto sino alla pensione e oltre perché nessuno si è ricordato di lui, sino a quando non ha ricevuto una lettera che lo informato della vendita e della chiusura della libreria. Ha preso a pugni il nuovo proprietario urlandogli che mai avrebbe permesso di distruggere la libreria di Edmond Charlot, il fondatore, il cui ritratto pende dal soffitto. Dalla chiusura della libreria dorme nel magazzino delle pizzeria accanto e ripensa alla sua vita, alla scuola che ha potuto frequentare solo dopo l’indipendenza, che ha imparato a leggere l’arabo frequentando la moschea e il francese solo più tardi e con fatica.

Edmond è  un giovane ventenne molto entusiasta quando decide di aprire la libreria.  Di ritorno da un viaggio a Parigi nel 1935 racconta al padre della libreria-biblioteca che Adrienne Monnier, donna straordinaria, scrittrice, editrice libraia,  ha aperto nel 1915 al numero 7 di rue de l’Odeon: La Maison des Amis des livres.

Sogna una libreria che venda libri nuovi e usati, che faccia servizio di prestito e sia anche luogo di incontri e letture, con una forte impronta Mediterranea senza distinzione di lingua o di religione, che contribuisca ad allargare gli orizzonti. Lo aiutano il padre che lavora alle edizioni Hachette e gli mette a disposizione molti testi e alcuni amici cche gli mettono a disposizione somme di denaro. Rimane scettico il nonno che ha una grande cultura pur senza aver mai messo piede a scuola e ritiene che l’occuparsi di libri sia un meraviglioso passatempo ma in nessun modo un lavoro.

Révolte dans les Asturies

 

Prende accordi con un tipografo e accetta di stampare la prima opera teatrale di Camus, allora studente di lettere, che l’Amministrazione Comunale  non autorizza a mettere in scena: La rivolta nelle Asturie.

E’ troppo pericoloso pubblicarlo con il nome dell’editore e qundi sulla copertina compariranno solo le iniziali in corsivo minuscolo e.c. 

RONDEURS

 

Ottiene da Jean Giono l’autorizzazione a chiamare la libreria Les vraies richesses in onore del suo libro (un inno alla natura e alla terra) e a stampare Les rondeur des jours, un articolo apparso su una rivista di turismo , da donare ai suoi primi acquirenti: 350 copie su carta pregiata.

La vedova del giornalista Victor Bartucand, inviato in Algeria dalla Lega per i Diritti Umani per contrastare la propaganda antisemita,  e il nipote di Bonnard gli offrono di esporre alcuni suoi disegni e tele e così la libreria si appresta a diventare anche galleria d’arte.

Il 3 novembre avviene l’inaugurazione e il 19 dello stesso mese Edmond annota nel suo diario

“Da quando abbiamo aperto la libreria è presa d’assalto. I clienti vengono a scegliere i libri da prendere in prestito e da acquistare. Non sono mai di fretta, vogliono discutere di tutto: scrittori, colore della copertina, grandezza del carattere…Sono per lo più insegnanti , studenti, artisti ma ogni tanto anche operai che mettono via i soldi apposta per comprarsi un romanzo”.

Con il padre disquisisce di carta: odore (chi ama i libri non resiste alla tentazione di annusarli. Io ho una passione per la carta di Shakespeare &Co.) , sensazione al tatto. Edmond predilige quella giapponese fatta a mano: la Washi, dichiarata Patrimonio Unesco nel 2014.

La trascrizione del suo diario si interrompe nel 1961, nel mezzo ci sono gli anni della guerra mondiale, l’apertura delle Edizioni Charlot a Parigi,  le lotte per l’indipendenza algerina, la devastazione delle sue librerie in cui perde gli appunti di lettura di Camus, la corrispondenza con Gide e gli altri. Il massacro di centinaia di algerini avvenuto a Parigi il 17 ottobre del 1961.

17-octobre-1961

Ryad e il  vecchio Adballah, superate le prime diffidenze, iniziano a frequentarsi.  Adballah racconta al ragazzo del suo lavoro alla libreria: nelle schede annotava autore, titolo, parole chiave, ISBN. Leggeva qualche pagina anche se non gli piaceva ma doveva farlo per poter consigliare i lettori.

RICHE

 

Gli piaceva soprattutto essere circondato dai libri, e il suo primo istinto è sempre quello di “scaffalarli”.

C’è solo un libro che ha letto spesso ed è  Les vraies richesses di Jean Giono, soprattutto per la curiosità di sapere come mai hanno chiamato così  la libreria.

E ha un brano preferito:

Erano abituati ad attendere ordini per vivere. Ora si sono decisi a farlo di testa propria, umilmente, senza ascoltare nessuno, e tutto si è illuminato…

I giorni passano, la libreria si svuota. Alcuni libri finiscono in una “cantina-vedetta”  in Rue Elisée-Reclus dove è morto il poeta Jean Sénac, autore di poesie dedicate alla rivoluzione, omosessuale, amico di Camus e Pasolini,  dove giovani poeti e intellettuali si ritrovano, scrivono, leggono.

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Jean Senac

Gli scaffali, la scrivania, la macchina da scrivere, i pochi libri rimasti  finiscono per strada, in balia delle intemperie. L’inverno, la neve, sono arrivati ad Algeri. Abdallah li guarda e pensa che non siamo noi ad abitare i luoghi, ma i luoghi ad abitare noi.

Ryad rilegge le parole sulla vecchia insegna arrugginita “Giovani autori, per giovani lettori, da giovani librai” e non si sente più tanto giovane: la sua testa è piena delle storie che il vecchio gli ha raccontato. Piccole, dense, pesanti, compongono il quadro della grande storia.

J’ai vécu, à 45 ans*, dans la misère et le désordre.
A 50 ans, pour ne pas périr, j’ai essayé de voir clair.
A 60 ans, je respire un peu. J’ai décrassé des alvéoles.
Je sais aimer sans mourir chaque matin.

Jean Senac

 

 

 

 

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YUGOULIANG, lo yoga village cinese

Non è un villaggio turistico per occidentali dedicato allo yoga, ma un villaggio cinese da cui molti giovani se ne sono andati lasciando anziani , spesso malati e stanchi. Il funzionario responsabile del villaggio, osservando una anziana donna seduta a gambe incrociate su un letto di pietra molto diffuso nelle campagne, ha avuto l’illuminazione: lo yoga poteva essere la soluzione, e forse una risorsa economica.

Il villaggio è molto isolato, la prima stazione ferroviaria è a due ore di distanza, Internet è disponibile da soli due anni. I residenti hanno un’età media di 65 anni, sono per lo più agricoltori e allevatori ma tutto questo consente loro di sopravvivere. Come molti altri anziani che vivono in zone rurali (circa 50 milioni) sono un problema per il Paese che il Partito al potere sta cercando di affrontare per arginare povertà e depressione.

Di yoga non avevano mai sentito parlare, temevano si trattasse di un culto. Del resto lo stesso Lu, il segretario di partito, non lo aveva mai praticato. E così dopo aver seguito corsi in Internet ha comprato tappetini e guanti per attirarli. Ha insegnato loro la respirazione attraverso il canto e alcune asana di partenza a gambe incrociate. A poco a poco le persone che seguono i corsi sono aumentate, lui stesso ha seguito un corso sponsorizzato dal Governo. E’ uno yoga “con caratteristiche cinesi” perché il Governo scoraggia e sopprime la spiritualità e la meditazione, una versione demistificata e molto localistica. E nel 2017 il piccolo villaggio di Yugouliang ha ottenuto il riconoscimento ufficiale di primo Yoga Village. Gli anziani, incoraggiati da Lu, hanno partecipato ad una gara a Shijiazhuang e hanno ottenuto un premio come migliore squadra collettiva. 

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Tutto questo naturalmente è stato sfruttato a scopo propagandistico e di fatto ha portato nelle casse del villaggio 2 milioni di dollari per la costruzione di una casa di riposo, di un bellissimo padiglione per lo yoga con pareti in vetro che consentirà agli abitanti del villaggio di praticare durante tutto l’anno.

La speranza è che tutto questo abbia un ritorno dal punto di vista turistico ma le probabilità sono scarse vista la difficoltà a raggiungere il villaggio e l’assenza di attrazioni, ma per Lu la visione è ottimistica: si sono ridotte comunque le spese mediche.

Sono 36 gli anziani che praticano regolarmente.  Molti praticano alle 5.30 di mattina, poi lasciano pascolare le loro mucche e le loro pecore prima dell’alba, seguite da colazione, agricoltura, pranzo, riposo, agricoltura, yoga serale alle 17.30, poi cena. Chi era sovrappeso è dimagrito, chi soffriva di artrosi non prende più antidolorifici. Sono tornati a sorridere nonostante una recente siccità li abbia ulteriormente impoveriti.

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Anche Lu sorride. Vuole trasformare Yugouliang in un centro di formazione yoga per gli agricoltori di tutta la Cina. E’ sicuro che tutto questo alla fine porterà turisti. Anche tra le povere case di fango senza servizi igienici. E’ il suo sogno. Ma i sogni si sa aiutano a vivere meglio. Come lo yoga.

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Non chiamarmi zingaro

“La parola zingaro è diventata offensiva, per cui essi stessi e i loro amici evitano di pronunciarla. Una volta non lo era…”Dal prologo di Predrag Matvejevic'”

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Senza commento che le news di questi giorni si commentano da sole. Ma  un suggerimento di lettura, questo sì.

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E l’Asia par che dorma…

Questo era il pretesto, scrivere di Asia partendo da questo ragionamento di Michele Marziani, Direttore de Il Colophon:

dell’Asia non si sa nulla, se non il poco che sanno raccontarci i viaggiatori e gli autori di un continente immenso che è quasi un contenitore di mondi, del quale problabilmente conosciamo davvero pochissimo, dove sbocciano, esplodono, implodono contraddizioni, nuove economie, idee di futuro, pensieri arcaici, millenari… Passati immensi di cui neppure abbiamo avuto sentore. È incredibile quante cose passino dalle steppe euroasiatiche al Giappone, l’India, la Cina, il Tibet, il Sud-est Asiatico, la Corea, il Vietnam, la stessa Turchia al di là del Bosforo, il Medio Oriente.

A scavare ci si perde, si confondono strade, segni, piste, indicazioni e letture, c’è da farsi girare la testa. Allora ci si affida a chi racconta perché ognuno ha un pezzo di Asia dentro di sé. Speriamo di essere riusciti non dico a narrarne un poco, ma a farne almeno sentire il profumo. Il sapore. L’idea. La parola. Il tempo. La speranza.

Di Asia avevo già scritto su Il Colophon, di Ceylon per l’esattezza o di Sri Lanka per chi lo preferisce, Sri Lanka, l’isola dove arriva il suono delle campane del Paradiso

e anche qui, nel mio blog In the jungle essendoci stata ormai quasi 30 anni fa.

E così ho deciso di cimentarmi con l’Asia che non ho mai visto ma di cui ho letto molto e che ha un posto privilegiato nel mio cuore. Ecco il mio articolo quindi uscito proprio in questi giorni sull’ultimo numero de Il Colophon Tibet è una vita che ti sogno

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Ogni viaggio è il più bel viaggio

Eccolo il nuovo tema del Il Colophon. Di viaggi ho sempre scritto nei miei articoli perché viaggiare è la cosa che ho fatto di più negli ultimi anni e che più di ogni altra cosa mi è piaciuto fare. Non avrei faticato quindi a scriverlo se non per un particolare stato di stanchezza fisica e mentale che mi rende faticoso questo periodo. Ho perciò scelto di parlare solo di donne viaggiatrici e solo di quelle che mi hanno ispirato e accompagnato, e lo faranno,  con i loro diari o racconti: Narratrici di ventura Sentimental travellers come me.

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A room with a view, Xinaliq, Azerbaijan

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Pareidolia o no, apro gli occhi su un mondo nuovo

Pareidolia: La pareidolia o illusione pareidolitica (dal greco  εἴδωλον èidōlon, “immagine”, col prefisso παρά parà, “vicino”) è l’illusione subcosciente che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili (naturali o artificiali) dalla forma casuale.

btyMi capita molto di rado di cercare oggetti nelle nuvole. Troppo indaffarata, troppo distratta? non so…di certo la mia porzione di cielo cittadino è molto limitata e quindi accade molto ma molto raramente di fermarmi ad ammirare lo spettacolo naturale delle nuvole in movimento anche perché, diciamolo, il cielo di questa primavera che tarda ad arrivare è ormai sul nuvoloso fisso costate.

Ma sabato mattina mi sono svegliata nella campagna toscana, a Pomaia per l’esattezza , dove sono andata per seguire un corso su “Igiene emotiva ed educazione del pensiero” all’Istituto Lama Tzong Khapa

E’ stato il primo degli incontri in cui si articola il corso (4 finesettimana + 1 ritiro) in cui abbiamo affrontato L’approccio Buddhista alla realtà : lo scopo della vita; felicità e sofferenza e la relazione corpo-mente; causa, effetto e relazione dipendente; il meccanismo dell’esistenza; realtà convenzionale e ultima. E’ un corso impegnativo, il nostro maestro non ci ha risparmiati un secondo. E’ un maestro speciale, almeno per me:  è Fabrizio Pallotti e, se avete seguito gli insegnamenti del Dalai Lama in Italia, non potete non conoscerlo, perché è il traduttore che siede accanto a Sua Santità: lui per me, come dico io, è le parole del Dalai Lama.

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Beh in pratica si tratta di imparare a guardare il mondo con oggettività, non mediato dai condizionamenti della nostra mente. Quindi direte voi in netto contrasto con il mio modo di guardare alla nuvola dove io ho intravisto un cavallo lanciato al galoppo. Diciamo di sì, in parte…perché in quella nuvola non ho voluto vedere il cielo che si stava oscurando, come sarebbe più razionale pensare, ma ho voluto vedere un’immagine che rappresentasse la bellezza e la meraviglia nascosta in natura, soprattutto a noi che viviamo in città: sollevare lo sguardo da noi, dalla nostra individualità, dai rapporti conflittuali a cui spesso ci condannano le nostre vite o a cui ci autocondanniamo,  per vedere la bellezza che ci circonda, anche negli altri. Qualcosa che fosse la metafora di un cammino intrapreso, sempre stando alle parole del Dalai Lama e di Fabrizio quindi, lungo il sentiero dell’illuminazione (che parolona! mentre la scrivo istintivamente abbasso il capo perché ne percepisco tutta la grandezza). Per questo ho iniziato a leggere, e intendo applicarmici con impegno , La lampada sul sentiero di Sua Santità il Dalai Lama.

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L’obiettivo è ambizioso, come ho detto, quello dell’illuminazione intendo: migliorare me stessa per aiutare gli altri. Sono necessari doti e tempo che temo di non avere, a questa età. Ma non mi si chiede di fare tutto il lavoro per migliorare il mondo, semplicemente di fare la mia parte.

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Pensare con i piedi

Era il tema dell’ultimo numero de Il Colophon. Andava sviluppato il proprio rapporto con lo sport, o lo sport inteso come soggetto letterario. Nel mio saggio ho sviluppato l’argomento sotto tutte e due gli aspetti.

Cosa ne è venuto fuori? un primo e secondo tempo. Eccolo

Lo sport per capire il mondo. Anche il mio

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Considera l’aragosta

Adoro l’aragosta, seducente da viva e squisita da morta. Per fortuna non vivo in Svizzera dove una legge ne impedisce la cottura tradizionale, cioè l’immersione dell’esemplare vivo in acqua bollente. Non è certo che immergendole provano dolore, neppure uno studio commissionato dal governo ha dato una risposta definitiva Il metodo che verrà introdotto a me pare onestamente forse anche più crudele: shock elettrico o colpo in testa per danneggiarne il cervello. Se consideriamo l’aragosta capace di intendere e di volere, o non volere, e consapevole della propria identità, va da sé che  probabilmente ha anche la consapevolezza delle possibili modalità della sua morte. Un po’ come noi, del resto: si muore di vecchiaia, di malattia, di incidente. E il momento quando arriva arriva. Si sarebbe innescato, in pratica, un processo di antropomorfizzazione delle aragoste.

La prima volta che mangiai aragosta mi trovavo a Cape Cod, Massachusetts. Per l’esattezza a Hyannis Port, celebre per  il Kennedy Compound, sei acri di terreno e tre edifici fronteggianti l’oceano,  di proprietà della famiglia che amava trascorrervi le vacanze estive.

Si compravano al porto, si portavano a casa in sacchi di juta. Una volta a casa si liberavano in cucina, la sera venivano gettate in grandi pentoloni e servite con burro fuso caldo. Ricetta semplice ma squisita, grazie anche al fatto che quelle sono tra le aragoste più buone al mondo.

Di buone, anzi buonissime, ne mangio appena ne ho l’occasione , anche l’estate scorsa, a Loch Fyne Seafood & Grill in Scozia. Il  fondatore, Johnny Noble ( stravagante propietrario di  Ardkinglas House) e il biologo marino Andy Lane, crearono il loro primo allevamento  di ostriche (pare siano buonissime ma non ne vado pazza) sulle rive del lago nel 1978, vendendo pesce e crostacei da una bancarella lungo la strada per pagare i conti della tenuta . L’azienda si è rapidamente costruita una reputazione per la qualità e il sapore dei suoi frutti di mare ed è stata presto seguita da un affumicatoio e da oyster bar  sulla riva del Loch. Con la crescita della reputazione di questo eccezionale prodotto, è aumentato anche il numero dei ristoranti distribuiti in varie parti del Regno Unito. Sono stata a novembre in quello di Edimburgo, ma non è paragonabile all’originale, dove prima di tornare a casa mi approvigiono anche di salmone affumicato. Ineguagliabile.

L’ultima aragosta, in versione vellutata di patate con  bacon e pane croccante, l’ho mangiata da Moa Lobster & Cashmere, a Genova, un ristoshop bellissimissimo, proprio il giorno in cui è andata in onda la puntata di  4 Ristoranti di Alessandro Borghese dedicata a Genova. Inciso: vista la puntata, riconfermo la scelta di Moa. Il titolare è una persona dai modi squisiti, lo ha dimostrato anche nell’esprimere i giudizi. La qualità può sempre essere migliorata ma nel scegliere un locale non mi affido solo al piatto, valuto il locale, il comfort. Tutte cose che Moa ha, insieme all’originalità, considerati gli standard genovesi.

Sono una snob? sono ricca? no, mi piacciono le cose buone. E secondo me l’aragosta è una di quelle.  In passato fu considerato cibo per poveri, consumato anche dai galeotti. E non veniva somministrato per più di una volta alla settimana, perché ritenuto crudele, come costringere a mangiare topi.

All’aragosta ha dedicato un capitolo del suo Considera l’aragosta Edgar Foster Wallace, scritto  in seguito a una visita dell’autore all’annuale Fiera dell’aragosta nel Maine dove, già lo so,  mi troverei a mio agio.

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E sempre all’aragosta è dedicata un’opera surrealista di Salvador Dalì, il Telefono Aragosta,  realizzato in collaborazione con l’amico del pittore e suo mecenate Edward James. Nella sua versione bianca è stato venduto nel 2016 ad un’asta di Christie’s per 850.000 sterline.

Come scrisse Dalí nella sua autobiografia “La mia vita segreta”: “Perché, quando chiedo un’aragosta all’americana in un ristorante, non mi portano mai un telefono alla griglia? E perché lo champagne viene sempre servito ghiacciato, mentre i telefoni,  sempre tiepidi e sgradevolmente appiccicosi, non sono mai serviti in un bel secchiello, appannato e velato di ghiaccio?” …… “Telefono frappé, telefono alla menta, telefono afrodisiaco, telefono all’aragosta, telefono drappeggiato nel visone,  per i boudoir delle sirene dalle unghie fasciate d’ermellino, telefono alla Edgar Allan Poe, con un topo morto nascosto dentro, telefono alla Böcklin, installato in un cipresso…telefono al guinzaglio, ma capacissimo di passeggiare da solo, telefono applicato  sul dorso di una tartaruga viva …telefoni…telefoni…telefoni…

Elsa Schiaparelli, la stilista che collaborò con Dalí a vari progetti, creò un abito da sera che presentava un’aragosta stampata lungo il davanti della gonna, con la coda strategicamente posizionata all’altezza del bacino. Fu  indossato da Wallis Warfield Simpson in una serie di fotografie di Cecil Beaton, scattate poco prima del matrimonio di Wallis con Edoardo VIII.

Nel 2010 Dree, la pronipote di Hemingway, è stata fotografata mentre indossa una maschera aragosta da Richard Burbridge per Vogue Italia.

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John Derian, specialista in decoupage si fa per dire, based in new York,  ha realizzato una serie di piatti e  vassoi a tema aragosta. Piuttosto cari, naturalmente.

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Perfetti però per creare l’illusione di stare celebrando qualcosa di veramente esclusivo anche  in assenza della materia prima. Un valido aiuto lo può fornire Rita Konig, interior designer inglese e guru del ricevere moderno, per la quale molto sta nel saper creare l’atmosfera,  nel modo i cui si presenta il cibo, per fare della casa in cui si vive il paradiso che si è sempre sognato. Per imparare i  modi in cui viziarsi.

Come ho fatto io, concedendomi in una giornata fredda e carica di pensieri, una vellutata d’aragosta calda e morbida. Come un pullover di cashmere.

 

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Elogio del silenzio

Invecchio. Me lo dice la data di nascita. Me lo dicono i ricordi. Me lo dice il corpo. Me lo dicono i sentimenti, il carattere. Sono diventata più indulgente, sorrido di più, non mi chiedo più “sono felice?”. Mi sento serena, nonostante le fatiche, le preoccupazioni, le perdite. Mi circondo delle persone che amo, gli altri sono solo comparse nella recita quotidiana che la vita ci impone. Adoro stare in casa, la mia. Non so se sia bella, ho lavorato soprattutto per renderla accogliente. Per me, per chi la frequenta. Un “eagle’s nest” dove comunque trovano spazio le parole: pronunciate, ascoltate, lette. E amo sempre di più il silenzio, sempre meno presente nelle nostre vite.  Non c’è esercizio commerciale dove la musica, spesso martellante,  non sia tenuta ad alto volume.  Ho chiesto il perché al commesso di un negozio di abbigliamento : è imposta dalla direzione perché, aumentando l’adrenalina, tiene alto il rendimento di chi ci lavora. Aumenta la performance, come si dice oggi. Io da quel negozio sono fuggita, distratta da quel baccano che mi impediva di ragionare. Detesto le urla, le tavolate al ristorante, gli schiammazzi notturni, la gente che si attarda la notte sotto le finestre a chiaccherare. Non solo rumore. Maleducazione e inciviltà, le prime cause. Se c’è una cosa che il tempo non mi ha tolto è l’udito. Direi anzi che col passare del tempo mi è migliorato. Ho cambiato la sveglia perché il ticchettio mi batteva in testa e percepisco rumori impercettibili ad altri.

Sarà per tutte queste ragioni, e molte altre, che ho evitato di elencare per non passare per folle, che ho acquistato Elogio del silenzio di John Biguenet pubblicato da Il Saggiatore.

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Cos’è il silenzio? Per l’Autore un servo del potere,  una bugia,  una punizione, la voce di Dio, l’arma finale del terrorista,un bene di lusso,  la ragione della tortura.  Infine,  un oggetto che entrambi facciamo e non riconosciamo. Qualcosa da temere o da desiderare, in un mondo caratterizzato dal rumore?

Sono tante le citazioni tratte ad esempio da Twain, Poe, Foucault, Kafka, Cechov, Shakespeare, Sterne. Nel capitolo intitolato Il silenzio delle fotografie cita Dessau di Henry Cartier Bresson che ritrae una donna belga, ex prigioniera di un campo di concentramento, mentre denuncia furiosa la presenza di un’informatrice della Gestapo che aveva finto di essere anche lei una rifugiata.

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Nel capitolo più personale e più perspicace del libro, Biguenet parla di come ha cercato, ma non riuscì a trovare il silenzio sulla scia del disastro dell’uragano Katrina dopo che lui e la sua famiglia dovettero fuggire dalla sua casa a New Orleans. Biguenet parla di come ha scoperto di non riuscire a leggere. Le circostanze catastrofiche in cui si trovava lo rendevano incapace di spegnersi, di mettere a tacere abbastanza della sua coscienza per dedicare l’energia mentale necessaria alla lettura. La lettura richiede la capacità di mettere a tacere se stessi.

Alla fine del libro, Biguenet si interroga sul futuro del silenzio.  Mentre scrive tra il rumore e il trambusto, mentre descrive il “ronzio” del mondo moderno  legge l’articolo di Leslie Allen “Drifting in Static” apparso su National Geographic d sulle balene e su come le navi di passaggio interrompano la loro capacità di comunicare tra loro. Il loro “silenzio” è rotto. Sono condannate alla solititudine.

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Quindi, siamo lasciati a considerare come il silenzio o la mancanza di essi impatti non solo noi, ma l’intero ecosistema che ci circonda. È un ricordo commovente che nel mondo moderno, con il suo ritmo frenetico e il rumore sempre presente, a volte ciò di cui abbiamo più bisogno è l’unica cosa che non riusciamo ad ottenere.

Un utopia che, nell’inseguirla, ci costringe a prenderci cura di noi stessi. Un lusso, per sfuggire al rumore del mondo.

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Madame Bovary? Ce n’est pas moi

E’ uscito il nuovo numero de Il Colphon dal titolo Madame Bovary c’est moi!

Nel suo editoriale il direttore Michele Marziani scrive a proposito della scelta del tema

Tributo a Gustave Flaubert uno degli scrittori francesi che amo di più, ricordo della ragazza dai capelli neri che sognava di guidare i treni e piccolo viaggio nella Francia letteraria che forse si frequenta sempre meno. Ogni lingua vive e declina assieme al proprio impero. Oggi l’inglese è l’idioma imperante della lettura, seppur tradotto. Ma noi tutti siamo cresciuti con qualche libro francese tra le mani. E alcuni restano dei capolavori assoluti. Come dimenticare le notti rabbiose a leggere Cèline? O il periodo della guerra ai brufoli in compagnia di André Gide?

Ecco, a me non sarebbe mai venuto in mente. Per questo ho usato la negazione nel titolo di questo mio post. Perché io la passione per la letteratura francese non ce l’ho. Neppure per la Francia, come spiego nel mio articolo che trovate qui Una certa idea della Francia, citando De Gaulle

Je suis desolé? comme çi comme ça…

 

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