Una scarpetta non fa principessa. Ma Cenerentola sì.

La scarpa più famosa è quella di Cenerentola, indubbiamente. Sapete che della fiaba esistono 345 versioni? E che esistono quindi 345 tipi di scarpa, diversa per ogni Paese in cui la fiaba è conosciuta?

altre

Di vetro in Francia, dorata in Germania, di sughero in Sardegna. La Cenerentola cinese indossa un paio di sandali d’oro, lasciati in dono dal martin pescatore, aiutante magico. Portano sandali anche la Cenerentola del Vietnam, del Perù, dei Balcani. La Cenerentola del Tibet indossa stivaletti di pelliccia, quella Araba degli zoccoli d’oro, quella napoletana le “pianelle”, scarpe con un altissima zeppa di legno. Dimenticavo quella americana, soprannominata “bigfoot” che avendo piedi enormi indossava scarpe da ginnastica di cristallo, taglia 45…o giù di lì.

Le storie hanno un filo conduttore sempre uguale: alla Cenerentola di turno muore la mamma e il papà sposa in seconde nozze una donna apparentemente buona che poi si rivela ingiusta verso la povera ragazza riducendola ad uno stato di semi schiavitù. La ragazza avrà il suo riscatto grazie all’intervento di forze magiche che non solo la libereranno dal giogo della matrigna, ma la consegneranno ad una nuova vita, sposa di un principe o comunque di un ottimo partito.

Se le scarpette sono il simbolo della storia e il nodo cruciale della trama, il tema portante della storia di Cenerentola è la rivalità all’interno della famiglia . Poi la fiaba finisce bene si sa. Ma se proprio vogliamo prendere a pretesto una scarpa  possiamo dire  che casualmente ci sono quasi tante Cenerentole come i giorni dell’anno, e che per fortuna le Cenerentole dei nostri giorni per le quali la fiaba non finisce bene non sono così tante. Ma sono comunque troppe, anche una sola è già troppa.  E si vorrebbe che la scarpa simboleggiasse un viaggio, un nuovo stile di vita, una diversa percezione di sé che permette l’accesso ai simboli di nuove realizzazioni psichiche. Una fuga riuscita insomma.

Elina Chauvet's red shoes

Pubblicato in Books please!, Famiglia, Genere femminile, Life style, Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il tramonto di Camelot e un tailleur rosa

JFK50 anni fa moriva John Kennedy. La sua morte mise fine a Camelot, il nome che Jackie scelse per definire la presidenza del marito. Lo scopo era quello di creare un’immagine che durasse nel tempo e smentire la convinzione che la storia fosse sempre e solo scritta da uomini anziani e con una visione pessimistica del mondo.

Per fare ciò contattò personalmente  Theodore H. White, giornalista di Life e autore del libro “The Making of the President: 1960.”e gli chiede di intervistarla. Voleva la certezza che il primo articolo scritto dopo l’amministrazione Kennedy fosse esattamente come voleva che fosse. L’intervista venne pubblicata un mese dopo l’assassinio con il titolo Per il presidente Kennedy: un Epilogo“.

m_4Jackie scelse Camelot perchè quella di Re artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda era la storia più amata da John sin dall’infanzia, una storia piena di eroi adatta al suo idealismo. E del musical Camelot andato in scena nel 1960 la canzone che le era rimasta impressa e che alla morte del marito continuava a risuonarle nella mente recitava: Non lasciare che ci si dimentichi di un luogo che visse un momento di gloria ed era conosciuto come Camelot.

I Kennedy divennero sempre più celebrità, non solo famiglia politica. E il nome Camelot venne universalmente accettato perchè rispecchiava la realtà, che da allora nessuna famiglia presidenziale riuscì a replicare. White violò l’etica giornalistica consentendo a Jackie di influenzare il suo articolo. Ma quella notte ad Hyannis raccolse non come giornalista ma come un servitore sgomento il dolore di una vedova in lutto. E tutto ciò funzionò. Camelot e il suo breve momento di gloria è diventato uno dei più duraturi miti della storia americana. 

Come il tailleur rosa Chanel indossato quel giorno da Jackie, realizzato con tessuti originali ma in America. 

etichettaChe era già stato indossato in altre 6 occasioni.  Che indossò per ore ancora dopo l’attentato perchè voleva che tutti vedessero le macchie di sangue.

article-2510064-1984284100000578-699_634x794Le stesse che sono ancora visibili ora che è conservato nel National Archive, a ricordare un momento storico. E che mai  nessuna donna imitò.

kelbynovel

Pubblicato in Books please!, Casa dolce casa, Famiglia, stoffe | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 3 commenti

Mutazioni

ImmaginePensi non stia bene. Ripensi alla mononucleosi e lo costringi a massicce dosi di vitamine. Ma non basta. Non basta a fargli riconquistare la posizioni eretta. Si rilassa, dice lui. Allora pensi che tu dovresti essere morta perchè ti sei portata la spesa su, su fino in cima, al terzo piano, senza ascensore. Anche il cestello dell’acqua. E il PC ad aggiustare. Prima giù e poi su e anche attraversando la piazza. Ed eri la sola donna al car wash a lottare con la pressione della pistola per rimuovere il fango dall’auto che lui ha usato.  In particolari momenti di vivacità è connesso. A cosa? A tutto: pctelefonoipod.  Se lo leggi tutto insieme ti viene in mente ETtelefonocasa. Ma lui non comunica con te, con casa. Se lo chiami al cellulare non risponde. Non vuole la tua amicizia tu facebook perchè sennò lo spii (intanto tutto il mondo sa cosa fa, dove va e con chi, cosa pensa).

Immagine

Hai anche pensato che sia per colpa tua, del tuo continuo andare  e venire, fare e disfare, parlare e parlare, provare e riprovare, insomma di averlo stancato. Ne parli con qualche amica o collega che ha figli della stessa età. E scopri che non è solo il tuo. Sono tutti così! Ma allora non è un difetto, un’innata pigrizia, il mutismo adolescenziale. Stiamo assistendo ad una mutazione. E’ iniziato il processo inverso, senza essere passati dalle fasi intermedie. Dall’Homo sapiens all’homo habilis, così definito perchè era in grado di padroneggiare gli utensili di pietra (come i nostri figli padroneggiano la tecnologia) ma in realtà ancora molto simile all’Australopiteco, che infatti non aveva sviluppato acuna forma di linguaggio.

Tutto ciò comporta naturalmente un’evoluzione anche in noi. Soprattutto madri. Diventate, scopro, madri “elicottero” costrette, nostro malgrado, a continuare a vigilare. A distanza però. E anche “acrobate”, quando la figura paterna, come spesso accade lasciatemelo dire, risulta assente. Elicotteri e acrobati ogni tanto cadono. Troveranno la forza gli “sdraiati” per raccoglierne i pezzi? E i “nativi digitali” le parole per consolarci?

Chissà, chissà chi sei chissà che sarai
chissà che sarà di noi
lo scopriremo solo vivendo.

Il problema è: sino a quando?

Pubblicato in Famiglia, Il futuro è ora, Life style, Rampolli | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , | 5 commenti

Fuoco nemico

Il titolo non tragga in inganno: non siamo in guerra, e nemmeno è scoppiato un incendio: il fuoco è quello dei fornelli del mio cucinino, luogo di pena per me…

fuoco nemicoCosì esordisce Fuoco nemico, il nuovo libro di  Camilla Salvago Raggi in cui confessa la propria innata incapacità a cimentarsi con qualsiasi ricetta. Librino, come lo chiama lei, pubblicato da Il Canneto. Da qui ne deriva che la cucina “praticata” non è il suo forte, mentre è forte però nella cucina “letta”,  tant’è vero che non perde un’uscita, compreso E’ pronto! di Benedetta Parodi, http://benedettaparodiblog.corriere.it/ che le piace – dice- perchè “sembra pasticciona come me”. E così giù a sfogliare, ad entusiasmarsi per ogni piatto, ogni segreto, per ammosciarsi poi come un flan al momento di mettere in pratica. Cosa succede allora quando, le sere e nelle feste comandate, le donne la abbandonano e la preparazione dei piatti tocca a lei?

Come leggiamo fin dalla prima pagina può accadere di tutto: che le pentole prendano fuoco o  il contenuto trabocchi ad esempio. Che si rischi anche di saltare per aria. O che la cucina diventi il luogo in cui manifestare un tratto della propria personalità perchè Camilla non è paziente, anzi aggiungerei precipitosa e tutto quell’aspettar che l’acqua bolla, l’uovo si rassodi e via così proprio non lo sopporta.

Perchè lo ha scritto  se non ha nulla di personale da dire in proposito? In realtà di personale ha molto da dire  perchè Camilla, oltre che scrittrice,  è l’ultima discendente di una nobile famiglia e e questo l’ennesimo libro di memorie, raccontate da un altro punto vista: la cucina. Cucina che nella casa dove vive è sdoppiata:  di dimensioni ridotte a pian terreno, a testimoniare di una scarsa attività gastronomica, al passo con i tempi; di dimensioni più grandi ai piani bassi, regno dei domestici in passato, così come quella di Badia, quando si viveva come nei romanzi dell’Ottocento “padroni” al piano di sopra, “servitù” sotto. Come in Below stairs  di recente ristampato da Einaudi, che Camilla lesse quando uscì nel 1968     o come in Dowton Abbey che lei adora. E non per spirito di classe, ma perchè in Camilla, nonostante il rango, convivono amabilmente  l’animo nobile e quello popolano e la vita dei domestici le è sempre stata a cuore. Tant’è vero che di diventar “padrona” alla morte del nonno proprio non se l’è mai sentita e ammette “per costituzione mia e fortuna loro non fu mai all’altezza di quel ruolo”.

Il suo piatto preferito è il piatto unico, soprattutto la sera, e ora che anche Marcello non c’è più non si fa neppure la minestrina. Semmai un bel piattone di patate fritte, surgelate naturalmente,  e via di Calvè o Kraft, che importa! Eh già perchè Camilla, nonostante compia 90 anni il prossimo marzo, ha gusti da “adolescente” ed è di bocca buona. Infatti non ama la nouvelle cuisine ma ama molto la cucina genovese, quella più popolare: lo stoccafisso accomodato con i pinoli, la trippa, tutti i fritti. E la pelle croccante del pollo allo spiedo comprato al mercato. Mangia per lo più davanti alla tv: se ha appetito mette sul vassoio tutto ciò che trova in casa, dal dolce al salato e rimane sveglia a lungo per la cattiva digestione, se non ha appetito si limita ad un formaggino e poi si alza nel cuore della notte perchè non dorme per la fame in cerca di qualcosa di commestibile.

Naturalmente non le interessano le diete e a metà mattina difficilmente resiste ad un pezzo di focaccia. Le piace andare a colazione dalle amiche, soprattutto se si mangia in cucina: le mette allegria. Tutte in piedi a dar una mano per sparecchiare, senza l’immancabile servitù, muta, dietro le spalle. Roba anche quella d’altri tempi!

Menu 5 mai 1917Come i menù che arricchiscono  il librino. E che risalgono agli anni del nonno, ambasciatore in Cina, per qualche occasione speciale. Arzigogolati, come il suo linguaggio. Ma non adatti a Camilla, insofferente verso tutto ciò che è artefatto, furbescamente studiato. Come un Fuoco nemico…

Pubblicato in Books please!, Casa dolce casa, Cosa bolle in pentola, Life style, Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Un cappotto rosso, una copertina lilla e la ricerca della felicità

Credete ai libri che promettono la felicità? Siete attratti da tutte le false promesse, le illusioni, i consigli, i modelli e i programmi per essere felici? Allora questi due libri fanno per voi.

Una sera a Parigi Una sera a Parigi di Nicolas Barreu sembra affidare tutto ad un cappotto rosso e ad una rassegna di vecchi film d’amore. Premetto che ho un cappotto rosso che comprai in un momento di felicità, che misi poche volte e che ogni tanto occhieggia dal mio armadio. Perchè non l’ho più messo? Non ho smesso di essere “felice”: diciamo che ho ridimensionato lo stato d’animo e mi considero serena. Il che è più realistico e non si addice alle tinte forti. Però è anche vero che adoro i vecchi film d’amore e quindi un qualche elemento di curiosità il libro me lo suscita. La fascetta gialla che lo avvolge assicura che farà felice il lettore, ma per  credergli bisogna anche ignorare che il nome dell’Autore è un falso. Pare addirittura non esista anche se gli  sono attribuiti quattro romanzi d’amore pubblicati dalla  casa editrice tedesca Thiele & Brandstätte. La giornalista Elmar Krekeler lo afferma in un articolo  in cui viene analizzata la tendenza delle case editrici tedesche a creare autori fittizi per la pubblicazione di nuovi romanzi scritti in base ad analisi di mercato. Insomma, rimane il dilemma…lo leggo o non lo leggo? diciamo che ci penso…

Il secondo è Istruzioni per cinquantenni in cerca d’amore di Pascal Morinistruzioni Racconta di un amore nato proprio quando non te lo aspetti (è capitato a tanti) e come il precedente è ambientato a Parigi (dove fui infelice proprio per amore). Più realisticamente promette attimi di felicità, non l’assoluta felicità. Il titolo originale peraltro sembra riferisi solo ai “parisienne”. Può dire qualcosa a noi “italiens”?Però mi ha colpito. Perchè mi ha ricordato un libro che lessi molto tempo fa sempre sulla ricerca della felicità. Partendo però dal suo opposto:  l’infelicità.

istruIl libro è  Istruzioni per rendersi infelici di Paul Watzlavick. Lo acquistati a Roma, nella libreria di fronte al Senato (allora nota come Scienze e Lettere)  il 18 giugno del 1984. Ero in ripresa dopo un lungo periodo di infelicità e nel grigiore dei manuali di diritto mi colpirono la copertina lilla, e la provocazione sottintesa nel titolo.

L’ho letto e riletto molte volte e mi aiutò. Lo regalai anche molto, soprattutto ad amiche ed amici allora non ancora cinquantenni che soffrivano per il perduto amore. Le teorie enunciate sono applicabili comunque a molti altri campi dell’esistenza. A colpirmi confesso fu anche il nome dell’autore psicologo tra i più eminenti della scuola statunitense di Palo Alto, influenzato anche dal pensiero buddhista, seppi poi. Mi ricordava l’adorabile e adorato  Paul Varjak, scrittore squattrinato protagonista di Colazione da Tiffany.

E qui il cerchio si chiude. In che senso? Nel senso che non esiste, come non esisteva il  Varjak – George Peppard nello schedario della Public Library, il manuale per la felicità (quando andai per la prima a New York mi rifeci passo passo il tragitto del film).

new-york-public-library-L-3SlQFLChe  tutto parte da noi stessi.  E che tutto è lecito nella sua ricerca. Anche lo  sconfinamento in un cappotto rosso,  in vecchio film d’amore, in un libro, in un Maestro.

Perchè per dirla alla Watzlavick

L’illusione più pericolosa è quella che esista soltanto un’unica realtà.

collage felici

Pubblicato in Balocchi e profumi, Books please!, Life style, movies, Sì viaggiare | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Provenza…Marchés forains et agricoles, L’Isle-sur-la-Sorgue

Le soleil dans la cuisine Marchés forains et agricoles, centre ville de L'Isle-sur-la-Sorgue

Paella provençale : le soleil dans la cuisine

402051_245097818893597_2083910234_n

Huitres

Tapenade

393337_245097762226936_1050644654_n

Ail

395082_245097695560276_498734006_n

Fromage de chèvre

408899_245097732226939_176115716_n

Poterie

384683_245097805560265_139706676_n

Fleurs séchées

Pubblicato in Bouquet, Life style, Sì viaggiare, stoffe | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Tempo salvato

Si prospetta un altro weekend ferroviario. Per la terza volta in una settimana aspetterò un treno. Aspetterò una meta che vale il viaggio. E per non sprecare il tempo del viaggio leggerò. Resistendo alle immagini. Tempo salvato appunto.

Immagine

In stazione spegnete lo spot. Voglio leggere (”Avvenire”, 1/8/2010)
di Mario Iannaccone

Il tempo trascorso nelle stazioni ferroviarie è, per definizione, un tempo perso. Si attende un treno vivendo in un vuoto. Ma non per il viaggiatore frequente, il pendolare, che sia anche, per avventura, lettore allenato. Per questa specie, la stazione è un teatro propizio, se non proprio ideale, alla lettura. Costui sa che le letture dell’attesa ferroviaria hanno qualcosa di particolare: il senso di un tempo strappato allo spreco, un tempo riscattato, con fatica, magari seduti su una scomoda panchina o in piedi in mezzo al viavai. Un tempo comunque salvato alla noia e forse destinato a sopravvivere nel ricordo quando si ha la fortuna d’imbattersi in pagine felici o memorabili. Nella mia memoria di lettore e frequente viaggiatore conservo esperienza di autori che mi sembra d’aver letto (ma sarà così?) quasi esclusivamente in treno, come Ray Bradbury e Tommaso Landolfi, Benedetta Craveri e Riccardo Bacchelli.

Seduto, o più spesso in piedi, lungo le banchine e nei corridoi, il viaggiatore frequente legge trasformando l’attesa grigia nel tempo felice o felicissimo della lettura. Non sarà più così. Le ferrovie italiane hanno iniziato a ristrutturare le stazioni rendendole più belle, fornendole di nuova illuminazione, più servizi e comodità. Ciascuna di queste comodità, però, viene concessa in cambio di un’esazione subdola ed esigente che renderà assai più difficile ritagliare l’attenzione più propizia alla lettura. In ogni atrio, corridoio di passaggio e banchina vengono installati, in questi anni, grappoli di monitor ultrapiatti a sparare ad ogni ora del giorno e della notte spot pubblicitari, sempre gli stessi, ad alto volume. Pochi gli angoli dove si può trovare scampo, perché gli architetti hanno fatto in modo che non ci sia un punto nel quale il sonoro non rimbombi, le immagini coloratissime non brillino, fulgide, anche in pieno giorno. È una vera e propria violenza al diritto alla rêverie nei luoghi pubblici. Il processo, almeno a Milano, ha interessato anche le banchine della metropolitana, luogo certo meno adatto ai naufràgi letterari ma comunque non disprezzabile. Anche qui, maxischermi ci aggiornano, minuto per minuto, a volume altissimo, su notizie, meteo e indici di borsa mentre attendiamo i convogli e magari vorremmo stare per qualche minuto con i nostri pensieri o intenti alla nostra paginetta che resta lì, aperta, irraggiungibile all’attenzione.

La società dell’informazione ci assedia. Protestare è come cercare di fermare un’epidemia d’influenza in dicembre. I libri rischiano di restare chiusi, ormai, anche dentro alle carrozze ferroviarie se abbiamo l’ahimé frequentissima ventura di sederci nei pressi di qualche stolido produttore di ciance da cellulare. Non resta dunque che ricorrere a cuffie e auricolari, magari per ascoltare libri in audiobook, una grande invenzione (il ritorno al racconto orale) oggi potenziata dai formati mp3.

Forse il lettore da stazione non sparirà, questo no, ma non sarà mai più lo stesso.

 

Pubblicato in Books please!, Life style, Sì viaggiare | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Non è ancora domani

Sparisce un bambino e subito pensi al maniaco o allo zingaro. Spesso è un conoscente, a cui i genitori hanno concesso fiducia. Ma quando mai  un genitore affida il proprio figlio ad uno sconosciuto? Capita nella realtà. E’ capitato nel bellissimo e a torto per lo più ignorato  film Non è ancora domani ( La Pivellina) che vidi qualche anno fa e che è in netta contrapposizione con i  fatti accaduti proprio in questi giorni.

romasparita_8340

Roma, sullo sfondo San Basilio, la borgata delle tante avventure dei ragazzi di Pasolini. I palazzi che all’epoca erano nuovi, rifugio di tanti sfollati dal centro storico e nuovi abitanti della capitale, ora fanno da scenografia a “La Pivellina“, racconto di un breve periodo della vita di una famiglia di giostrai e circensi. In uno spiazzo abbandonato al centro delle ormai storiche case popolari vivono nelle loro roulotte PattiWalterTairo con la nonna Gigliola e chissà chi altro, finché non arriva Asia, una bimba di 2 anni lasciata sull’altalena di un parco giochi con un biglietto e una foto della mamma in tasca. Patti (Patrizia Gerardi) la porta nella sua roulotte e pian piano, senza sconvolgere la vita della piccola comunità, la bambina si inserisce perfettamente in questa famiglia che cerca di sopravvivere come può al dilagare della mono cultura, continuando a camminare con dignità sulla propria, fangosa strada. Nel suo biglietto la mamma di Asia assicura che tornerà a prenderla entro breve, dunque la famiglia di giostrai, nonostante i dubbi del marito Walter (Walter Saabel), non denuncia il ritrovamento della piccola, in attesa dell’annunciato ritorno.

Autori  Tizza Covi e Rainer Frimmel. Nessun dialogo scritto per gli attori. Patti Walter e Taro vivono nei luoghi del film: ai margini per scelta. Raccontano se stessi dentro la storia e improvvisano.  Ne viene fuori un’umanità calorosa e generosa, un racconto denso di morale ma senza retorica contro la discriminazione sociale. E’ un film sull’infanzia, sulla famiglia, e sull’essere genitori. A prescindere.

pivelinna9

Pubblicato in movies | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La mia Valtellina e i gnocchetti bianchi della Nonna Bis

Dopo mia madre sono la più vecchia in famiglia, almeno nella parte più prossima: figlia, sorella, cugina e zia. Decido che tocca a me conservare e tramandare il ricordo delle nostre origini, almeno materne: quelle più sentite. Geograficamente parlando sono le più lontane perché sono valtellinesi, per parte di nonna. Rosa chiamata Emilia, perché non so.  Dalla nascita di figlio e nipoti chiamata Nonna Bis, e così è ancora adesso che i ragazzi sono grandi e lei non c’è più.

DSCN0845DSCN0843DSCN0844Era nata a Prosto di Piuro, un piccolo paese  al confine con la Svizzera, dove per anni abbiamo trascorso le vacanze estive e dove siamo tornate lo scorso anno per vendere i nostri amati boschi, dai quali con il pensiero non riesco a separarmi. L’idea di possederli anche se mai più calpestati e di nessuna utilità mi teneva ancorata a ricordi bellissimi.

Decido di farlo raccogliendo foto, raccontando aneddoti, tornando sui luoghi. E di portare tutto in tavola. E così ieri, giornata pessima, ho deciso che avrei riportato in famiglia i “pizzoccheri della Nonna Bis”, più propriamente definiti “gnocchetti bianchi di Chiavenna”, che da Prosto dista pochi chilometri.

E’ un piatto tipo della Val Chiavenna che viene ancora oggi  proposto nei Crotti, anfratti naturali che penetrano entro i resti di antiche frane staccatesi in un lontano passato dai versanti della vallata, che ora ospitano Osterie.

DSCN0837All’interno dei crotti, tra gli spiragli dei massi, spira costantemente una corrente d’aria fredda, chiamata localmente Sorèl, che si mantiene alla temperatura costante di circa 8 gradi Celsius in estate e inverno. In virtù di queste caratteristiche naturali, i crotti sono stati e sono ancora comunemente usati per conservare cibi, bresaola e formaggi in particolar modo, e vini.

BresaolineEcco allora la ricetta dei “gnocchetti bianchi” (per la quale ho richiesto la consulenza della zia Lori che merita una citazione):

– 400 gr. di farina bianca
– 1 panino raffermo
– acqua e latte q.b.
– 150 gr. di formaggio  Valtellina Casera
– 50 gr. di formaggio di grana
– 100 gr. di burro
– 1/2 cipolla
– 4 foglie di salvia
– sale e pepe q.b.

collage pizzoAmmollate il pane nel latte. Formate un impasto morbido con la farina, l’acqua, il sale, il pepe ed il pane strizzato.

Portare ad ebollizione abbondante acqua salata in cui far cadere con un cucchiaino piccole quantità di impasto che deve risultare colloso. Quando i gnocchetti, deformi, tornano a galla raccoglieteli con una schiumarola e deponeteli  in una zuppiera in cui avrete adagiato parte della Casera tagliata a pezzetti. Tenete la zuppiera su una superficie calda per mantenere formaggio e gnocchetti morbidi.

Continuate così sino ad esaurimento dell’impasto sul quale verserete il burro abbrustolito con salvia e aglio. Aggiungete formaggio grana e servite.

pizzoE’ un piatto unico, molto sostanzioso ma meno pesante di quanto sembri. Prima di averli assaggiati i vostri ospiti vi diranno che dopo non mangeranno altro. Li divoreranno e rimarrà posto anche per un dolce. Il dolce più appropriato sarebbero i “biscotin de Prost” ma gli originali  si acquistano al Mulino della Famiglia Del Curto. Venivano preparati in tutte le famiglie del paese in occasione dei matrimoni e per la Festa dell’Assunta il 15 di agosto e portati al Mulino per la cottura. Vengono confezionati ancora oggi con carta colorata, ogni confezione diversa dall’altra, come se si riciclasse la carta di regali ricevuti, come si faceva un tempo nelle case, a ribadire la semplicità, la genuinità del prodotto.

biscotin_de_prostIn rete girano alcune ricette, nessuna paragonabile all’originale. Neppure io la so. La Nonna Bis non ce l’ha trasmessa, forse neppure lei la conosceva. Forse più saggiamente di me ha percepito che  lentamente questo mondo si sta esaurendo, che bisogna lasciarlo andare, a differenza di me che mi ostino a tenerlo in vita. Per i nostri ragazzi che vedo crescere e a cui vorrei trasmettere atmosfere e sapori delle nostre radici nella speranza che un giorno un profumo, un aroma, una parola ricordino casa.

Pubblicato in Cosa bolle in pentola | Contrassegnato , , , , , | 10 commenti

Le domeniche siberiane di Mr. Tower

Mr. Tower è in trasferta ad  Ekaterinburg ,  1.667 km a est di  Mosca,  circondata dalla foresta, principalmente taiga,  e da piccoli laghi. Nella sua giornata libera si concede una gita fuori porta,  ad Alapaevsk , città della Siberia estremo occidentale. E’ una concessione che si fa, dopo giorni di intensi colloqui, visite ufficiali, cene di gala: un modo per ritrovare se stesso e l’essenza di quel Paese che ama tanto, anche per l’umanità delle persone, le più semplici.

reuters_russia_fish_farm_10Feb12-878x519Alapaevsk è la città in cui, il giorno dopo l’uccisione dello Zar, vennero gettati nelle miniere altri membri della famiglia Romanov, bambinaie e servitù compresa. Alapaevsk infatti  è una delle più antiche città metallurgiche della Russia ma agli inizi degli anni 90  molti degli ultimi impianti metallurgici furono chiusi. Immagino sia per questa ragione che la popolazione da 50.100 abitanti nel 1989 è scesa a 38.192 abitanti nel 2010.

Pyotr I. Tchaikovsky  trascorse parte della sua infanzia ad Alapaevsk che ora vanta il più grande orfanatrofio degli Urali. Ci vivono più di 150 bambini dai 2 ai 18 anni, divisi in 10 gruppi di età diverse. I fratelli non vengono separati ed è per questa ragione che l’orfanatrofio viene definito “familiare”. I bambini frequentano le scuole in città e coltivano verdure e frutti di bosco contribuendo a rifornire di cibo la loro tavola. Il sito rimanda un’immagine idilliaca, per quanto possibile, ma un’intervista alla Direttrice trovata online mi rimanda una percezione diversa.

E sono più propensa a credere alla mia percezione e ai racconti che mi fece degli orfanatrofi russi  una coppia di amici che anni fa adottò tre bambini. Tre fratelli che per ragioni di età vivevano in  due diversi istituti e che volendo avrebbero potuto adottare con opzioni diverse: solo il più piccolo che non ricordava i fratelli, solo i più grandini che vivevano nello stesso istituto. Preferirono riunirli e sudarono sangue per fare sì che si riconoscessero come fratelli e imparassero a convivere. Della Russia non vogliono sentir parlare e credo abbiano sofferto più di quanto siano in grado di ricordare.

Ma se di Russia spesso non si vuol parlare, sulla Siberia se ne dicono tante. Più o meno vere. Di certo non è una terra per gente dalle mezze misure. E’ una terra difficile. Le nevi indugiano sino al mese di maggio , e il freddo ritorna nel mese di settembre, congelando la taiga come in una desolata natura morta: chilomenti e chilometri di foreste di betulle, montagne scoscere, fiumi e paludi ghiacciate. 5.000 mila miglia quadrate di nulla, con una popolazione, al di fuori di una manciata di città, che ammonta a poche migliaia di persone.  Un’area del mondo dove è possibile vivere al di fuori della storia. Come è accaduto alla famiglia Lykov, composta da sei persone (padre, madre, due figli e due figlie) che dal 1936 al 1978 ha vissuto isolata nella profonda Siberia,  senza mai sentire parlare della Seconda Guerra Mondiale, della Guerra Fredda, dell’esplorazione lunare, di Kruscev, di Breznev, del Vietnam, del ’68, della bomba atomica. Nel 1978,  una spedizione di geologi, sorvolando in elicottero quella macchia di verde notò una zona seminata. Karp Lykov, il capofamiglia, era un fervente “vecchio credente”, ossia uno dei cristiani ortodossi che scelsero di non adeguarsi alla riforma del Patriarca Nikon nel 1666 e furono perseguitati da praticamente tutti gli Zar, soprattutto Pietro il Grande (che li vedeva come ostacolo al tentativo di modernizzare la Russia) e Nicola I. I bolscevichi non furono molto più comprensivi, e fu l’assassinio del fratello a opera dei rivoluzionari comunisti che portò Karp a radunare la famiglia e fuggire nella taiga. Della famiglia Lykov è rimasta in vita solo Agafia, che vive ancora oggi in quel pezzo di terra in cui è nata.

Non si è spostata, non intende farlo. Le autorità badano a lei con cibo, viveri e combustibile. Ha a continuato ad incontrare Vasily Peskov, giornalista della Komsomolskaya Pravda,  che sulla loro vicenda scrisse il libro “Lost in The Taiga” (pubblicato nel 1994) e deceduto lo scorso agosto.

A Mr. Tower la Siberia piace. Molto.  Alapaevsk è un punto di partenza, per andare oltre. Scrive messaggi malinconici, avvolto dal freddo, dal senso di solitudine e dal diverso scorrere del tempo.  Accolto da improvvisati e struggenti comitati di ricevimento.

Prokudin-Gorskii-08

E’ così!  per un qualcuno che in Siberia  ha voluto perdercisi, c’è un qualcuno che ci si ritrova. Io dico che per farlo bisogna avere fiducia nella ricchezza della propria vita interiore e anche voler affermare il proprio disaccordo col mondo. Essere trasgressivi. E volendo condividerla, contraddittori. A casa, aspetto che venga anche il mio momento.

E sorrido, pensando che  per qualcuno siamo soltanto due per cui la tristezza non è mai abbastanza!

Pubblicato in Books please!, Sì viaggiare | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | 6 commenti