Scrittrici americane di racconti: le mie preferite

E’ il mio articolo uscito nel primo numero del 2017 della rivista Il Colophon, numero monografico dal titolo Per brevità chiamato artista. Scrivo dei racconti che ho amato, che hanno curato il mio cuore. Sono lucidi spesso spietati, sempre ironici. Perchè ci sono mali che non si curano con gli antibiotici, per i quali la ricerca del rimedio è sempre aperta.

Non ci sono cure per la curiosità

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A Ferramonti per ricordare. Anche Isacco, che non c’è più

Mi assento. Vado a Tarsia per partecipare alle iniziative per il Giorno della Memoria. Andrò a raccontare delle mie ricerche e ricordare Iso che il 13 gennaio ha smesso di vivere. Avrebbe compiuto 103 anni a febbraio il “mio Iso”. Una vita lunghissima, che ha saputo vivere appieno.

Su di lui e il suo internamento nel Campo di Internamonti avevo scritto in Erano studenti, erano erranti. Erano ebrei

L’articolo è stato ripreso e tradotto in inglese, tedesco e ungherese da Poesie del fiume Wang

Questo è il programma delle  iniziative che si svolgeranno a Tarsia nei prossimi giorni

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Iso, con fisarmonica

Contemporaneamente a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, giovedì 26 gennaio alle ore 20.30 si svolgerà il concerto “Serata Colorata”.  Serata Colorata rievoca le musiche composte e suonate dai musicisti internati a Ferramonti, in Calabria, uno dei più grandi campi fascisti della Seconda Guerra Mondiale, Nonostante le condizioni di privazione estrema, ferveva l’attività artistica, tra cui i concerti definiti “Bunter Abend” (Serata Colorata), vivaci intrattenimenti in una baracca adibita a sala concerti. Una storia eccezionale di cui si sono quasi perse le tracce, che torna a vivere grazie all’imponente lavoro di recupero e ricerca musicale di Raffaele Deluca, musicista e musicologo del Conservatorio di Musica “G. Verdi” di Milano e che sarà narrata da Peppe Servillo.

La musica di Ferramonti è una pagina di enorme interesse nella storia del nostro Paese. Da un lato le privazioni, la cupezza, gli stenti, il caldo di un’area infestata dalla malaria. Dall’altro la generosità della popolazione locale e delle guardie, e l’esistenza di una ricca vita musicale.

Ricordare Ferramonti nel Giorno della Memoria è un monito contro ogni forma di persecuzione, e un modo per rendere omaggio alla forza d’animo, alla creatività, al coraggio di quanti riuscirono a mantenere intatta la dignità, il desiderio di cultura e la forza del sogno,  ricordando le persone che si prodigarono per aiutare gli internati.

Il concerto verrà trasmesso in diretta da Rai5.

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Come ho svuotato la casa dei miei genitori

Capita a tutti, sperabilmente, prima o poi ( lo sperabilmente si riferisce al fatto che è nella natura delle cose che i genitori muoiano dei propri figli). Capita quando dei due genitori non ne rimane nessuno e sparendo portano via con sè una parte di noi, la nostra infanzia.Rimangono pietà e incredulità, ma anche  rabbia e sensi di colpa che spesso non si ha il coraggio di confessare.E case da svuotare, colme di oggetti. Già il verbo svuotare evoca sentimenti negativi e aumenta il senso di perdita che è definitiva, irreversibile. Significa togliere e disperdere i segni stessi della loro vita. Senza pudore, con indiscrezione mettere mano ai cassetti, le lettere, i documenti. Quasi un sacrilegio, una profanazione. Liberare il cuore dalle incomprensioni, dalle liti, dall’aver cercato di piacere a chi non ha più nulla da rimproverare. Entrare in possesso, per legge, di oggetti spesso desiderati e mai ricevuti in dono che a quel punto  non vogliamo più perchè ci parlano di un’assenza. Scoprire cose che ignoravamo anche se fanno parte della nostra storia che è scritta nelle vite dei nostri genitori. Perchè vi parlo di tutto questo? e poi perchè proprio ad inizio d’anno? non era meglio concentrarsi sulla vita piuttosto che sulla morte?

come-ho-svuotato-la-casa-dei-miei-genitoriVe ne parlo perché tutto questo, e molto altro, è racccontato con onestà e semplicità in un librino dal titolo, appunto, Come ho svuotato la casa dei miei genitori, scritto da Lydia Frem, psicanalista e fotografa, pubblicato in Italia da Archinto. Perchè ci insegna a separarci da ciò che è ingombrante, e a farlo con gioia, celebrando così la vittoria della vita sulla morte. Perchè gli oggetti hanno molte vite, se noi scegliamo di essere generosi, se li regaliamo a ragion veduta, perché le case non sono elastiche e loro sono fatti per circolare, anche dopo di noi. Se scegliamo di non affidare lo “svuotamento” agli svuota-soffitte che l’Autrice definisce abili predatori nelle cui mani vecchi telefoni, dischi in vinile, guide turistiche ormai quasi storiche, componibili bassi, piatti dal design scandinavo, pouf rotondi, gioielli, abiti peace and love venuti dall’India, magnetofoni, bicchieri da vodka e da whisky, fornellini da campeggio, borsoni da spiaggia, cinturini da orologio senza orologio, tutte le epoche che si mescolano nelle case e nelle soffitte, diventano fonte di reddito, rivenduti a peso d’oro ad acquirenti postmoderni.

Regalare con slancio, far incontrare le cose e le persone, dare per ricevere, trasformare l’eredità in molteplici doni: non solo oggetti ma insieme a loro sicurezza, fiducia. Lasciare che siano ad altri ad andare via carichi, per sentirsi leggeri. Perchè c’è un tempo per tutto , uno per la sofferenza e uno per la gioia.

Di oggetti, famiglia e altro di simile ho già scritto qui

Cianfrusaglie in eredità

Di mercatini e oggetti e sogni: le cianfrusaglie della vita

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Tornano i “rever”oni nelle giacche da uomo. Tornerà anche Lapo?

Come si vestirà l’uomo nell’inverno 2017/2018? l’uomo formale intendo…

Pare, stando a Pitti, che la giacca si allungherà, i rever saranno a lancia grande,  come simbolo sartoriale per contrasto con quello piccolo modaiolo. Si consoliderà la presenza di piccoli dettagli come l’ormai “immancabile” bouttonier, un fiore all’occhiello interpretato da piccole spille in varie forme. Meno trendy più dandy perciò. Perchè, pare, che nella moda come nella vita, ci sia voglia di sobrietà chic.

Fin qui le previsioni. E forse i sogni perchè nella realtà le famiglie mantengono contenuta la spesa per vestiario e calzature. Riflesso delle vendite ridotte è il saldo negativo tra aperture e chiusure di negozi di vestiario e calzature. Quindi la sobrietà parrebbe forzata, più che desiderata…

Che poi dove sarà la novità? nella monda corsi e ricorsi esistono da sempre. Avete presente i motivi floreali, il dolcevitaIl tailleur , il maculato .

E comunque meglio i ritorni piuttosto che certe novità: qualcuno si ricorda il menaissance ?

Di tutti i ritorni, in tema di reveroni, quello che auspico più di tutti è  quello di Lapo , che riguardo al futuro così si  espresse

Il futuro è comodo, piccolo. Non grande e burino

Più sobrio e chic di così…

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Appunti sul mio futuro

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“Il futuro non esiste, il futuro va creato”. Lo diceva Zygmunt Bauman,  il filosofo della società liquida, per intenderci. Quindi dimenticatevi il caso, la fortuna. E la sua società è talmente liquida che,  sostiene anche,  il caos, e quindi il caso, sembrano governare il nostro mondo. Nel senso che tutte le certezze appaiono crollare. O sono già crollate.   Anche se “chi ha perso si consola con la speranza di vincere la prossima volta, mentre la gioia del vincitore è offuscata dal presentimento della perdita. Per entrambi, la libertà significa che nulla è stabilito in modo permanente e che la ruota della fortuna può ancora girare”.

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E allora? come affrontare il nuovo anno? Io eternamente in bilico tra “ragione e sentimento”  tengo a portata di mano il suo “L’arte della vita”. E butto un occhio su “La fortuna”, tarocco di Lele Luzzati. Soprattutto come antidepressivo, nei momenti bui che sono certa verranno. In questo nuovo anno che ancora deve venire e che già si sa, nel bene e nel male…passerà!

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Neve. Una magnifica ossessione

Amo la neve. Ho un atteggiamento infantile a riguardo, forse. Guardo le immagini che arrivano da altre parti dell’Italia e rosico.   Ne subisco la fascinazione:  la danza dei fiocchi che cadono,  il silenzio, il mondo che si trasforma,  e la lentezza che ne consegue. Se poi penso alle 5000 fotografie di 5000 diversi fiocchi di neve scattate da Wilson A. Bentley, un contadino autodidatta del Vermont nel 1885, allora l’incanto è totale. Sono miracoli di bellezza scrisse in Snow Crystals, il libro che pubblicò nel 1931. E ogni cristallo è un miracolo di design perduto per sempre ogni qualvolta un fiocco di neve si scioglie.

stacks-image-2b52a68-888x1200Non lo confesso mai apertamente se mi trovo a tu per tu. Ma qui lo posso fare. Comprerò perciò Snow di Marcus Sedwick, pubblicato dalla piccola casa editrice inglese Little Toller che edita libri sulla natura e il paesaggio.. Un libro di ricordi legati alla neve, dedicato all’analisi del dualismo che la neve esprime perchè rende le cose uguali alle altre e diverse da se stesse, alla perfezione dei signoli fiocchi di neve, ognuno dei quali cade in modo diverso. Neve come purezza, come sogno, come spaesamento, ma anche illuminazione perché ci induce al raccoglimento, come stimolo all’immaginazione perché ci prospetta pagine bianche. Capace di  ridisegnare il paesaggio, in una prospettiva di lunga data anche la terra stessa.

Dopo aver viaggiato in molti paesi nordici, Marcus ha finito per stabilirsi con la moglie  in Alta Savoia. E solo qui ha capito cosa significhi vivere in luoghi dove la neve stabilisce i ritmi e i confini della vita. E il rapporto con la neve, che è personale e universale allo stesso tempo. Riflettendo sulle nevicate della sua infanzia, finisce per ragionare sui cambiamenti climatici e col chiedersi se la neve rimarrà solo un ricordo.

Cosa che ovviamente non vorrei…

 

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Cartoline di Natale racapriccianti

La moda delle cartoline di Natale fu introdotta nel Regno Unito nel 1843 da Henry Cole, un funzionario del Servizio Postale che cercava un modo per diffonderne l’uso tra la gente comune. Insieme all’amico disegntore John Horsley ideò la prima cartolina che venne stampata in 1000 esemplari. Raffigurava ai lati persone che si prendono cura dei poveri e al centro una famiglia che consumava un abbondante pranzo di Natale. Fu molto criticata perché ritraeva un bambino a cui veniva dato da bere del vino.

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L’uso di spedire cartoline fu favorito dalla diminuzione del costo dei francobolli dovuta alla costruzione di nuove linee feroviarie e alla riduzione nei tempi di consegna. Questa abitudine fu esportata in tutta Europa e divenne popolare soprattutto in Germania.

Le prime cartoline rappresentavano la Natività poi divenne molto comune l’immagine del pettirosso (robin in inglese) e dei paessaggi imbiancati di neve. I postini erano soprannominati Pettirossi per via delle loro divise rosse e le scene invernali erano molto popolari perchè ricordavano il terribile inverno del 1836.

Dall’Europa si diffusero negli USA soprattutto grazie a Luis Prang, uno stampatore di origini tedesche, che iniziò la produzione in serie favorendone la diminuzione del costo. Le sue prime cartoline riproducevano piante, fiori e bambini.

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Nel 1915  John C. Hall, insieme a due dei suoi fratelli, fondarono la Hallmark Cards che esiste ancora.

Ora che vi ho raccontato tutto questo dimenticate le cartoline idilliache raffiguranti gnomi, bambini felici, meravigliosi alberi e Babbi Natale. Riuscite ad immaginarne di racapriccianti? o meglio, vi verrebbe mai in mente di crearne o spedirne alcune? neppure al nostro peggior nemico….

Eppure in epoca Vittoriana le “creepy postcards” erano molto comuni. Se volete un appellativo meno crudele chiamatele surreali. Raffigurano bambini bolliti, uomini di neve che si stanno sciogliendo, radici o vegetali che camminano, crimini, bambini terrorizzati inseguiti da calabroni, un uomo sbranato da un orso polare.

victorianxmas12I Vittoriani avevano un’idea diversa del Natale – non propriamente cristiana. Era semplicemente un periodo in cui essere di buon umore. Dal nostro punto di vista, a volerle vedere positivamente si potrebbero considerare un mezzo per fare critica sociale. Ma ci sono così tante occasione per farlo, praticamente ogni giorno perciò…

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La magia del Presepe e un piccolo libro da regalare…

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Sorvolo sulla tradizione presepiale Napoletana che peraltro è ben riassunta in questo piccolo libro pubblicato da Feltrinelli nel 2011 e che mantiene inalterata la sua bellezza e attualità. Consideratelo un piccolo suggerimento per un regalo a chi ama il Presepe.

E’ la storia di una tradizione tramandata dalla fine del ‘700 sino ai nostri giorni, attraverso la vita di persone umilissime che hanno ricevuto in dono una straordinaria abilità nello scolpire, forse nel “sentire” tanto da realizzare statue di struggente bellezza. Bellezza che rimarrà intatta attraverso i secoli, soppravvivendo alle guerre e alla povertà.

E’ un breve romanzo che è storico ed estetico allo stesso tempo, intelligente e ricercato. Insomma un piccolo tesoro da leggere e rileggere, anche durante il corso dell’anno per rinnovare la magia e il mistero del Natale.

Di Presepe ho già scritto qui:

Mi piace il Presepe

La Turchia e le Turcherie: c’era una volta…e a Genova c’è ancora

Cartoline da Genova

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Lapo e Le mille luci di New York

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Comunque vada io sto con Lapo.  Mi fa una gran tristezza e malinconia nonostante viva a colori.   “Non essendomi figlio a me”, direbbero a Napoli perché se fosse figlio…Ieri  sera, Mr Tower ed io, ci siamo addormentanti avendo lui come ultimo pensiero. Una grana, ci siamo detti, se la famiglia arriva al punto di denunciarlo alla Polizia. Si ma la famiglia non è tutta “agnelli” come sembra, a partire dal nonno che era solo meno maldestro. Gli fecero il favore di far sparire la 17enne di buona famiglia che era in macchina con lui quando ebbe un incidente, provocò la morte di due macellai e si ruppe un femore con conseguente menomazione permanente: era il 1952, ma il resto delle sue scappatelle e vizi privati sono note a tutti. Le beghe per l’eredità tra la madre di Lapo e il resto della famiglia sono cronache più recenti. E anche il non rapporto di Lapo con lei, la mail che lei gli ha scritto attraverso i giornali e alla quale lui ha risposto “Goodluck Wish You All the  Best. Lapo. :-)”. Mettici anche il suicidio dello zio Edoardo che non ce l’ha a fatta a vivere da Agnelli e il quadro è presto fatto.

le-milleluci-di-new-york-narrativa-straniera-jaySarà un caso ma proprio in questi giorni ho riletto dopo anni Le mille luci di New York di Jay McInerney. E’ uscito nel 1984, può darsi che a molti di voi sia sfuggito. Lapo potrebbe essere tra questi, essendo nato nel 1977.

L’ho ripreso perchè ho da poco finito La luce dei giorni, che è il terzo volume di una trilogia dello stesso autore, e che ho trovato bellissimo.

Del protagonista si ignora il nome, ma è un dettaglio. Ciò che conta è il racconto della sua discesa verso gli inferi a causa della droga usata per superare il dolore per la perdita dell’amore, la conseguente perdita del lavoro e tutto il peggio che ne può derivare.

Il libro si apre con una citazione da Fiesta di Hemingway:

“Come hai fatto ad andare in rovina?”, chiese Bill

“In due modi,” rispose Mike, “gradatamente prima, e poi di colpo”.

e il  primo capitolo ha un titolo eloquente: Sono le sei del mattino: hai idea di dove sei? Il protagonista si trova in un locale notturno, non ha saputo fermarsi, è “andato oltre su una coda di cometa di polvere bianca” e sta cercando di cavalcarla. Il suo cervello “è uno schieramento di soldatini boliviani. Sono stanchi e infangati per la marcia lungo attraverso la notte. Hanno i buchi nelle scarpe, hanno fame. Hanno bisogno di sostentamento,  di un po’ di Tiramisu Nazionale”.

Seguono altri 9 capitoli prima di arrivare a quello conclusivo, intitolato: Come ti va. E’ quello in cui si percepisce che la vita del protagonista evolverà. E’ di nuovo l’alba, il protagonista vaga per le vie della città senza avere la forza di arrivare a casa. Gli cola il sangue dal naso per la troppa cocaina tirata ma gli arriva comunque il profumo di pane fresco. E’ domenica mattina, vede un panettiere che porta via sacchi pieni di panini per permettere alla gente normale di avere pane fresco sulla tavola della colazione. Si rende conto di non toccare cibo da tre giorni e il profumo del pane gli riempe il cuore di tenerezza. Gli ricorda una mattina in cui era arrivato a casa dal college, dopo aver guidato tutta la notte. La madre in cucina stava cuocendo il pane, anche per occupare il tempo libero che le rimaneva mentre i figli “prendevano il volo”. Si erano seduti a chiaccherare e il pane era bruciato, ma ne avevano mangiato comunque un po’. Era bruciato fuori, ma caldo ed umido dentro. Lui era sempre stato orgoglioso di questa madre che aveva mantenuto una sua identità, “che non si era mai sottomessa alla tirannia della cucina”. Si avvicina, chiede un panino in cambio dei suoi occhiali da sole. Il panettiere li prova, li tiene e gli da un sacco di panini. Ne addenta uno ma il primo boccone gli si ferma in gola, e lo fa quasi vomitare. Capisce di dover andar piano, di dover imparare tutto daccapo.

Ora, se qualcuno di quelli che mi leggono conosce Lapo o se ce ne fossero alcuni tra quelli che mi leggono del tutto casualmente  ditegli di leggerlo, dite che glielo ha consigliato una mamma bibliotecaria, che leggendolo ha pensato a lui: anche nel libro il protagonista l’ultima serata da dannato la trascorre proprio con un trans. Gli vorrei  che ci sono sempre nuove albe per ricominciare, occhiali da cui ripartire.

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Metaforici  sacchi di panini in cui immergere il naso, profumi di casa da ricordare, che non siano gli abiti del nonno. Anche se ho il sospetto che di casa non ne abbia mai avuta una, di casa vera intendo …dove ti aspetta una mamma, magari maldestra ai fornelli, ma capace di ascoltare.

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Sleepy Hollow. A Kalachi, in Kazakhstan, la leggenda è realtà

Detesto Halloween, e tutto quello che ne consegue. Ma questa storia che vi racconto, che storia non è,  merita la citazione.

Sleepy Hollow, si sa, nel passato più recente, è nota per essere una serie televisiva andata in onda sulla Fox. E’ a sua volta ispirata a La leggenda di Sleepy Hollow di Washington Irving.

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The Headless Horseman Pursuing Ichabod Crane, John Quidor (1858)

E Sleepy Hollow è il nome con cui, a partire dal 2013, è stato rinominato il villaggio di Kalachi. Kalachi è un villaggio del Kazakhstan, 600 abitanti all’incirca, dove soprattutto bambini ed anziani cadevano  addormentati. Accadeva un po’ ovunque: a scuola, per strada, a casa. Nessun espediente riusciva a svegliarli. Erano frequenti anche casi di allucinazione nei bambini e forte eccitazione sessuale negli uomini. I racconti dei protagonisti riportano di fatti a tratti surreali ma in molti si era diffusa l’opinione di venire  deliberatamente avvelenati per costringerli ad abbandonare quei luoghi.

Dopo tre anni di ricerche si è finalmente capito a che cosa tutto questo era dovuto: alle esalazioni provenienti da una miniera di uranio abbandonata nella città di Krasnogorsk, che dista poche centinaia di km da Kalachi.

Gli abitanti del villaggio e di Krasnogorsk sono stati trasferiti in altre zone mentre quattro famiglie hanno preferito tornare piuttosto di vivere nei palazzi abbandonati dell’era postsovietica.

Palazzi abbandonati che sono una delle caratteristiche dei paesaggi del Caucaso e che abbiamo visto nei nostri attraversamenti dell’Azerbaijan e dell’Armenia: città nate intorno a grandi fabbriche ormai in disuso e conseguente spopolamento. E povertà.

E pensare che a 450 km da Kalachi,  Astana, la capitale del Kazakhstan, ha un aspetto futuristico grazie agli edifici progettati dall’architetto giapponese Kisho Kurokawa, come provano le foto scattate da Mr Tower poco più di due settimane fa. E dove pare si realizzino i sogni, non le allucinazioni portate dall’inquinamento…

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