Il matrimonio e l’eleganza cattolica…Primavera anni ’50

“Ormai vogliono sposarsi solo i gay”. La frase lapidaria l’ha pronunciata la madre di una mia amica. Constatazione? rassegnazione? a voi il punto di vista. Di vero c’è che  mentre diminuisce il numero dei matrimoni, soprattutto religiosi, aumenta il business intorno alla cerimonia. Federconsumatori come ogni anno ha monitorato i costi dei matrimoni in Italia, rilevando che “nel 2015 un matrimonio tradizionale (circa 100 invitati) poteva costare da 35.624 a 59.809 Euro”. Pare che sul totale delle spese un impatto pesante l’abbia la sposa: per abito, scarpe, lingerie, acconciatura, make up ed altri trattamenti estetici una sposa nel 2015 in Italia poteva spendere da 3.935 a 8.425 Euro. Il tutto naturalmente riferito a matrimoni di lusso, influenzati in anni più recenti dai reality che hanno incrementato wedding planner, damigelle e via così, tutto quel genere di cose che se mal gestito trasforma il matrimonio in un’enorme pacchianeria.

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E la sostanza? rimane soffocata da tulle, pizzi e torte a 5 piani. Dimenticavo…viaggi di nozze da favola a carico degli invitati o degli amici. Che ne è dei sobri ma robusti matrimoni anni ’50? ne rimangono tracce negli album di famiglia.

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E negli archivi della Turris Eburnea, associazione nata a Torino negli anni ’40 per volontà di Don Michele Peyron, giovanissimo viceparroco con laurea in giurisprudenza, (fratello del Sindaco Amedeo Peyron) chiamato a dare consigli a giovani coppie in difficoltà. Individua nella donna il punto debole e forte allturriso stesso tempo, quella che ha più bisogno di essere illuminata.

“anche se ti sembra di essere caduta nel fango e di non valere più niente, sappi che sei preziosa agli occhi di Dio e che è sempre possibile rialzarsi e ricominciare!”

Ispirato da un dicorso di Pio XII, sceglie la litania dedicata alla Madonna, simbolo di fortezza e di purezza, come nome per l’Associazione a cui dà vita.

Per avvicinare giovani, soprattutto quelli tradizionalmente esclusi da certi ambienti, organizza iniziative insolite per i tempi, incontri di massa o di piccoli gruppi, in teatri, piazze, parchi. Include la moda e l’eleganza nei linguaggi che utilizza per avvicinare le ragazze. Nascono così le “Giornate della Serenità” a Torino innanzitutto e poi in altre città italiane e nel loro ambito si organizzano vere e prorie sfilate di moda, finanziate da donazioni spesso anonime, fatte di collezioni estive ed invernali, di 30-35 modelli ciascune, fatte per promuovere ” l’eleganza cattolica”.

nel suo abbigliamento ogni donna ha  un silenzioso ma potente linguaggio, può parlare all’anima o ai sensi di chi l’osserva

Nel 1950 si fecero 38 sfilate. Tra queste una si fece ad Ovada il 26 marzo.  Nel 1951 ad Ovada, le femmine, tra i 14 ai 34 anni, erano 1440.

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Non esistono tracce negli archivi locali o nei giornali dell’epoca di questo evento che a giudicare dalle foto, che ho avuto dall’Associazione, ebbe un notevole successo. Era una domenica pomeriggio, una bellissima giornata di tiepido sole primaverile, lo si deduce dalla luce che filtra tra le case di via Cairoli ma furono moltissime e moltissimi quelli che decisero di trascorrerla tra le mura del Cinema Torrielli.

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Il programma della giornata non è leggibile, la sua preparazione sarà stata preceduta, come di prassi, da viaggi esplorativi , incontri con il comitato locale, lo studio degli orari, il reperimento degli alberghi e dei ristoranti che spesso venivano messi a disposizione gratuitamente dalla comunità locale, corrispondenza, telefonate, ecc… A carico dell’Associazione spese di trasferimento, le attrezzature tecniche.

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In quei giorni si proietta, e non sarà stato un caso, Sposarsi è facile ma…, commedia degli equivoci dal finale scontato, che ha come interpreti , tra gli altri, Van Johnson, Lucille Ball ed Esther Williams. Il titolo pare alludere alle difficoltà di una scelta che soprattutto in quegli anni, finita la guerra con tutto il suo carico di dolore e di rinunce, aveva comunque in sè una promessa di felicità. Anche solo di serenità, ci si accontentava. Si faceva ancora fatica, tanta, ma si intravedeva un futuro migliore.

Avevano ripreso le pubblicazioni i settimanali scandalistici che dedicavano spazio a famiglie reali, divi e dive del cinema, cantanti, omicidi passionali: tutto contribuiva ad arricchire l’immaginario collettivo, soprattutto femminile. Nel 1950 si sposa, per la prima volta, Liz Taylor. Il cinema americano si affermava con musical e commedie rosa. Smessi i cappotti rivoltati dal taglio sempre troppo maschile, le donne avevano voglia di sperimentare nuovi canoni di bellezza e provavano ad imitare le attrici più popolari.

 

Mi piacerebbe che qualcuna delle ragazze, fotografate sorridenti davanti al Torrielli, si riconoscesse. Se fosse viva avrebbe più o meno l’età di mia madre. Mi piacerebbe avesse voglia di raccontarmi, se la ricorda, quella Giornata. E se ha vissuto nel matrimonio come nella Torre d’Avorio che le era stata promessa, visti i tempi,  davanti a Dio.

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Dire nel cinquanta sembra ieri. Se dici mezzo secolo ti senti perso e ti casca il mondo addosso. La parola secolo non ci appartiene, è della storia, non della vita. E’ una parola da Garibaldi.- Anni cinquanta passati in fretta, Mario Canepa

Di matrimoni ho già parlato qui

Ovada, giugno 1947. Un viaggio di nozze esotico

Maggio francese

The Billion Dollar Ladies

Cenerentola: in Azerbaijan la favola sembra ancora più vera

Unioni civili: chi le spiega ai bambini?

Sorelle: ogni riferimento è puramente casuale

 

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God Save the Queen, le nostre leggi e i minatori gallesi

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Sabato 25 giugno si è svolta a Villa Gavotti ad Albisola Superiore, la festa per il 90° compleanno della Regina Elisabetta, organizzata dal Consolato Generale di Milano e dal Consolato Onorario di Genova.


La Villa è bellissima, merita la visita. Bellissime le sale dedicate alle stagioni, con stucchi in rilievo. Anche il giardino all’italiana, diviso da due sinuose scalinate ornate da grandi vasi e statue. Il buffet sobrio ed elegante, con un tavolo dedicato all’afternoon tea.

Perchè  lo si è festeggiato a giugno e non ad aprile? Perchè Il compleanno dei Re inglesi viene da circa 3 secoli celebrato nel mese di giugno a prescindere dalla data di nascita, per ovviare al cattivo tempo che caratterizza i paesi nordici e che impedirebbe le grandi adunate di popolo adorante.
Quest’anno il caso ha voluto che coincidesse anche con il giorno seguente all’esito del referendum sulla Brexit. Se ne è parlato? ovviamente no. Oggetto della festa era la Regina e la longevità del suo regno per il quale si è anche pregato.  Non c’era bisogno di aggiungere altro. Non è mancato l’inno ovviamente, God Save the Queen. E lì più di un invitato un pensierino ce l’ha fatto, essendo la Regina simbolo dell’unità e della continuità nazionale.

Ci ha pensato Lei a fare un commento qualche giorno fa : “I’m still alive”.Che poi unità ora come ora pare una parola grossa, considerando che la Scozia, visto il risultato del referendum, invoca la separazione dal Regno Unito. Che poi gli Scozzesi quando venne loro chiesto di esprimersi in proposito, votarono per rimanere uniti al resto del Paese. Solo Glasgow si dichiarò favorevole alla scissione, come era prevedibile, visto la piega che nel frattempo aveva preso la città e che in quell’ottica aveva cambiato anche la  sua campagna di promozione No Tartan but People: that’s Glasgow!

Insomma, la situazione è confusa. Chi può fare previsioni per il futuro? Io non me la sento di sottoscrivere le dichiarazioni degli opinionisti, economisti, insomma tutti quei fenomeni che in questi giorni hanno sputato sentenze una dietro l’altra. Quello che è evidente è l’enorma frattura tra  quelle categorie e l’opinione pubblica, sulla  sua manipolazione e conseguente superficialità che hanno portato all’Unione Europea. Ha prevalso il politically correct e l’esclusione di gran parte dei cittadini dal dibattito e dalla ricadute positive.  Per quanto riguarda il futuro? Nemmeno l’oracolo di Delfi azzarderebbe un pronostico… Per quello che mi riguarda mi limito a ricordare gli anni in cui studiai a Cambridge, fine anni ’70, e le famiglie affittavano la TV durante i  finesettimana, il riscaldamento funzionava a monetine e le casalinghe fecero una serrata per costringere i macellai ad abbassare il prezzo della carne. Non ricordo che nulla di analogo sia mai accaduto in Italia, soprattutto in quegli anni e quindi rispetto il voto popolare, di quella parte dell’elettorato che raramente ha possibilità di farsi ascoltare: vecchi, contadini e minatori come li ha definiti con un certo disprezzo un invitato al Royal Party, italiano peraltro, perché gli Inglesi erano ammutoliti non si sa se per lo choc o per il fairplay. E che con molto fairplay ci hanno invitato ad uscire al termine del ricevimento, come dimostra la foto che ho scelto per aprire il mio post.

E a proposito di minatori gallesi… ho visto ieri Pride, film del 2014 diretto da Matthew Warchus, tratto da una storia vera e ambientato all’epoca della rivolta contro il governo della “lady di ferro” Margaret Thatcher.

Ne consiglio la visione e scelgo, per concludere, questa frase, forse un po’ infantile ma che al momento esprime il mio stato d’animo, tra quelle che mi sono piaciute di più, sperando che anche un solo minatore gallese mi legga:

“Quando fai una  battaglia con  un nemico tanto più forte,  tanto più grande di te, scoprire di avere un amico di cui non conoscevi l’esistenza  è la più bella sensazione del mondo!”

Come andrà a finire? Lo scopriremo solo vivendo…

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Sri Lanka. 30 anni dopo…

Dovendo scrivere di un’isola non ho avuto dubbi. Non che ami solo lei, di isola. Amo la Sardegna. Amo la Gran Bretagna, isole dell’isola comprese. Ma forse perché penso che non la rivedrò, trovo ogni pretesto per  rinnovarne i ricordi. Che sono diventati un articolo sull’ultimo numero de  Il Colophon, dedicato alle isole Sri Lanka, l’isola dove arriva il suono delle fontane del paradiso

Di Ceylon o Sri Lanka avevo già parlato qui In the Jungle

 

 

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Brexit: Elena Ferrante scrive alla Gran Bretagna

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Si avvicina il referendum sull’Europa. Draghi si dice disposto a tutto e un referendum indetto dal Guardian indica che il 52% dei cittadini  inglesi è favorevole all’uscita dall’Europa. Lo stesso The Guardian ha chiesto a diversi intellettuali europei di scrivere una lettera alla Gran Bretagna in cui manifestare la propria opinione in proposito. Tra loro c’è anche l’italiana Elena Ferrante che la pensa così:

Cara Gran Bretagna, non ho molta simpatia per l’attuale Unione Europea. I suoi piani superiori sono elegantemente arredati, con ampi saloni per feste e banchetti; ci sono grandi negozi molto ben riforniti, camere con vista panoramica, dove vengono discussi ed elaborati piani edilizi per quelli che vivno ai piani inferiori, servizi di sicurezza che progettano sistemi d’allarme e porte blindate per impedire l’ingresso di quanti si vogliano accampare nell’ingressoo almeno in cantina. E’ una brutta Europa questa. Dietro la sua facciata salvaguarda gli interessi dei paesi più forti economicamente e militarmente. Eppure, nonostante le norme e i regolamenti, non ha mai smesso di pensare che – quando non c’è più nulla da guadagnare – è meglio mandare all’aria l’Unione e utilizzare i metodi arroganti delle vecchie nazioni orgogliose.

E’ questa un’opinione del tutto insensata. Da tempo i vari pezzi dell’Europa hanno perso la loro autonomia e centralità. Le più importanti crisi economiche non posso essere risolte rimanendo ciascuno nel proprio “brodo”. Le migrazioni non si controllano con il semaforo o con il filo spinato.Il terrorismo non è un videogioco a cui si gioca stando seduti nel proprio salotto. Le trasformazioni del clima e le loro conseguenze non le si affronta aprendo un ombrello. Il detto “pochi ma felici” non basta più, neppure per se stessi: ci si deve confrontare con i tanti infelici.

E così, mentre l’Unione ha unito poco o nulla, è necessario a questo punto, secondo me, rimanere uniti a tutti i costi. Ciò di cui abbiamo bisogno ora non sono più piccoli paesi ma un continente. In mezzo a conflitti e scontri, a dispetto dei fatti,  dobbiamo cercare di andare verso una comunità che, invece di elaborare gli elenchi di obiettivi diventi  attivamente politica e metta fine alle innumerevoli e innumerevoli  disuguaglianze. Negli scrigni dei suoi Stati sovrani, l’Europa ha molti tipi di veleni, ma anche splendidi gioielli. E ‘il momento di buttare via i primi e di tirare fuori i secondi in preparazione della festa per quelli come noi, appassionati del pensiero e dell’azione comune. Non abbiamo bisogno di radici comuni ora: ci trasformano in piante, splendide ma legate alla terra, ma nel mondo di oggi tutto è sempre più mobile , e si trasforma in continuazione. Una vasta, la vera identità deve aprirsi a tutte le identità e assorbire il meglio di loro. Il tempo è breve. Molti tipi di disagio e di povertà si stanno diffondendo, le strade sono sempre sporche di sangue, le peggiori intenzioni alimentano i peggiori tipi di politica. Stare insieme non è più un’opzione ma un obbligo e una necessità urgente. Donne e  uomini della Gran Bretagna, per favore, rimaniamo uniti, e insieme cambiamo l’Europa.

Si può non essere d’accordo? ovviamente no. Personalmente trovo la prima parte più realistica, la seconda utopica e anche un po’ retorica. Ovvio che da qualche parte si deve pur partire per cambiarla st’Europa, o almeno l’idea. Cambiare cioè l’immagine di chi la governa e che sembra, ed è, estraneo a quanto sta accadendo al resto dei suoi  cittadini: alieni provenienti da altri mondi.

Partendo da un pretesto farlocco e da un particolare solo apparentemente insignificante la mia opinione in proposito l’ho espressa qui quasi un anno e mezzo fa Non ho un tailleur, non l’ho mai avuto: sono una donna che non conta. Legge!

 

 

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Genocidio armeno. Non ti dimentico.

Siamo tornati da due settimane dall’Armenia. Ad ogni angolo di strada ci veniva chiesto di ricordare il genocidio. Le città erano disseminate di striscioni e di viole del pensiero, il fiore simbolo del genocidio. Sulle vetrine dei negozi, nei ristoranti, sui baveri delle giacche degli uomini.

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I cinque petali della viola simboleggiano i 5 continenti in cui i profughi trovarono rifugio. 4 sono i colori che la compongono e ciascuno di essi ha un significato:

Il nero simboleggia il passato e  l’orrore del genocidio

Il viola chiaro la luce interna il presente, il sogno di unificazione.

Il viola ,  il colore del simbolo, è  ampiamente usato negli indumenti dei Sacerdoti della Chiesa Apostolica Armena.

Il colore giallo (eternità) è il colore del sole, della speranza della vita.

Gli spicchi in cui è suddiviso rappresentano i 12 pilastri del Memoriale del Genocidio (Tsitsernagaberd).

Lo slogan “ricordare e rivendicare” invita a non dimenticare la tragedia e è un invito rivolto a tutti gli armeni a presentare questo richiamo al mondo intero.

L’invito lo abbiamo accolto anche noi. Un magnete sta sul nostro frigorifero, insieme a molti altri dei nostri viaggi, accanto a quelli che ricordano l’Olocausto. Perchè se nel Talmud è scritto Chi salva una vita salva il mondo intero, allora è vero anche il contrario.

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Nagorno Karabagh. È pace nei monasteri.

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La via per il Nagorno Karabagh è lunga e faticosa. La strada è dissestata, si impiegano ore per percorrere poche decine di kilometri. Le auto procedono lente e a zig zag nei tratti peggiori, cercando di recuperare il tempo perduto … Continua a leggere

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La Russia e il turismo militare: il primo italiano è Mr Tower

Cambio di programma nelle  domeniche siberiane di Mr Tower. La destinazione non l’ha scelta lui. Diciamo che mentre si trovava ad Ekaterinburg per l’XI  Fiera del Turismo e poiché faceva parte di una Ofitsial’naya delegatsiya,  il 9 aprile u.s. è stato gentilmente accompagnato alla  UralVagonZavod, la fabbrica di carri armati più grande al mondo (70.000 addetti), un tempo  produttrice di convogli ferroviari, che si trova a Nizhnij Tagil (1.700 km da Mosca), dove si è svolto il tour inaugurale del turismo militare, nuova frontiera dell’era Putin. Incentivato dall’Agenzia Federale per il Turismo, ha come obiettivo la diffusione della conoscenza  del passato e del presente militare della difesa russa.

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Durante la visita Mr Tower ha visitato i reparti, il museo interno, ha pranzato con gli operai e i militari ma soprattutto è stato il primo italiano a fare un giro dimostrativo sull’ultimo e ultrasofisticato nuovo modello di carro armato T-90, svoltosi nel campo di tiro della fabbrica: una distesa di terreno per lo più spoglio, in parte ghiacciato vista la stagione,  dove vengono testate le armi e i mezzi in costruzione.

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La stampa russa ha dato molto rilievo alla notizia . Anche l’emittente  e1.ru . Superfluo è riferire la sua risposta alla domanda posta dal giornalista :  Cosa pensa dell’esercito russo?

Ha ricevuto in dono un dvd promozionale, una t-shirt celebrativa e un modello di carro armato Toc-1A,  molto utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale perchè dotato di lanciafiamme.

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Il pacchetto turistico, rivolto ai turisti russi ma anche europei,  verrà messo in vendita nella prossima estate: il costo, per un gruppo di 25 persone, è di circa 5 mila euro (375 mila rubli).

Cos’altro ha da offrire la città? Nulla di buono parrebbe….

Fondata nel  1772 sulla riva del fiume Tagil,  fu un importante centro minerario, e oggi industriale. Gli abitanti (400.000 circa) la chiamano “la città dal cielo di mille colori“: pare che a causa delle 606 fabbriche lì  localizzate, sia la più inquinata d’Europa. Vanta il più alto tasso di tumori allo stomaco e ai polmoni di tutta la Russia e il tasso di bambini con problemi respiratori è del 50% più alto che nel resto del paese. Ma mentre da un lato le fabbriche uccidono, dall’altro sono la sola risorsa economica per gli abitanti di questa città, una delle città fondate solo esclusivamente per l’industria. Altra caratteristica  è il numero dei penitenziari: 8 di cui uno riservato ai poliziotti. Molti carcerati lavorano gratuitamente nella fabbrica di armi, come accade dal tempo dei Gulag, il che fa delle armi russe le più convenienti sul mercato. E di questo di fanno un punto d’onore perché contribuiscono allo sviluppo economico della Grande Madre Russia. Al crollo del Muro di Berlino seguì  anche un incremento della criminalità: pare che 1 su 2 dei cittadini negli anni ’90 fosse coinvolto con la mafia locale.  Oggi la criminalità è in decrescita ma i mafiosi locali si riconoscono pare, dalla barba, dall’anello che portano al dito e dai tatuaggi fatti in carcere. Il fatto criminoso più grave risale al 2007 quando, in una fossa comune, furono ritrovati i  corpi di 70 donne che erano state rapite e che avevano rifiutato di prostituirsi. Le droghe sono diffusissime tra i giovani (sono circa 30.000 quelli che ne fanno uso) e frequentissimi i rave.  Maria Morina, fotografa e regista,  ha realizzato un documentario sui giovani di Nizhnij Tagil, e sulla loro vita in questa città desolata dove le temperature raggiungono i -35 gradi, nevica rosso e che offre loro solo il lavoro in fabbrica.

La Uralvagonzadov produce anche veicoli ferroviari, tram, veicoli cisterna ma a cause delle sanzioni americane  e del conseguente calo di ordinazioni è stata costretta a licenziare 5.000 persone, aggravando, temo, quanto detto sopra rispetto alle prospettive giovanili. La produzione militare rimane comunque preponderante:  la produzione di carri amati T-90 prevede la realizzazione di una serie di 261 modelli la maggior parte dei quali  verrà assegnata al Distretto militare del Caucaso settentrionale.

A questo punto mi ritorna in mente il viaggio fatto nel maggio scorso in Georgia, al confine con l’Ossezia passando accanto ai campi profughi, dove  transitammo sotto il tiro dell’esercito russo. Carri armati compresi.

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A maggio di quest’anno andremo in Armenia che qualche giorno fa ha trattato con la Russia un prestito per la fornitura di armi. Spero che tutto questo non abbia a che fare con la ripresa degli scontri nel Nagorno Karabagh tra armeni e azeri (in Azerbaijan siamo stati ad agosto) perché siamo persone pacifiche. E che Putin non si stia muovendo per vincere la partita, perché nonostante i numerosi spostamenti, soprattutto Mr Tower in aree del mondo al momento non propriamente tranquille, e il cognome che abbiamo, non siamo neppure giocatori di scacchi.

 

 

 

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Point it, quando le parole non bastano….

Con  i suoi  2.000.000 di copie vendute,  è il libro fotografico più conosciuto al mondo.

E’ perfetto per chi non conosce le lingue straniere, ma anche per chi, pur conoscendole, anche se solo alcune, viaggia in paesi in cui difficilmente ci si riesce a capire. Quando vengono meno le parole interviene lui,  Point it- Traveller’s language Kit,  il dizionario visivo inventato da Dieter Graf, architetto e viaggiatore. Contiene 1200 foto scattate dall’autore durante i suoi viaggi in più di 100 paesi. Più rapido della ricerca sullo smartphone, grande come un passaporto, è diviso in 5 sezioni: cibi, alberghi, trasporti, acquisti, divertimento e sport e infine salute.

Ne esiste una versione solo per l’Oktober Fest ed ora è anche una App, scaribabile da AppleStore.

Point it mi seguirà in Armenia, dove capire e farsi capire sarà un problema. Nel caso servisse anche a voi, è in vendita su Amazon .

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Charlotte, un crisantemo per la Little Princess

Verrà presentato alla Chelsea Flower Show per celebrare il primo compleanno della piccola Charlotte, figlia dei Duchi di Cambridge. Il nuovo crisantemo, rosa baby con striature verdi, è stato realizzato nel vivaio olandese Deliflor il più grande coltivatore di crisantemi al mondo.

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Charlotte non è la sola nella famiglia reale a cui sia stato dedicato un fiore, of course. Nel 2014 al fratellino fu dedicato Georgie Boy, un narciso dai petali bianchi sovrapposti alla corolla di petali gialli. La Walkers Bulb ha scelto un narciso in omaggio al futuro Principe di Galles, che ha come emblema un narciso appunto.

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In occasione del loro viaggio a Singapore, nel 2012, i Duchi di Cambridge ebbero l’onore di un’orchidea a loro dedicata, la Vanda William Catherine. Per l’0ccasione Kate scelse un abito stile kimono color rosa pallido, ideato dalla sua stilista Jenny Packahm, decorato con piccole orchidee realizzate da un team di De Gournay, artisti del home decor.

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In quell’occasione fu presentata a  William la Diana Orchid che la Principessa non potè tenere a battesimo perché morì due settimane prima di volare a Singapore.

article-2201383-14F12532000005DC-163_634x384Essendo entrati in argomento, è bene ricordare che solo in Italia i crisantemi sono associati al culto dei morti. Arrivat0 in Europa nel 1700, prima in Olanda e poi in Francia, ebbe origine in Cina, e più in generale in Oriente, dove è considerato il fiore della felicità e utilizzato in battesimi e matrimoni. In Giappone, in occasione della loro fioritura, l’Imperatore apre al pubblico la Reggia, perché Trono del Crisantemo è il nome dato al Trono dell’Imperatore e il Crisantemo è il suo blasone.

emperor-of-japan-throneIl nome crisantemo deriva dal greco e significa fiore d’oro e speriamo che Charlotte tenga fede al proprio nome. Dal 2 maggio, giorno del compleanno della Princess, verrà messo in vendita da Waitrose   al prezzo di 8 £, di cui 50p andranno in beneficienza alla charity East Anglia’s Children’s Hospices di cui Kate è patronessa.

 

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New York, città dei sogni. Anche i mei

Sono stata a New York due volte, prima del crollo delle Torri. Lo preciso perché, trattando di New York e i sogni, con loro mi pare se ne sia andata una certa idea di città, di Nazione.

La prima volta fu come vincitrice di un concorso. Più sogno di così…Viaggio e soggiorno all’Waldorf Astoria tutto gratuito per una settimana. Hotel iconico, leggendario, lussuoso e a modo suo austero: di lui non dimenticherò mai il sontuoso brunch della domenica. Ci vissero personaggi famosi, dai Duchi di Windsor a Lucky Luciano, passando per Marilyn Monroe. Anche Imelda Marcos ebbe una suites al Waldorf, forse era lì proprio in quei giorni, lei a cui ho sempre invidiato le 3000 paia di scarpe. Vi si svolsero le indagini sull’affondamento del Titanic (John Jacob Astor IV proprietario dell’Hotel morì nel naufragio) e la Columbia Records vi presentò il primo LP della storia della musica: Concerto per violino in Re minore di Mendelssohn.  Era il 1948.

Ci andai con mia sorella. La prima cosa che facemmo, scese dal taxi, fu di guardare in alto, a cercare la fine dei grattacieli. In quell’istante la paura sparì: New York, senza esserci mai state, la conoscevamo bene. Camminammo allo sfinimento. Dall’Upper Manhattan sino a Battery Park dove prendemmo un battello per il New Jersey illudendoci  di poter arrivare in pellegrinaggio a Freehold, dove visse Bruce Springsteen prima di diventare il Boss. Pattinammo a Rockfeller Center, salimmo sull’Empire State Building dove ci sorprese una bufera di neve di cui il tassista che ci riportò in albergo non sapeva nulla. Vedemmo e facemmo molto altro , tutto ciò che si fa la prima volta in cui si va a New York. Sex and the city sarebbe venuta molti anni dopo, allora le donne in carriera correvano su e giù per la città in Reebok e le sostituivano con scarpe con tacco alto prima di entrare in uffcio.

La seconda volta fui ospite  in un appartamento sulla 86 West. Era di  una cugina, in quei giorni in vacanza a Parigi.  Dal 26 dicembre al 7 gennaio, più di vent’anni fa. Arrivai davanti a casa mentre i New Yorkesi depositavano sui marciapiedi gli alberi di Natale. La notte nevicò e la mattina attraversai Central Park innevato per andare al Gugghenheim. Mi persi nell’incanto di Fao Schwartz, per scaldarmi bevvi una cioccolata calda al Bar del Plaza. Comprai Ray Ban, t-shirt, pigiama di Brooks Brothers, libri da Rizzoli, ascoltai musica al Blue Note. Feci un trattamento estetico da Elizabeth Arden, cenai in un ristorante cinesecinese a China Town, il che mi bastò. Cenai al Tavern on the Green al Central Park. Andai in una discoteca di Lower Manatthan e ad una festa per il Capodanno in un appartamento all’ultimo piano di un grattacielo con vista a 360° gradi sulla città, da amici dell’altra cugina rimasta in città. Andai a trovarla nel suo ufficio a Wall Street, mi innamorai del piccolo e antico cimitero della Trinity Church. E fu solo l’inizio di una fascinazione che mi porta a cercare piccoli cimiteri, ancor meglio se abbandonati, un po’ ovunque dove vado.

Mangiai un pastrami da Zabar’s e vagai stregata da Tiffany.  Andai alla  New Public Library, ma non camminai a piedi nudi nel parco di Washington Square. Salii sulle Torri e mi commossi guardando la Statua della Libertà, pensando ai tanti migranti che vi cercarono fortuna,  partiti da  minuscoli paesi della provincia italiana, senza mai averla vista. Mi resi conto che tanta letteratura, musica  e soprattutto tanti film su New York mi avevano preparato alla visita della città.

Cionostante, lei riuscì a sorprendermi. A offrirmi un’idea di futuro che non apparteneva ancora al mio immaginario.

Per questo, dovendo scrivere per Il Colophon su una città invisibile, ho scelto Lei che per me è e sempre sarà la città dei sogni New York l’invisibile, e i sogni

Delle tante foto scattate allora più di ogni altra mi piace sempre questa, con il sole al  tramonto che illumina uno dei tanti lussuosi palazzi che si affacciano su Central Park.

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Nidi d’aquila, simboli di un successo ottenuto, e sui quali nidificano spesso le aquile calve, simbolo loro stesse dell’America e del successo definitivo delle politiche di ripopolamento intraprese dalla fine degli anni ’60.

“Era duro e romantico come la città che amava. Dietro i suoi occhiali dalla montatura nera, acquattata ma pronta al balzo, la potenza sessuale di una tigre.. ” No, aspetta…ci sono “New York era la sua città, e lo sarebbe sembre stata”.

Manhattan, Woody Allen

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