La magia del Presepe e un piccolo libro da regalare…

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Sorvolo sulla tradizione presepiale Napoletana che peraltro è ben riassunta in questo piccolo libro pubblicato da Feltrinelli nel 2011 e che mantiene inalterata la sua bellezza e attualità. Consideratelo un piccolo suggerimento per un regalo a chi ama il Presepe.

E’ la storia di una tradizione tramandata dalla fine del ‘700 sino ai nostri giorni, attraverso la vita di persone umilissime che hanno ricevuto in dono una straordinaria abilità nello scolpire, forse nel “sentire” tanto da realizzare statue di struggente bellezza. Bellezza che rimarrà intatta attraverso i secoli, soppravvivendo alle guerre e alla povertà.

E’ un breve romanzo che è storico ed estetico allo stesso tempo, intelligente e ricercato. Insomma un piccolo tesoro da leggere e rileggere, anche durante il corso dell’anno per rinnovare la magia e il mistero del Natale.

Di Presepe ho già scritto qui:

Mi piace il Presepe

La Turchia e le Turcherie: c’era una volta…e a Genova c’è ancora

Cartoline da Genova

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Lapo e Le mille luci di New York

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Comunque vada io sto con Lapo.  Mi fa una gran tristezza e malinconia nonostante viva a colori.   “Non essendomi figlio a me”, direbbero a Napoli perché se fosse figlio…Ieri  sera, Mr Tower ed io, ci siamo addormentanti avendo lui come ultimo pensiero. Una grana, ci siamo detti, se la famiglia arriva al punto di denunciarlo alla Polizia. Si ma la famiglia non è tutta “agnelli” come sembra, a partire dal nonno che era solo meno maldestro. Gli fecero il favore di far sparire la 17enne di buona famiglia che era in macchina con lui quando ebbe un incidente, provocò la morte di due macellai e si ruppe un femore con conseguente menomazione permanente: era il 1952, ma il resto delle sue scappatelle e vizi privati sono note a tutti. Le beghe per l’eredità tra la madre di Lapo e il resto della famiglia sono cronache più recenti. E anche il non rapporto di Lapo con lei, la mail che lei gli ha scritto attraverso i giornali e alla quale lui ha risposto “Goodluck Wish You All the  Best. Lapo. :-)”. Mettici anche il suicidio dello zio Edoardo che non ce l’ha a fatta a vivere da Agnelli e il quadro è presto fatto.

le-milleluci-di-new-york-narrativa-straniera-jaySarà un caso ma proprio in questi giorni ho riletto dopo anni Le mille luci di New York di Jay McInerney. E’ uscito nel 1984, può darsi che a molti di voi sia sfuggito. Lapo potrebbe essere tra questi, essendo nato nel 1977.

L’ho ripreso perchè ho da poco finito La luce dei giorni, che è il terzo volume di una trilogia dello stesso autore, e che ho trovato bellissimo.

Del protagonista si ignora il nome, ma è un dettaglio. Ciò che conta è il racconto della sua discesa verso gli inferi a causa della droga usata per superare il dolore per la perdita dell’amore, la conseguente perdita del lavoro e tutto il peggio che ne può derivare.

Il libro si apre con una citazione da Fiesta di Hemingway:

“Come hai fatto ad andare in rovina?”, chiese Bill

“In due modi,” rispose Mike, “gradatamente prima, e poi di colpo”.

e il  primo capitolo ha un titolo eloquente: Sono le sei del mattino: hai idea di dove sei? Il protagonista si trova in un locale notturno, non ha saputo fermarsi, è “andato oltre su una coda di cometa di polvere bianca” e sta cercando di cavalcarla. Il suo cervello “è uno schieramento di soldatini boliviani. Sono stanchi e infangati per la marcia lungo attraverso la notte. Hanno i buchi nelle scarpe, hanno fame. Hanno bisogno di sostentamento,  di un po’ di Tiramisu Nazionale”.

Seguono altri 9 capitoli prima di arrivare a quello conclusivo, intitolato: Come ti va. E’ quello in cui si percepisce che la vita del protagonista evolverà. E’ di nuovo l’alba, il protagonista vaga per le vie della città senza avere la forza di arrivare a casa. Gli cola il sangue dal naso per la troppa cocaina tirata ma gli arriva comunque il profumo di pane fresco. E’ domenica mattina, vede un panettiere che porta via sacchi pieni di panini per permettere alla gente normale di avere pane fresco sulla tavola della colazione. Si rende conto di non toccare cibo da tre giorni e il profumo del pane gli riempe il cuore di tenerezza. Gli ricorda una mattina in cui era arrivato a casa dal college, dopo aver guidato tutta la notte. La madre in cucina stava cuocendo il pane, anche per occupare il tempo libero che le rimaneva mentre i figli “prendevano il volo”. Si erano seduti a chiaccherare e il pane era bruciato, ma ne avevano mangiato comunque un po’. Era bruciato fuori, ma caldo ed umido dentro. Lui era sempre stato orgoglioso di questa madre che aveva mantenuto una sua identità, “che non si era mai sottomessa alla tirannia della cucina”. Si avvicina, chiede un panino in cambio dei suoi occhiali da sole. Il panettiere li prova, li tiene e gli da un sacco di panini. Ne addenta uno ma il primo boccone gli si ferma in gola, e lo fa quasi vomitare. Capisce di dover andar piano, di dover imparare tutto daccapo.

Ora, se qualcuno di quelli che mi leggono conosce Lapo o se ce ne fossero alcuni tra quelli che mi leggono del tutto casualmente  ditegli di leggerlo, dite che glielo ha consigliato una mamma bibliotecaria, che leggendolo ha pensato a lui: anche nel libro il protagonista l’ultima serata da dannato la trascorre proprio con un trans. Gli vorrei  che ci sono sempre nuove albe per ricominciare, occhiali da cui ripartire.

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Metaforici  sacchi di panini in cui immergere il naso, profumi di casa da ricordare, che non siano gli abiti del nonno. Anche se ho il sospetto che di casa non ne abbia mai avuta una, di casa vera intendo …dove ti aspetta una mamma, magari maldestra ai fornelli, ma capace di ascoltare.

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Sleepy Hollow. A Kalachi, in Kazakhstan, la leggenda è realtà

Detesto Halloween, e tutto quello che ne consegue. Ma questa storia che vi racconto, che storia non è,  merita la citazione.

Sleepy Hollow, si sa, nel passato più recente, è nota per essere una serie televisiva andata in onda sulla Fox. E’ a sua volta ispirata a La leggenda di Sleepy Hollow di Washington Irving.

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The Headless Horseman Pursuing Ichabod Crane, John Quidor (1858)

E Sleepy Hollow è il nome con cui, a partire dal 2013, è stato rinominato il villaggio di Kalachi. Kalachi è un villaggio del Kazakhstan, 600 abitanti all’incirca, dove soprattutto bambini ed anziani cadevano  addormentati. Accadeva un po’ ovunque: a scuola, per strada, a casa. Nessun espediente riusciva a svegliarli. Erano frequenti anche casi di allucinazione nei bambini e forte eccitazione sessuale negli uomini. I racconti dei protagonisti riportano di fatti a tratti surreali ma in molti si era diffusa l’opinione di venire  deliberatamente avvelenati per costringerli ad abbandonare quei luoghi.

Dopo tre anni di ricerche si è finalmente capito a che cosa tutto questo era dovuto: alle esalazioni provenienti da una miniera di uranio abbandonata nella città di Krasnogorsk, che dista poche centinaia di km da Kalachi.

Gli abitanti del villaggio e di Krasnogorsk sono stati trasferiti in altre zone mentre quattro famiglie hanno preferito tornare piuttosto di vivere nei palazzi abbandonati dell’era postsovietica.

Palazzi abbandonati che sono una delle caratteristiche dei paesaggi del Caucaso e che abbiamo visto nei nostri attraversamenti dell’Azerbaijan e dell’Armenia: città nate intorno a grandi fabbriche ormai in disuso e conseguente spopolamento. E povertà.

E pensare che a 450 km da Kalachi,  Astana, la capitale del Kazakhstan, ha un aspetto futuristico grazie agli edifici progettati dall’architetto giapponese Kisho Kurokawa, come provano le foto scattate da Mr Tower poco più di due settimane fa. E dove pare si realizzino i sogni, non le allucinazioni portate dall’inquinamento…

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Erano studenti, erano erranti. Erano ebrei.

“All’entrata in vigore dei provvedimenti per la difesa della razza, il n° degli ebrei stranieri residenti in Italia risultava di 9170”. Molti vi vivevano da qualche decina di anni, altri vi erano arrivati nella speranza di trovare rifugio e protezione, sfuggendo così alla privazione di ogni diritto nel loro paese, compreso quello di cittadinanza, e alla caccia all’ebreo messa in atto dal regime nazista, a partire dal 1935, con l’emanazione delle Leggi di Norimberga. Nel 1938 iniziò così per loro, anche in Italia, un vagabondaggio che ebbe tra i suoi punti di partenza o di arrivo Genova. Molti di loro erano studenti, provenienti dai migliori istituti dell’Europa Orientale, che chiedevano solo di poter iniziare e sperabilmente concludere in Italia il loro ciclo di studi. Presso l’archivio dell’Università di Genova, e di altre città italiane, si trovano quindi i loro fascicoli personali che contengono i dati anagrafici, informazioni relative al corso di studi e cioè gli esami sostenuti, il voto, il titolo della tesi di laurea, l’indirizzo di residenza nelle città di provenienza e l’indirizzo di residenza in Italia. Su molte delle schede personali è indicata, con un timbro apposto sulla parte superiore, l’appartenenza alla razza ebraica. Il vagabondare di Università in Università per concludere il corso di studi ne fece a tutti gli effetti “studenti ebrei erranti”.

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La loro erranza si concluse nel 1940  con l’internamento in appositi campi riservati ad Ebrei Stranieri provenienti dai Paesi dell’Europa orientale. Uno di questi fu il campo di Ferramonti di Tarsia, in Calabria, nel sud dell’Italia. Costruito su un terreno paludoso come  estensione del nucleo di baracche che avevano ospitato gli operai della ditta Parrini durante le operazioni di bonifica. Benché il terreno non corrispondesse alle indicazioni del Ministero dell’Interno,  Parrini riuscì ad ottenere la concessione grazie alle amicizie di cui godeva e impose al primo gruppo di ebrei che arrivarono al campo di lavorare all’ampliamento dello stesso. Riuscì ad imporre anche uno spaccio di gener alimentari da cui i prigionieri erano costretti ad approvvigionarsi.

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Interno di una baracca a Ferramonti

Ferramonti fu più simile ad un villaggio che ad un lager, per diverse ragioni: la presenza tra i dirigenti di persone di spiccata umanità, come il primo direttore Paolo Salvatore. Gli stessi prigionieri, in gran parte colti e affermati professionisti,  agirono sempre con intelligenza e spirito di collaborazione. Contribuì non poco la popolazione locale che fu generosa e accogliente. E la presenza di un monaco mandato dal Vaticano che svolse un’attività pratica e non spirituale.

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Padre Callisto Lopinot

Grazie alla scelta non repressiva di Salvatore, la vita si svolse in maniera il più possibile tollerabile. Non venivano negate autorizzazioni ad uscire dal campo se necessario. Era consentito scattare fotografie, ascoltare la radio, fu creata una scuola elementare  e spesso proprio lui, Salvatore,  portava i bambini fuori dal campo con la sua automobile per comprare il gelato o li scorrazzava per il campo in motocicletta.

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Paolo Salvatore

Esisteva una biblioteca e si stampava un giornalino. Esisteva un forno dove venivano cotte le Matzah rituali e laboratori di sartoria per provvedere all’abbigliamento degli internati.

Esisteva un Parlamento composto da un referente per ciascuna baracca e l’insieme dei referenti eleggeva “il capo dei capi”  che relazionava con la direzione del campo.

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Il Rabbino Pacifici  al Parlamento di Ferramonti

Le famiglie non venivano separate, e si celebravano matrimoni. A Ferramonti nacquero 21 bambini.

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Matrimonio ebraico

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Bambini a Ferramonti

Sebbene fossero tutti ebrei, si trovavano a Ferramonti tre sinagoghe:  una ortodossa, una riformata e una specifica per un gruppo sionista appartenente all’organizzazione Betar.

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Interno di una delle tre Sinagoghe

Cultura e sport agirono da collante per tenere il più possibile uniti gruppi così disomogenei. Si organizzarono concerti, rappresentazioni teatrali, letture, gare di poesia.  Molti di loro erano artisti o professionisti affermati, una baracca venne adibita a laboratorio e utilizzata anche da Michel Fingestein, pittore e incisore, noto per i suoi Ex-libris.  Si svolse anche un campionato europeo di calcio: della partita Yugoslavia Polonia esiste ancora la cronaca scritta.

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Al pianoforte è il Maestro Lav Mirski; i due cantanti sono Gildin Gorin e Elly Silberstein

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Baracca adibita ad atelier per artisti.  Michel Fingenstein è il primo seduto a sinistra

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Partita di calcio

Fame e insetti erano comunque presenti a Ferramonti insieme alla consapevolezza che qualcosa di terribile stava accadendo altrove.

Vi furono internati gruppi di ebrei romani, provenienti dalla Germania e dall’Austria, ebrei polacchi e più in generale provenienti dall’Europa Orientale, ebrei provenienti dalla Libia, da Lubiana, dalla Serbia, e gli ebrei appartenenti al gruppo del Pentcho, battello fluviale partito dal porto di Bratislava, con la speranza di giungere in Palestina ma naufragato purtroppo al largo dell’Isola di Rodi.

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Pentcho

Tra gli internati del campo vi erano anche gruppi di jugoslavi partigiani  e greci e di cinesi.

Nel ’43, quando l’esercito tedesco iniziò la ritirata,  molti degli internati, i più giovani, vennero fatti nascondere nei boschi e nelle case dei contadini delle campagne circostanti. Il monaco riuscì ad impedire l’ingresso dei tedeschi nel campo dichiarando che nel campo imperversava un’epidemia di colera. Il campo fu liberato nel settembre del ‘43 dagli Inglesi che impedirono a molti di emigrare in Israele. Furono tanti quelli che rimasero nel campo sino alla fine della guerra e oltre prima di decidere dove ricominciare a vivere.

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Brigata Ebraica a Ferramonti

Molti di loro divennero famosi in campo artistico,  letterario, scientifico o sportivo. Ernst Bernhard, berlinese,  divenne medico e psichiatra e fu un importante allievo di  Carl Gustav Jung a Zurigo. Richard Dattner, ebreo di origine polacca, dopo la guerra emigrò negli Stati Uniti dove diventò un famoso architetto. Oscar Klein, ebreo austriaco, divenne uno dei trombettisti jazz più famosi al mondo. Imi Lichtenfeld, nato  a Budapest,  in assoluto fra i più famosi personaggi delle arti marziali e fondatore del metodo di combattimento e autodifesa chiamato Krav Maga, fu tra i fondatori dell’esercito israeliano. David Mel, medico yugoslavo, fu più volte candidato al Premio Nobel per la scoperta del vaccino contro la dissenteria. Alfred Weisner, inventore del sistema di produzione del gelato Algida e fondatore dell’omonima società.

Come sono venuta a conoscenza di questa storia? Grazie a Ferramonti, il campo sospeso il documentario realizzato da Christian Calabretta, trasmesso su Rai Storia una domenica pomeriggio. Mi è venuta voglia di approfondire, ho scritto a Mario Rende autore del saggio Ferramoni di Tarsia pubblicato da Mursia e da lui sono venuta a conoscenza del gruppo di “ebrei Genovesi”. Ho trascorso due giorni nell’Archivio dell’Università di Genova dove ho potuto consultare i fascicoli personali degli studenti, soprattutto medici.

Un elenco degli internati, con paese di provenienza, dati anagrafici e paternità, iter di internamento è stato compilato da  Anna Pizzuti ed è possibile effetturare la ricerca on line utilizzando diversi criteri Ebrei stranieri internati in Italia durante il periodo bellico

Di alcuni di loro si conoscono i volti grazie ai materiali conservati e resi disponibili  in rete dall’ Università di Bologna , dal Comune di Ferramonti . Ne voglio condividere alcuni  convinta che  molto altro materiale fotografico si trovi negli album di famiglie sparse ovunque in Europa e nel mondo, insieme a diari, ricordi e molto altro. Nelle didascalie delle foto troverete nome e cognome, luogo e data di nascita, paternità e maternità

Io stessa, su richiesta di Yolanda Bentham, figlia di David Ropschitz (nato a Lwow allora Polonia nel 1913,  laureatosi a Genova in medicina e internato a Ferramonti), dopo mesi di ricerche sono riuscita a risalire all’identità di un compagno di studi e di prigionia, caro amico  del padre.

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David Ropschitz, Isaac Klein, Isacco Friedmann

Non è stato facile perché la storia di Isacco è molto diversa da quella degli altri studenti. Nato a Brody nel 1914, venne in Italia nel 1921, quando il padre Leone, che era stato fatto prigioniero durante la 1° Guerra Mondiale, venne liberato e sollecitò la moglie a raggiungerlo in Italia con il figlio. A Genova , dove era stato imprigionato a  Forte Begato, aveva trovato un ambiente amichevole e aveva potuto riprendere l’attività abbandonata in patria.

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Brody era uno dei centri più importanti dell’Ebraismo, tanto da essere definita la Gerusalemme dell’Impero Austriaco,  e  strategico per i commerci. Tra le attività più fiorenti c’era la sartoria con 139 botteghe artigiane, tutte di ebrei,  e industrie. Il sindacato dei sarti era tra i più influenti e aveva un proprio rabbino tenuto in grande considerazione dal resto della Comunità ebraica.

La decisione di Leone di fatto salvò la vita alla moglie Sara e al piccolo Isacco. Durante gli anni dell’occupazione nazista tutti gli ebrei di Brody furono uccisi, tra questi anche 16 famigliari di Isacco,  o deportati e morirono nei campi di concentramento.

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Entrata del Ghetto di Brody, 1942-1943

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Ebrei di Brody in attesa di essere deportati

Sara intraprese dunque questo lungo viaggio attraverso l’Europa e fu costretta a rimanere a Praga per un certo tempo quando il piccolo Isacco si ammalò di tifo. Quando finalmente la famiglia si ricongiunse iniziò per i Friedmann un periodo di prosperità.

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Da sinistra Isacco (Iso), la madre Sara, i fratellini Giuseppe e Sigismondo (Gigi) nati in Italia e, dietro di loro, il padre Leone

Isacco studiò al Liceo Cassini e si laureò in medicina l’11 luglio del 1939 e visse sino ad allora una vita ben diversa dagli altri studenti ebrei che erano stati costretti ad abbandonare le loro famiglie, i loro paesi di origine per salvarsi dalla  recrudescenza delle leggi razziali. La sua spensieratezza venne purtroppo ridimensionata con  la deportazione a Ferramonti, nel 1940.

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Isacco Friedmann, a sinistra, con un gruppo di medici internati a Ferramonti

Isacco arrivò a Ferramonti con il primo gruppo, quello che in pratica rese agibile il campo agli altri anche occupandosi di mansioni umili e faticose. Seppe conquistarsi la fiducia di Salvatore ed ottenne di essere trasferito a Lungro, in regime di semi libertà, ma qui, avendo prestato la sua opera di medico con successo e gratuitamente, venne rimandato a Ferramonti dopo la denuncia del medico locale. Tornato a Ferramonti vi rimase sino al   30 luglio del 1942 quando fu  confinato  a Santo Stefano D’Aveto, nell’entroterra genovese, dove rimase  sino al 12 novembre del 1943. Da quel momento iniziò la sua latitanza sui monti, sentendosi braccato e vivendo con il terrore di venire catturato. Sono quegli gli anni che Isacco ricorda come i peggiori della sua vita. Finita la guerra ha svolto la sua professione di medico con successo, si è sposato , ha avuto un figlio  ed  è un lucido, colto, brillante e affascinante signore di 102 anni, questo si è davvero straordinario, che ha acconsentito ad incontrarmi. Nel mese di agosto insieme a Yolanda, arrivata dall’Inghilterra, per condividere foto, aneddoti incredibili, ricordi non sempre piacevoli  che fanno di lui un testimone eccezionale di quello che accadde a Ferramonti. E  hanno creato legami preziosi e fatto nascere affetto.

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Da sinistra Inge e Isacco Friedmann. Accanto ad Isacco Yolanda Bentham

Se richiesto, posso inviare copie delle schede personali degli studenti che frequentarono l’Università di Genova. Ne approfitto per rignraziare la Sig.ra Roberta Rabboni, Capo Settore della  Segreteria studenti Dipartimenti  della Scuola di scienze mediche e farmaceutiche,  senza la disponibilità e l’aiuto della quale non sarei  mai potuta arrivare a questo materiale. Naturalmente sarò felice di accogliere memorie, foto che condividerò con gli studiosi del Museo. Tutto può contribuire a ricostruire questa storia, la giovinezza di chi con la propria vita è stato testimone sì  di violenze e sofferenze ma aveva in sè il seme del futuro. E a ricordare che Ferramonti fu,  in fondo,  una storia di salvezza.

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Il Nobel a Bob Dylan: c’è chi dice no.

Scrivo oggi quello che avrei voluto scrivere ieri, ma mi sono censurata per non scrivere sull’onda dell’entusiasmo per il Nobel a Bob. Sinceramente non lo avevo neppur considerato tra i papabili, ma il fatto che sia stato scelto mi ha ridato un briciolo di entusiasmo giovanile che il vento che ci gira intorno mi aveva tolto. In tanti, mi limito all’Italia, hanno commentato negativamente soprattutto nel mondo letterario e la cosa non mi sorprende: siamo un paese di santi, poeti e navigatori. E rosiconi, soprattutto i secondi, categoria nella quale comprendo i tanti, sempre di più autori di romanzi di cui cui sinceramente non si sentiva il bisogno. Vi pare che Ungaretti, seppur  sia stato un gigante, abbia veicolato messaggi rivoluzionari, controcorrente, che hanno avuto risonanza mondiale?  E per il Nobel a Elfriede Jelinek (2004) qualcuno ha fatto osservazioni? No, eppure credo che i più la ignorino. Io tra quelli. In tutto il resto del mondo scrittori di fama, questi sì, internazionale si sono compiaciuti. Ed è il primo Nobel ad un americano dal 1993.

Voglio credere che il Nobel a Dylan, oltre che per il valore poetico dei suoi testi, sia un riconoscimento anche ad una certa di idea di mondo e valori contrari all’avanzata dei partiti populisti e xenofobi, soprattutto in Europa. E che abbia quindi anche un valore politico che, a meno di un mese dal voto negli Stati Uniti, porti “buon vento” per l’elezione di Hilary Clinton. O almeno spero.

Del resto l’elezione di una donna alla Casa Bianca è qualcosa di assolutamente rivoluzionario, un segnale di cambiamento , già iniziato con Obama anche se ci sarebbe da discutere sui contenuti della Presidenza.

Chi meglio di Bob ha cantato i diritti civili, il pacifismo and so on? Certo non l’ha fatto da solo ma ne è divenuta l’icona. Vi siete mai soffermati sulle differenze tra il pubblico del Newport Festival (1964) che lo rese famoso ( quando ne rivedo le immagini mi commuovo, pensa te, perché avrei voluto essere lì, tra quei giovani dalle facce pulite e abiti ordinati che avrebbero mandato all’aria il mondo ).

 e quello di Woodstock (1969) a cui lui non partecipò pur vivendo lì, o a quello dell’Isola di Wight a cui invece partecipò qualche giorno dopo

Dylan stesso è l’immagine stessa del cambiamento, a cui non si è mai sottratto . Sono stata nel 2013 al suo concerto agli Arcimboldi. Ci sono andata con lo spirito del pellegrino, per rendere omaggio ad un uomo, talvolta poco gradevole bisogna dirlo (durante il suo concerto ieri a Las Vegas non ha fatto alcun riferimento al Nobel)   a cui sono rimasta fedele per tutta la mia esistenza. In molti sono rimasti delusi, forse sono gli stessi che oggi lo criticano. O invece no, solo per dire io c’ero. Sul palco più ombre più che luci, nessun vip per fortuna in prima fila, tanti stranieri, minacce in caso di foto (peraltro da molti non rispettate), parole incomprensibili, nuove versioni, l’armonica sì la riconosci, gli insoliti ringraziamenti, niente cappello, la mano sul fianco, pericolosi ondeggiamenti nei 2 minuti a luci accese.  Ho riconosciuto Blowing the Wind dal testo, non dalla musica, solo perché lottando con un aggressivo gigante della security sono riuscita ad avvicinarmi al palco e avevo le orecchie appiccicate alle casse.   Cosa è rimasto del Dylan di un tempo, di noi, di “quel” tempo? Se volevo “quel” Dylan rimanevo a casa ad ascoltarmi un vinile, ad oggi un po’ gracchiante come la sua voce. Avevo  comprato un biglietto per quello che è. Più che un concerto, un pellegrinaggio, un atto di fede, quella sì rimasta immutata nonostante , yes, i tempi. Che continuano a cambiare. Quello che  Bob è stato è nella storia. Oggi più di prima.

 

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E sempre allegri bisogna stare…

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Genova, Palazzo Ducale – Forme del Pensiero che Ride
Moni Ovadia, Dario Fo, Don Andrea Gallo, Franca Rame

 

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Dalì e il suo sontuoso libro cucina

Avete un’amica/o appassionata/o di food alla quale volete regalare un libro ma ne ha un’infinità o magari ne scrive?,   l’appassionata/o siete voi? Allora la ristampa di Le diners de Gala di Salvator Dalì è quello che ci vuole. Un libro a lungo solo immaginato, pare che a 6 anni volesse fare il cuoco, e che fu stampato per la prima volta nel 1973.  Lo ha ripubblicato Taschen. Prendendosi sul serio l’Autore ne sconsiglia l’acquisto a inappetenti, fissati con le diete, vegeteriani per non parlar di vegani

“Les dîners de Gala è dedicato esclusivamente ai piaceri del gusto… Se siete uno di quelli che calcolano le calorie e trasformano le gioie del cibo in una forma di penitenza, chiudete subito questo libro; è troppo vivace, troppo aggressivo e troppo impertinente per voi.”

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Il libro è dedicato alla moglie e musa Gala, ed è un misto di arte surrealista e fantasia. Un esempio: pasticci di rana e uova millenarie senza le quali una cucina non merita di essere considerata tale e va distrutta. Anche se la ricetta delle uova millenarie mi ha ricordato una pietanza vomitevole di cui Mr Tower mi ha mandato foto dalla Cina, e quindi immagino che così surreale proprio non uovasia.

Anzi, credo si tratti di quello che viene definito “pidan”, un metodo tradizionale di conservazione delle uova che avviene per fermentazione, lasciando per 100 giorni uova di anatra in un composto di acqua, sale, carbone e ossido di carbonio. Nella  tradizione  cinese si usa servire l’Uovo dei cento anni come “antipasto”, tagliato in quarti e “marinato” leggermente con aceto cinese, vino cinese, salsa di soia chiara e poco olio di sesamo insieme a dello zenzero fresco e dell’aglio.

Ma nonostante molte ricette e ingredienti appaiano improbabili in realtà in alcuni casi provengono dai più famosi ristoranti di Parigi: Lasserre, La Tour d’Argent, Maxim e Le Train Bleu.

Dalì e la moglie erano famosi per le cene molto opulente  che offrivano ai loro ospiti. Animali selvatici vagavano liberamente per le sale e gli invitati erano tenuti ad indossare costumi molto stravaganti così che le cene si trasformavano in happening più teatrali che gustativi.

Moda che fu seguita anche dal Barone Guy de Rothschild e Signora

E’ diviso in 12 capitoli e contiene 136 ricette, illustrate dall’Autore, suddivise per ordine di portata e accompagnate da su riflessioni sugli argomenti di conversazione a tavola.

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Pare che della prima edizione ne esistano in circolazione circa 400 copie vendute per centinaia, anche migliaia di dollari.

Alla gastronomia si aggiunge un tocco di erotismo, utile nel caso fosse necessario risvegliare altri appetiti.

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Genova. Il mio ritratto sentimentaletterario

E’ uscito il nuovo numero de Il Colophon. Il tema questa volta è ispirato dal testo di Andare, camminare, lavorare di Pero Ciampi come spiegato nell’editoriale del nostro direttore Michele Marziani.

Io ho subito pensato a Genova, una città che negli ultimi 40 anni ho frequentato con assiduità e ho visto trasformarsi. In bene o in peggio? dipende. A volta in bene a volte in peggio. Il mio è un ritratto sentimentale dove il bene e il peggio si confondono. Ognuno ha la sua Genova. Trovate la vostra.

GENOVA PER NOI Viaggio sentimentale nella città letteraria, operaia, anarchica, convulsa, contradditoria, marinara e tanto amata di Cinzia Robbiano

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Autobus bianchi per fuggire dall’inferno

Non conoscevo la vicenda di Folke Bernadotte, diplomatico svedese, e degli “Autobus Bianchi” messi a disposizione dal governo del suo paese per salvare dai campi di concentramento tedeschi prigionieri svedesi, ebrei ma anche poliziotti danesi e membri della resistenza norvegese e vittime del programma tedesco di sparizioni programmate Notte e nebbia. Alla fine del programma, 15.345 prigionieri vennero recuperati tra gravi rischi per gli operatori, tutti volontari :  7.795 erano scandinavi e 7.550 non-scandinavi (polacchi, francesi e di altre nazionalità) Tra loro 423 ebrei danesi evacuati dal campo di Theresienstadt e norvegesi detenuti a Sachsenhausen.

 

E’ una vicenda complessa di cui in molti si sono occupati soprattutto fuori dall’Italia. Nel nostro paese è stata raccontata sotto forma di romanzo da Giulio Massobrio in Autobus Bianchi, pubblicato da Bompiani, ed è leggendolo che ne sono venuta a conoscenza. Il libro sta a metà tra il thriller e il documento, ed è scritto in modo così avvincente, complesso, forte da avermi fatto dimenticare spesso di essere stato scritto da un italiano. Può essere considerata a tutti gli effetti una spy story che partendo da Roma attraversa tutta l’Europa ed è narrata con una lucidità tale da confondere verosimiglianza e verità.

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Alla fine del testo una bibliografia dettagliata riporta suggerimenti che aiutano a ricondurre la vicenda a quella tragica verità storica a cui in molti, troppi non riuscirono a sfuggire.

Notte e nebbia è anche il titolo di un documentario realizzato da Alain Resnais per documentare l’Olocausto e presentato al pubblico nel 1956 in cui si alternano documenti originali e immagini del campo di Auschwitz  come si presentò al regista. Alcune scene furono tagliate perché ritenute troppo impressionanti dalla censura francese.

 

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Questa cosa bizzarra che si chiama amore

Grazie Astoria! grazie per i tuoi piccoli ma preziosi libri. Vengo da tre settimane di convalescenza (me restano almeno altrettanto: editori fattevi avanti se volete recensioni) durante le quali ho letto molto. Cosa? In ordine sparso: il secondo volume della Saga dei Cazalet , La lettera di Kathryn Hughes , La prima verità di Simona Vinci , Eccomi di Jonathan Safran Froer , e altro che ora non ricordo. Tutti, e ciascuno a modo loro, parlano di amore. Poi finalmente ho iniziato Questa cosa bizzarra che si chiama amore di Elke Hiedenreich e Bernard Schroeder e finalmente mi sono anche divertita.

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Dico anche perché il romanzo naturalmente è molto di più del ritratto semiserio di una coppia di una certa età, più vicina alla mia di quella dei protagonisti degli altri libri. Intanto è scritto a capitoli in cui, alternandosi, Lore e Harry, come in un contraddittorio, danno la propria versione dei fatti.  E’ realistico e commovente, a tratti autobiografico. Dico così perché sono bibliotecaria come Lore, la protagonista: anch’io come lei leggo molto, vorrei che tutti leggessero, mi occupo di presentazioni di libri. A differenza di Lore non temo la pensione, anzi sono tra quelli che ci andrebbero da…diciamo ora. A differenza di Lore non ho un giardino, e quindi un marito che se ne occupi o che giochi a golf. Anche il mio non legge molto ma non per scelta, per mancanza di tempo, e si illude di farlo girandosi tra le mani quelli che settimanalmente compro. Non gioca a golf ma la domenica va allo stadio.Abbiamo però come tante coppie, e come Lore e Harry, spazi privati anche mentali, figli che abbiamo educato diversamente da come siamo stati educati noi e che da noi vogliono essere diversi (senza gli eccessi di Gloria, la loro figlia, per fortuna), malinconie, amarezze. E anche risate, in cui credo molto come collante per una coppia che voglia durare. Risate per lo più su se stessi, autoironia quindi come terapia di coppia, per accettare le imperfezioni, eventualmente correggerle, superare la vergogna per il corpo che cambia, per ridimensionare quel po’ che si perde nel vivere insieme. E che ci si ritrova alla fine un matrimonio, e di cui spesso ci si accorge solo quando la fine arriva per cause naturali. Come nel  caso dei protagonisti del romanzo. Il che mi fa pensare che sia con un po’ di rimpianto che  gli autori abbiano  deciso di scrivere questo romanzo scritto a 4 mani, dopo un matrimonio durato 20 anni. Perché  hanno tratto spunto per il titolo originale Alte Liebe da un poverbio tedesco che dice: una vecchia fiamma non muore mai.

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