A Ferramonti per ricordare. Anche Isacco, che non c’è più

Mi assento. Vado a Tarsia per partecipare alle iniziative per il Giorno della Memoria. Andrò a raccontare delle mie ricerche e ricordare Iso che il 13 gennaio ha smesso di vivere. Avrebbe compiuto 103 anni a febbraio il “mio Iso”. Una vita lunghissima, che ha saputo vivere appieno.

Su di lui e il suo internamento nel Campo di Internamonti avevo scritto in Erano studenti, erano erranti. Erano ebrei

L’articolo è stato ripreso e tradotto in inglese, tedesco e ungherese da Poesie del fiume Wang

Questo è il programma delle  iniziative che si svolgeranno a Tarsia nei prossimi giorni

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Iso, con fisarmonica

Contemporaneamente a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, giovedì 26 gennaio alle ore 20.30 si svolgerà il concerto “Serata Colorata”.  Serata Colorata rievoca le musiche composte e suonate dai musicisti internati a Ferramonti, in Calabria, uno dei più grandi campi fascisti della Seconda Guerra Mondiale, Nonostante le condizioni di privazione estrema, ferveva l’attività artistica, tra cui i concerti definiti “Bunter Abend” (Serata Colorata), vivaci intrattenimenti in una baracca adibita a sala concerti. Una storia eccezionale di cui si sono quasi perse le tracce, che torna a vivere grazie all’imponente lavoro di recupero e ricerca musicale di Raffaele Deluca, musicista e musicologo del Conservatorio di Musica “G. Verdi” di Milano e che sarà narrata da Peppe Servillo.

La musica di Ferramonti è una pagina di enorme interesse nella storia del nostro Paese. Da un lato le privazioni, la cupezza, gli stenti, il caldo di un’area infestata dalla malaria. Dall’altro la generosità della popolazione locale e delle guardie, e l’esistenza di una ricca vita musicale.

Ricordare Ferramonti nel Giorno della Memoria è un monito contro ogni forma di persecuzione, e un modo per rendere omaggio alla forza d’animo, alla creatività, al coraggio di quanti riuscirono a mantenere intatta la dignità, il desiderio di cultura e la forza del sogno,  ricordando le persone che si prodigarono per aiutare gli internati.

Il concerto verrà trasmesso in diretta da Rai5.

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Come ho svuotato la casa dei miei genitori

Capita a tutti, sperabilmente, prima o poi ( lo sperabilmente si riferisce al fatto che è nella natura delle cose che i genitori muoiano dei propri figli). Capita quando dei due genitori non ne rimane nessuno e sparendo portano via con sè una parte di noi, la nostra infanzia.Rimangono pietà e incredulità, ma anche  rabbia e sensi di colpa che spesso non si ha il coraggio di confessare.E case da svuotare, colme di oggetti. Già il verbo svuotare evoca sentimenti negativi e aumenta il senso di perdita che è definitiva, irreversibile. Significa togliere e disperdere i segni stessi della loro vita. Senza pudore, con indiscrezione mettere mano ai cassetti, le lettere, i documenti. Quasi un sacrilegio, una profanazione. Liberare il cuore dalle incomprensioni, dalle liti, dall’aver cercato di piacere a chi non ha più nulla da rimproverare. Entrare in possesso, per legge, di oggetti spesso desiderati e mai ricevuti in dono che a quel punto  non vogliamo più perchè ci parlano di un’assenza. Scoprire cose che ignoravamo anche se fanno parte della nostra storia che è scritta nelle vite dei nostri genitori. Perchè vi parlo di tutto questo? e poi perchè proprio ad inizio d’anno? non era meglio concentrarsi sulla vita piuttosto che sulla morte?

come-ho-svuotato-la-casa-dei-miei-genitoriVe ne parlo perché tutto questo, e molto altro, è racccontato con onestà e semplicità in un librino dal titolo, appunto, Come ho svuotato la casa dei miei genitori, scritto da Lydia Frem, psicanalista e fotografa, pubblicato in Italia da Archinto. Perchè ci insegna a separarci da ciò che è ingombrante, e a farlo con gioia, celebrando così la vittoria della vita sulla morte. Perchè gli oggetti hanno molte vite, se noi scegliamo di essere generosi, se li regaliamo a ragion veduta, perché le case non sono elastiche e loro sono fatti per circolare, anche dopo di noi. Se scegliamo di non affidare lo “svuotamento” agli svuota-soffitte che l’Autrice definisce abili predatori nelle cui mani vecchi telefoni, dischi in vinile, guide turistiche ormai quasi storiche, componibili bassi, piatti dal design scandinavo, pouf rotondi, gioielli, abiti peace and love venuti dall’India, magnetofoni, bicchieri da vodka e da whisky, fornellini da campeggio, borsoni da spiaggia, cinturini da orologio senza orologio, tutte le epoche che si mescolano nelle case e nelle soffitte, diventano fonte di reddito, rivenduti a peso d’oro ad acquirenti postmoderni.

Regalare con slancio, far incontrare le cose e le persone, dare per ricevere, trasformare l’eredità in molteplici doni: non solo oggetti ma insieme a loro sicurezza, fiducia. Lasciare che siano ad altri ad andare via carichi, per sentirsi leggeri. Perchè c’è un tempo per tutto , uno per la sofferenza e uno per la gioia.

Di oggetti, famiglia e altro di simile ho già scritto qui

Cianfrusaglie in eredità

Di mercatini e oggetti e sogni: le cianfrusaglie della vita

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Tornano i “rever”oni nelle giacche da uomo. Tornerà anche Lapo?

Come si vestirà l’uomo nell’inverno 2017/2018? l’uomo formale intendo…

Pare, stando a Pitti, che la giacca si allungherà, i rever saranno a lancia grande,  come simbolo sartoriale per contrasto con quello piccolo modaiolo. Si consoliderà la presenza di piccoli dettagli come l’ormai “immancabile” bouttonier, un fiore all’occhiello interpretato da piccole spille in varie forme. Meno trendy più dandy perciò. Perchè, pare, che nella moda come nella vita, ci sia voglia di sobrietà chic.

Fin qui le previsioni. E forse i sogni perchè nella realtà le famiglie mantengono contenuta la spesa per vestiario e calzature. Riflesso delle vendite ridotte è il saldo negativo tra aperture e chiusure di negozi di vestiario e calzature. Quindi la sobrietà parrebbe forzata, più che desiderata…

Che poi dove sarà la novità? nella monda corsi e ricorsi esistono da sempre. Avete presente i motivi floreali, il dolcevitaIl tailleur , il maculato .

E comunque meglio i ritorni piuttosto che certe novità: qualcuno si ricorda il menaissance ?

Di tutti i ritorni, in tema di reveroni, quello che auspico più di tutti è  quello di Lapo , che riguardo al futuro così si  espresse

Il futuro è comodo, piccolo. Non grande e burino

Più sobrio e chic di così…

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Appunti sul mio futuro

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“Il futuro non esiste, il futuro va creato”. Lo diceva Zygmunt Bauman,  il filosofo della società liquida, per intenderci. Quindi dimenticatevi il caso, la fortuna. E la sua società è talmente liquida che,  sostiene anche,  il caos, e quindi il caso, sembrano governare il nostro mondo. Nel senso che tutte le certezze appaiono crollare. O sono già crollate.   Anche se “chi ha perso si consola con la speranza di vincere la prossima volta, mentre la gioia del vincitore è offuscata dal presentimento della perdita. Per entrambi, la libertà significa che nulla è stabilito in modo permanente e che la ruota della fortuna può ancora girare”.

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E allora? come affrontare il nuovo anno? Io eternamente in bilico tra “ragione e sentimento”  tengo a portata di mano il suo “L’arte della vita”. E butto un occhio su “La fortuna”, tarocco di Lele Luzzati. Soprattutto come antidepressivo, nei momenti bui che sono certa verranno. In questo nuovo anno che ancora deve venire e che già si sa, nel bene e nel male…passerà!

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Neve. Una magnifica ossessione

Amo la neve. Ho un atteggiamento infantile a riguardo, forse. Guardo le immagini che arrivano da altre parti dell’Italia e rosico.   Ne subisco la fascinazione:  la danza dei fiocchi che cadono,  il silenzio, il mondo che si trasforma,  e la lentezza che ne consegue. Se poi penso alle 5000 fotografie di 5000 diversi fiocchi di neve scattate da Wilson A. Bentley, un contadino autodidatta del Vermont nel 1885, allora l’incanto è totale. Sono miracoli di bellezza scrisse in Snow Crystals, il libro che pubblicò nel 1931. E ogni cristallo è un miracolo di design perduto per sempre ogni qualvolta un fiocco di neve si scioglie.

stacks-image-2b52a68-888x1200Non lo confesso mai apertamente se mi trovo a tu per tu. Ma qui lo posso fare. Comprerò perciò Snow di Marcus Sedwick, pubblicato dalla piccola casa editrice inglese Little Toller che edita libri sulla natura e il paesaggio.. Un libro di ricordi legati alla neve, dedicato all’analisi del dualismo che la neve esprime perchè rende le cose uguali alle altre e diverse da se stesse, alla perfezione dei signoli fiocchi di neve, ognuno dei quali cade in modo diverso. Neve come purezza, come sogno, come spaesamento, ma anche illuminazione perché ci induce al raccoglimento, come stimolo all’immaginazione perché ci prospetta pagine bianche. Capace di  ridisegnare il paesaggio, in una prospettiva di lunga data anche la terra stessa.

Dopo aver viaggiato in molti paesi nordici, Marcus ha finito per stabilirsi con la moglie  in Alta Savoia. E solo qui ha capito cosa significhi vivere in luoghi dove la neve stabilisce i ritmi e i confini della vita. E il rapporto con la neve, che è personale e universale allo stesso tempo. Riflettendo sulle nevicate della sua infanzia, finisce per ragionare sui cambiamenti climatici e col chiedersi se la neve rimarrà solo un ricordo.

Cosa che ovviamente non vorrei…

 

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Cartoline di Natale racapriccianti

La moda delle cartoline di Natale fu introdotta nel Regno Unito nel 1843 da Henry Cole, un funzionario del Servizio Postale che cercava un modo per diffonderne l’uso tra la gente comune. Insieme all’amico disegntore John Horsley ideò la prima cartolina che venne stampata in 1000 esemplari. Raffigurava ai lati persone che si prendono cura dei poveri e al centro una famiglia che consumava un abbondante pranzo di Natale. Fu molto criticata perché ritraeva un bambino a cui veniva dato da bere del vino.

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L’uso di spedire cartoline fu favorito dalla diminuzione del costo dei francobolli dovuta alla costruzione di nuove linee feroviarie e alla riduzione nei tempi di consegna. Questa abitudine fu esportata in tutta Europa e divenne popolare soprattutto in Germania.

Le prime cartoline rappresentavano la Natività poi divenne molto comune l’immagine del pettirosso (robin in inglese) e dei paessaggi imbiancati di neve. I postini erano soprannominati Pettirossi per via delle loro divise rosse e le scene invernali erano molto popolari perchè ricordavano il terribile inverno del 1836.

Dall’Europa si diffusero negli USA soprattutto grazie a Luis Prang, uno stampatore di origini tedesche, che iniziò la produzione in serie favorendone la diminuzione del costo. Le sue prime cartoline riproducevano piante, fiori e bambini.

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Nel 1915  John C. Hall, insieme a due dei suoi fratelli, fondarono la Hallmark Cards che esiste ancora.

Ora che vi ho raccontato tutto questo dimenticate le cartoline idilliache raffiguranti gnomi, bambini felici, meravigliosi alberi e Babbi Natale. Riuscite ad immaginarne di racapriccianti? o meglio, vi verrebbe mai in mente di crearne o spedirne alcune? neppure al nostro peggior nemico….

Eppure in epoca Vittoriana le “creepy postcards” erano molto comuni. Se volete un appellativo meno crudele chiamatele surreali. Raffigurano bambini bolliti, uomini di neve che si stanno sciogliendo, radici o vegetali che camminano, crimini, bambini terrorizzati inseguiti da calabroni, un uomo sbranato da un orso polare.

victorianxmas12I Vittoriani avevano un’idea diversa del Natale – non propriamente cristiana. Era semplicemente un periodo in cui essere di buon umore. Dal nostro punto di vista, a volerle vedere positivamente si potrebbero considerare un mezzo per fare critica sociale. Ma ci sono così tante occasione per farlo, praticamente ogni giorno perciò…

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La magia del Presepe e un piccolo libro da regalare…

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Sorvolo sulla tradizione presepiale Napoletana che peraltro è ben riassunta in questo piccolo libro pubblicato da Feltrinelli nel 2011 e che mantiene inalterata la sua bellezza e attualità. Consideratelo un piccolo suggerimento per un regalo a chi ama il Presepe.

E’ la storia di una tradizione tramandata dalla fine del ‘700 sino ai nostri giorni, attraverso la vita di persone umilissime che hanno ricevuto in dono una straordinaria abilità nello scolpire, forse nel “sentire” tanto da realizzare statue di struggente bellezza. Bellezza che rimarrà intatta attraverso i secoli, soppravvivendo alle guerre e alla povertà.

E’ un breve romanzo che è storico ed estetico allo stesso tempo, intelligente e ricercato. Insomma un piccolo tesoro da leggere e rileggere, anche durante il corso dell’anno per rinnovare la magia e il mistero del Natale.

Di Presepe ho già scritto qui:

Mi piace il Presepe

La Turchia e le Turcherie: c’era una volta…e a Genova c’è ancora

Cartoline da Genova

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Lapo e Le mille luci di New York

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Comunque vada io sto con Lapo.  Mi fa una gran tristezza e malinconia nonostante viva a colori.   “Non essendomi figlio a me”, direbbero a Napoli perché se fosse figlio…Ieri  sera, Mr Tower ed io, ci siamo addormentanti avendo lui come ultimo pensiero. Una grana, ci siamo detti, se la famiglia arriva al punto di denunciarlo alla Polizia. Si ma la famiglia non è tutta “agnelli” come sembra, a partire dal nonno che era solo meno maldestro. Gli fecero il favore di far sparire la 17enne di buona famiglia che era in macchina con lui quando ebbe un incidente, provocò la morte di due macellai e si ruppe un femore con conseguente menomazione permanente: era il 1952, ma il resto delle sue scappatelle e vizi privati sono note a tutti. Le beghe per l’eredità tra la madre di Lapo e il resto della famiglia sono cronache più recenti. E anche il non rapporto di Lapo con lei, la mail che lei gli ha scritto attraverso i giornali e alla quale lui ha risposto “Goodluck Wish You All the  Best. Lapo. :-)”. Mettici anche il suicidio dello zio Edoardo che non ce l’ha a fatta a vivere da Agnelli e il quadro è presto fatto.

le-milleluci-di-new-york-narrativa-straniera-jaySarà un caso ma proprio in questi giorni ho riletto dopo anni Le mille luci di New York di Jay McInerney. E’ uscito nel 1984, può darsi che a molti di voi sia sfuggito. Lapo potrebbe essere tra questi, essendo nato nel 1977.

L’ho ripreso perchè ho da poco finito La luce dei giorni, che è il terzo volume di una trilogia dello stesso autore, e che ho trovato bellissimo.

Del protagonista si ignora il nome, ma è un dettaglio. Ciò che conta è il racconto della sua discesa verso gli inferi a causa della droga usata per superare il dolore per la perdita dell’amore, la conseguente perdita del lavoro e tutto il peggio che ne può derivare.

Il libro si apre con una citazione da Fiesta di Hemingway:

“Come hai fatto ad andare in rovina?”, chiese Bill

“In due modi,” rispose Mike, “gradatamente prima, e poi di colpo”.

e il  primo capitolo ha un titolo eloquente: Sono le sei del mattino: hai idea di dove sei? Il protagonista si trova in un locale notturno, non ha saputo fermarsi, è “andato oltre su una coda di cometa di polvere bianca” e sta cercando di cavalcarla. Il suo cervello “è uno schieramento di soldatini boliviani. Sono stanchi e infangati per la marcia lungo attraverso la notte. Hanno i buchi nelle scarpe, hanno fame. Hanno bisogno di sostentamento,  di un po’ di Tiramisu Nazionale”.

Seguono altri 9 capitoli prima di arrivare a quello conclusivo, intitolato: Come ti va. E’ quello in cui si percepisce che la vita del protagonista evolverà. E’ di nuovo l’alba, il protagonista vaga per le vie della città senza avere la forza di arrivare a casa. Gli cola il sangue dal naso per la troppa cocaina tirata ma gli arriva comunque il profumo di pane fresco. E’ domenica mattina, vede un panettiere che porta via sacchi pieni di panini per permettere alla gente normale di avere pane fresco sulla tavola della colazione. Si rende conto di non toccare cibo da tre giorni e il profumo del pane gli riempe il cuore di tenerezza. Gli ricorda una mattina in cui era arrivato a casa dal college, dopo aver guidato tutta la notte. La madre in cucina stava cuocendo il pane, anche per occupare il tempo libero che le rimaneva mentre i figli “prendevano il volo”. Si erano seduti a chiaccherare e il pane era bruciato, ma ne avevano mangiato comunque un po’. Era bruciato fuori, ma caldo ed umido dentro. Lui era sempre stato orgoglioso di questa madre che aveva mantenuto una sua identità, “che non si era mai sottomessa alla tirannia della cucina”. Si avvicina, chiede un panino in cambio dei suoi occhiali da sole. Il panettiere li prova, li tiene e gli da un sacco di panini. Ne addenta uno ma il primo boccone gli si ferma in gola, e lo fa quasi vomitare. Capisce di dover andar piano, di dover imparare tutto daccapo.

Ora, se qualcuno di quelli che mi leggono conosce Lapo o se ce ne fossero alcuni tra quelli che mi leggono del tutto casualmente  ditegli di leggerlo, dite che glielo ha consigliato una mamma bibliotecaria, che leggendolo ha pensato a lui: anche nel libro il protagonista l’ultima serata da dannato la trascorre proprio con un trans. Gli vorrei  che ci sono sempre nuove albe per ricominciare, occhiali da cui ripartire.

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Metaforici  sacchi di panini in cui immergere il naso, profumi di casa da ricordare, che non siano gli abiti del nonno. Anche se ho il sospetto che di casa non ne abbia mai avuta una, di casa vera intendo …dove ti aspetta una mamma, magari maldestra ai fornelli, ma capace di ascoltare.

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Sleepy Hollow. A Kalachi, in Kazakhstan, la leggenda è realtà

Detesto Halloween, e tutto quello che ne consegue. Ma questa storia che vi racconto, che storia non è,  merita la citazione.

Sleepy Hollow, si sa, nel passato più recente, è nota per essere una serie televisiva andata in onda sulla Fox. E’ a sua volta ispirata a La leggenda di Sleepy Hollow di Washington Irving.

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The Headless Horseman Pursuing Ichabod Crane, John Quidor (1858)

E Sleepy Hollow è il nome con cui, a partire dal 2013, è stato rinominato il villaggio di Kalachi. Kalachi è un villaggio del Kazakhstan, 600 abitanti all’incirca, dove soprattutto bambini ed anziani cadevano  addormentati. Accadeva un po’ ovunque: a scuola, per strada, a casa. Nessun espediente riusciva a svegliarli. Erano frequenti anche casi di allucinazione nei bambini e forte eccitazione sessuale negli uomini. I racconti dei protagonisti riportano di fatti a tratti surreali ma in molti si era diffusa l’opinione di venire  deliberatamente avvelenati per costringerli ad abbandonare quei luoghi.

Dopo tre anni di ricerche si è finalmente capito a che cosa tutto questo era dovuto: alle esalazioni provenienti da una miniera di uranio abbandonata nella città di Krasnogorsk, che dista poche centinaia di km da Kalachi.

Gli abitanti del villaggio e di Krasnogorsk sono stati trasferiti in altre zone mentre quattro famiglie hanno preferito tornare piuttosto di vivere nei palazzi abbandonati dell’era postsovietica.

Palazzi abbandonati che sono una delle caratteristiche dei paesaggi del Caucaso e che abbiamo visto nei nostri attraversamenti dell’Azerbaijan e dell’Armenia: città nate intorno a grandi fabbriche ormai in disuso e conseguente spopolamento. E povertà.

E pensare che a 450 km da Kalachi,  Astana, la capitale del Kazakhstan, ha un aspetto futuristico grazie agli edifici progettati dall’architetto giapponese Kisho Kurokawa, come provano le foto scattate da Mr Tower poco più di due settimane fa. E dove pare si realizzino i sogni, non le allucinazioni portate dall’inquinamento…

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Erano studenti, erano erranti. Erano ebrei.

“All’entrata in vigore dei provvedimenti per la difesa della razza, il n° degli ebrei stranieri residenti in Italia risultava di 9170”. Molti vi vivevano da qualche decina di anni, altri vi erano arrivati nella speranza di trovare rifugio e protezione, sfuggendo così alla privazione di ogni diritto nel loro paese, compreso quello di cittadinanza, e alla caccia all’ebreo messa in atto dal regime nazista, a partire dal 1935, con l’emanazione delle Leggi di Norimberga. Nel 1938 iniziò così per loro, anche in Italia, un vagabondaggio che ebbe tra i suoi punti di partenza o di arrivo Genova. Molti di loro erano studenti, provenienti dai migliori istituti dell’Europa Orientale, che chiedevano solo di poter iniziare e sperabilmente concludere in Italia il loro ciclo di studi. Presso l’archivio dell’Università di Genova, e di altre città italiane, si trovano quindi i loro fascicoli personali che contengono i dati anagrafici, informazioni relative al corso di studi e cioè gli esami sostenuti, il voto, il titolo della tesi di laurea, l’indirizzo di residenza nelle città di provenienza e l’indirizzo di residenza in Italia. Su molte delle schede personali è indicata, con un timbro apposto sulla parte superiore, l’appartenenza alla razza ebraica. Il vagabondare di Università in Università per concludere il corso di studi ne fece a tutti gli effetti “studenti ebrei erranti”.

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La loro erranza si concluse nel 1940  con l’internamento in appositi campi riservati ad Ebrei Stranieri provenienti dai Paesi dell’Europa orientale. Uno di questi fu il campo di Ferramonti di Tarsia, in Calabria, nel sud dell’Italia. Costruito su un terreno paludoso come  estensione del nucleo di baracche che avevano ospitato gli operai della ditta Parrini durante le operazioni di bonifica. Benché il terreno non corrispondesse alle indicazioni del Ministero dell’Interno,  Parrini riuscì ad ottenere la concessione grazie alle amicizie di cui godeva e impose al primo gruppo di ebrei che arrivarono al campo di lavorare all’ampliamento dello stesso. Riuscì ad imporre anche uno spaccio di gener alimentari da cui i prigionieri erano costretti ad approvvigionarsi.

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Interno di una baracca a Ferramonti

Ferramonti fu più simile ad un villaggio che ad un lager, per diverse ragioni: la presenza tra i dirigenti di persone di spiccata umanità, come il primo direttore Paolo Salvatore. Gli stessi prigionieri, in gran parte colti e affermati professionisti,  agirono sempre con intelligenza e spirito di collaborazione. Contribuì non poco la popolazione locale che fu generosa e accogliente. E la presenza di un monaco mandato dal Vaticano che svolse un’attività pratica e non spirituale.

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Grazie alla scelta non repressiva di Salvatore, la vita si svolse in maniera il più possibile tollerabile. Non venivano negate autorizzazioni ad uscire dal campo se necessario. Era consentito scattare fotografie, ascoltare la radio, fu creata una scuola elementare  e spesso proprio lui, Salvatore,  portava i bambini fuori dal campo con la sua automobile per comprare il gelato o li scorrazzava per il campo in motocicletta.

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Paolo Salvatore

Esisteva una biblioteca e si stampava un giornalino. Esisteva un forno dove venivano cotte le Matzah rituali e laboratori di sartoria per provvedere all’abbigliamento degli internati.

Esisteva un Parlamento composto da un referente per ciascuna baracca e l’insieme dei referenti eleggeva “il capo dei capi”  che relazionava con la direzione del campo.

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Il Rabbino Pacifici  al Parlamento di Ferramonti

Le famiglie non venivano separate, e si celebravano matrimoni. A Ferramonti nacquero 21 bambini.

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Matrimonio ebraico

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Bambini a Ferramonti

Sebbene fossero tutti ebrei, si trovavano a Ferramonti tre sinagoghe:  una ortodossa, una riformata e una specifica per un gruppo sionista appartenente all’organizzazione Betar.

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Interno di una delle tre Sinagoghe

Cultura e sport agirono da collante per tenere il più possibile uniti gruppi così disomogenei. Si organizzarono concerti, rappresentazioni teatrali, letture, gare di poesia.  Molti di loro erano artisti o professionisti affermati, una baracca venne adibita a laboratorio e utilizzata anche da Michel Fingestein, pittore e incisore, noto per i suoi Ex-libris.  Si svolse anche un campionato europeo di calcio: della partita Yugoslavia Polonia esiste ancora la cronaca scritta.

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Al pianoforte è il Maestro Lav Mirski; i due cantanti sono Gildin Gorin e Elly Silberstein

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Baracca adibita ad atelier per artisti.  Michel Fingenstein è il primo seduto a sinistra

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Partita di calcio

Fame e insetti erano comunque presenti a Ferramonti insieme alla consapevolezza che qualcosa di terribile stava accadendo altrove.

Vi furono internati gruppi di ebrei romani, provenienti dalla Germania e dall’Austria, ebrei polacchi e più in generale provenienti dall’Europa Orientale, ebrei provenienti dalla Libia, da Lubiana, dalla Serbia, e gli ebrei appartenenti al gruppo del Pentcho, battello fluviale partito dal porto di Bratislava, con la speranza di giungere in Palestina ma naufragato purtroppo al largo dell’Isola di Rodi.

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Pentcho

Tra gli internati del campo vi erano anche gruppi di jugoslavi partigiani  e greci e di cinesi.

Nel ’43, quando l’esercito tedesco iniziò la ritirata,  molti degli internati, i più giovani, vennero fatti nascondere nei boschi e nelle case dei contadini delle campagne circostanti. Il monaco riuscì ad impedire l’ingresso dei tedeschi nel campo dichiarando che nel campo imperversava un’epidemia di colera. Il campo fu liberato nel settembre del ‘43 dagli Inglesi che impedirono a molti di emigrare in Israele. Furono tanti quelli che rimasero nel campo sino alla fine della guerra e oltre prima di decidere dove ricominciare a vivere.

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Brigata Ebraica a Ferramonti

Molti di loro divennero famosi in campo artistico,  letterario, scientifico o sportivo. Ernst Bernhard, berlinese,  divenne medico e psichiatra e fu un importante allievo di  Carl Gustav Jung a Zurigo. Richard Dattner, ebreo di origine polacca, dopo la guerra emigrò negli Stati Uniti dove diventò un famoso architetto. Oscar Klein, ebreo austriaco, divenne uno dei trombettisti jazz più famosi al mondo. Imi Lichtenfeld, nato  a Budapest,  in assoluto fra i più famosi personaggi delle arti marziali e fondatore del metodo di combattimento e autodifesa chiamato Krav Maga, fu tra i fondatori dell’esercito israeliano. David Mel, medico yugoslavo, fu più volte candidato al Premio Nobel per la scoperta del vaccino contro la dissenteria. Alfred Weisner, inventore del sistema di produzione del gelato Algida e fondatore dell’omonima società.

Come sono venuta a conoscenza di questa storia? Grazie a Ferramonti, il campo sospeso il documentario realizzato da Christian Calabretta, trasmesso su Rai Storia una domenica pomeriggio. Mi è venuta voglia di approfondire, ho scritto a Mario Rende autore del saggio Ferramoni di Tarsia pubblicato da Mursia e da lui sono venuta a conoscenza del gruppo di “ebrei Genovesi”. Ho trascorso due giorni nell’Archivio dell’Università di Genova dove ho potuto consultare i fascicoli personali degli studenti, soprattutto medici.

Un elenco degli internati, con paese di provenienza, dati anagrafici e paternità, iter di internamento è stato compilato da  Anna Pizzuti ed è possibile effetturare la ricerca on line utilizzando diversi criteri Ebrei stranieri internati in Italia durante il periodo bellico

Di alcuni di loro si conoscono i volti grazie ai materiali conservati e resi disponibili  in rete dall’ Università di Bologna , dal Comune di Ferramonti . Ne voglio condividere alcuni  convinta che  molto altro materiale fotografico si trovi negli album di famiglie sparse ovunque in Europa e nel mondo, insieme a diari, ricordi e molto altro. Nelle didascalie delle foto troverete nome e cognome, luogo e data di nascita, paternità e maternità

Io stessa, su richiesta di Yolanda Bentham, figlia di David Ropschitz (nato a Lwow allora Polonia nel 1913,  laureatosi a Genova in medicina e internato a Ferramonti), dopo mesi di ricerche sono riuscita a risalire all’identità di un compagno di studi e di prigionia, caro amico  del padre.

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David Ropschitz, Isaac Klein, Isacco Friedmann

Non è stato facile perché la storia di Isacco è molto diversa da quella degli altri studenti. Nato a Brody nel 1914, venne in Italia nel 1921, quando il padre Leone, che era stato fatto prigioniero durante la 1° Guerra Mondiale, venne liberato e sollecitò la moglie a raggiungerlo in Italia con il figlio. A Genova , dove era stato imprigionato a  Forte Begato, aveva trovato un ambiente amichevole e aveva potuto riprendere l’attività abbandonata in patria.

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Brody era uno dei centri più importanti dell’Ebraismo, tanto da essere definita la Gerusalemme dell’Impero Austriaco,  e  strategico per i commerci. Tra le attività più fiorenti c’era la sartoria con 139 botteghe artigiane, tutte di ebrei,  e industrie. Il sindacato dei sarti era tra i più influenti e aveva un proprio rabbino tenuto in grande considerazione dal resto della Comunità ebraica.

La decisione di Leone di fatto salvò la vita alla moglie Sara e al piccolo Isacco. Durante gli anni dell’occupazione nazista tutti gli ebrei di Brody furono uccisi, tra questi anche 16 famigliari di Isacco,  o deportati e morirono nei campi di concentramento.

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Entrata del Ghetto di Brody, 1942-1943

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Ebrei di Brody in attesa di essere deportati

Sara intraprese dunque questo lungo viaggio attraverso l’Europa e fu costretta a rimanere a Praga per un certo tempo quando il piccolo Isacco si ammalò di tifo. Quando finalmente la famiglia si ricongiunse iniziò per i Friedmann un periodo di prosperità.

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Da sinistra Isacco (Iso), la madre Sara, i fratellini Giuseppe e Sigismondo (Gigi) nati in Italia e, dietro di loro, il padre Leone

Isacco studiò al Liceo Cassini e si laureò in medicina l’11 luglio del 1939 e visse sino ad allora una vita ben diversa dagli altri studenti ebrei che erano stati costretti ad abbandonare le loro famiglie, i loro paesi di origine per salvarsi dalla  recrudescenza delle leggi razziali. La sua spensieratezza venne purtroppo ridimensionata con  la deportazione a Ferramonti, nel 1940.

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Isacco Friedmann, a sinistra, con un gruppo di medici internati a Ferramonti

Isacco arrivò a Ferramonti con il primo gruppo, quello che in pratica rese agibile il campo agli altri anche occupandosi di mansioni umili e faticose. Seppe conquistarsi la fiducia di Salvatore ed ottenne di essere trasferito a Lungro, in regime di semi libertà, ma qui, avendo prestato la sua opera di medico con successo e gratuitamente, venne rimandato a Ferramonti dopo la denuncia del medico locale. Tornato a Ferramonti vi rimase sino al   30 luglio del 1942 quando fu  confinato  a Santo Stefano D’Aveto, nell’entroterra genovese, dove rimase  sino al 12 novembre del 1943. Da quel momento iniziò la sua latitanza sui monti, sentendosi braccato e vivendo con il terrore di venire catturato. Sono quegli gli anni che Isacco ricorda come i peggiori della sua vita. Finita la guerra ha svolto la sua professione di medico con successo, si è sposato , ha avuto un figlio  ed  è un lucido, colto, brillante e affascinante signore di 102 anni, questo si è davvero straordinario, che ha acconsentito ad incontrarmi. Nel mese di agosto insieme a Yolanda, arrivata dall’Inghilterra, per condividere foto, aneddoti incredibili, ricordi non sempre piacevoli  che fanno di lui un testimone eccezionale di quello che accadde a Ferramonti. E  hanno creato legami preziosi e fatto nascere affetto.

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Da sinistra Inge e Isacco Friedmann. Accanto ad Isacco Yolanda Bentham

Se richiesto, posso inviare copie delle schede personali degli studenti che frequentarono l’Università di Genova. Ne approfitto per rignraziare la Sig.ra Roberta Rabboni, Capo Settore della  Segreteria studenti Dipartimenti  della Scuola di scienze mediche e farmaceutiche,  senza la disponibilità e l’aiuto della quale non sarei  mai potuta arrivare a questo materiale. Naturalmente sarò felice di accogliere memorie, foto che condividerò con gli studiosi del Museo. Tutto può contribuire a ricostruire questa storia, la giovinezza di chi con la propria vita è stato testimone sì  di violenze e sofferenze ma aveva in sè il seme del futuro. E a ricordare che Ferramonti fu,  in fondo,  una storia di salvezza.

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