Fughe e vagabondaggi letterari: Orsigna

942738_468276463242397_7948175_n<<….Torno sempre anch’io e sempre più mi domando se dopo tanta strada fatta in cerca d’un senso all’insensata cosa che è la vita, questa valle non sia dopotutto il posto più altro e più sensato; e se, dopo tante avventure tanti amori per il Vietnam, la Cina, il Giappone e ora l’India, l’Orsigna non sia – se ho fortuna – il mio vero ultimo amore.>> – Tiziano Terzani

Geograficamente parlando è impossibile definirla un’isola posta com’è sull’Appennino Toscano. Ma è la qualità delle persone che la abita che la rende isola (felice).

197793_468166006586776_206391188_nCi siamo stati come tanti perché ne avevamo letto nei libri di Tiziano. In fuga dalle nostre vite che rotolano un giorno dietro l’altro: troppi volti, troppe parole, suoni. Molti inutili. Ma Orsigna ci ha conquistati. Non c’è nulla di addomesticato all’Orsigna. Tutto è originale e proprio per questo affascinante. Le strade impervie, i boschi fitti e non troppo curati, le case sparse in piccole contrade e le piccole case nel centro del paese.

case sparseAbbiamo scelto di stare al Contadino in una casa in condivisione con altri : Riccardo ed Emanuela ne sono i proprietari e da subito li senti  amici. 528197_468165949920115_995722163_n(1)

Con Angelica, da Roma in cerca di sé, abbiamo condiviso cucina, camino e  molte molte chiacchere sul nostro presente e sul suo futuro.

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All’Albero con gli occhi dove i tanti appassionati lettori di Tiziano lasciano ancora oggi un ricordo abbiamo incrociato una giovane coppia con bimba che avremmo rivisto a Casa Moretto e la domenica in piazza. Da lì la vista è mozzafiato, ed è forte il contrasto  che si percepisce tra intimità e grandezza degli spazi. E in luoghi come quello, in quel silenzio, le tante parole che ogni giorno pronunciamo  appaiono vuote. Il silenzio facilita il viaggio, quello vero, quello dentro di sé.

Ed è questo soprattutto  il viaggio che hanno fatto le giovani coppie che hanno scelto di vivere all’Orsigna portando a 50 il numero degli abitanti stabili tra i quali è molto forte la solidarietà e la partecipazione.

942738_468276349909075_185509975_nIl solo bar occupa una stanza al primo piano di una casa nel centro del paese. E’ gestito da una Cooperativa perciò ragazzi e ragazze del paese si avvicendano in turni di mezza giornata ciascuno, è dotato di Wi-fi e di postazione internet. Sempre della Cooperativa è Il Molino di Berto, un minuscolo e ottimo ristorante di cui si occupa Leonardo, che a Firenze vendeva frutta e verdura.405957_468276169909093_620039292_n

E’ un cultore del prodotto tipico e conosce ogni tipo di frode alimentare. Si è trasferito all’Orsigna con Franscesca, la moglie, e la piccola Aurora per la quale vuole un’infanzia libera e serena.  Ci sono poi Adele e Salvo, con il piccolo Gabriele (bambino “capretta” come l’ho soprannominato io) che vivono proprio accanto alla casa di Terzani . Adele è casalinga, si occupa della casa, del bimbo, di galline e conigli.

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Salvo è muratore ed è amico di Folco ma da quando ha famiglia e vive stabilmente all’Orsigna fatica a seguirne i percorsi mentali: il tanto lavoro e le responsabilità famigliari hanno avuto il sopravvento.

La storia che più mi ha colpito è quella di Valerio e Lorraine. Lorraine è irlandese e ha seguito Valerio in Italia prima a Montecatini dove hanno vissuto per un po’ e  poi all’Orsigna. Ora allevano capre e pecore e producono formaggi insuperabili.

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Hanno lasciato Montecatini quando Valerio ha perso il lavoro e all’Orsigna hanno trovato solidarietà ma soprattutto un’alternativa alla vita a contatto con la criminalità, prostituzione e gioco d’azzardo per lo più.  La cosa ci ha molto  colpiti, più di me Cesare che a Montecatini va da almeno 50 anni due volte l’anno per le cure termali, prima con entrambi i genitori ora con la madre,  e  per quell’aria tranquilla e borghese che li fa sentire a proprio agio.

316365_468276293242414_627375393_nTutti questi ragazzi sono  soprattutto persone sorridenti e accoglienti, hanno scelto di faticare perché fanno lavori umili e combattono piccole e personali lotte contro il malcostume. Penso che le loro storie meriterebbero di essere conosciute.

Se un giorno vi  venisse voglie di fuggire da tutto e da tutti provate l’Orsigna. Tornete con la percezione che un mondo migliore sia possibile.945048_468276283242415_1158195966_n

Devo dire, negli ultimi trent’anni, non ho letto i vostri giornali, non ho visto la vostra televisione, non ho un telefonino, ho un modo diverso di comunicare per cui certo che sono diverso. Lo so, la vostra vita non è facile; voi avete il senso di essere isolati, che il mondo non è vostro. Certo che uno legge il corriere dello sport, perché quello di cui parlo gli pare un problema che non lo tocca. È frustrato perché il mondo è di quegli altri: di quelli con la cravatta, di quelli che hanno il potere, di quelli che hanno i soldi. E lui si deve consolare con una piccola cosa: la sua amica, un viaggio al mare, una pizzettina. Il mondo è degli altri.
E il mio messaggio ragazzi è questo: Il mondo è vostro! Potete cambiarlo, non fatevi intrappolare in ruoli che non vi piacciono, perché si può fare l’avvocato, il medico, il giornalista, lo psicanalista, il muratore, il fabbro… Lo si può fare amando quel che si fa. E si può in ogni professione: inventarsi un margine di personalità, farlo con passione e con amore. Ve lo garantisco, l’ho fatto io ed è possibile per tutti. E il mio messaggio ragazzi è questo: il mondo è vostro! – Tiziano Terzani

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Week end

Gli dico che l’ho sognato. Ho sognato che eravamo in paradiso, noi due, che ci eravamo arrivati in macchina, sulla sua auto scassata. Avevamo preso una strada che partiva dalla Porte de Orleans e avevamo trovato questo passaggio che ci portava dritto in paradiso. In paradiso, io e te? Sì, proprio così.
E cosa ci facevamo in paradiso? Non lo so…eravamo felici, stavamo insieme. Ma tu sei fuori…e cosa ci facevamo con la mia Alfetta in paradiso?gli sfigati della situazione?Eravamo quelli tagliati fuori anche lì? no, no, non ce ne fregava niente…perchè eravamo insieme, eravamo solo noi due e stavamo proprio bene…
Duro come l’amore, Rossana Campo
week end

Gli dico che mi è venuta un’idea, un’idea per dove andare in questi giorni. Mi è venuta in sogno, mi è venuta dal cuore. Ho prenotato all’Orsigna. L’Orsigna? Si! Quella dei Terzani… Ma dai? Silenzio, natura, speriamo sole, soli,  libri, passeggiate  e poi certo anche lo spirito di Tiziano. Questa mattina ho scritto a Folco. Dice: benissimo, Cinzia, sara’ bello ora fresco, silenzioso. Starete a La Selva?potete fare delle belle passeggiate fino in cima ai monti se non c’e’ la neve -come vi invidio!- … speriamo ancora nella vecchia Europa -se non subito almeno dopo il crollo…

Quante volte l’ho detto che ci volevo andare? Ho sempre pensato che doveva esserci un momento particolare, in cui sapevo che era proprio di quello di cui che avevo bisogno. Lo dico spesso nell’ultimo periodo: vorrei rovesciare tutto quello che ho in testa in un database, eliminare il superfluo e tenere solo le cose essenziali. Che l’Orsigna sia un primo passo verso l’igiene mentale?

4551805796_2f657e1420_bperché la vita è un brivido che vola via è tutt’un equilibrio sopra la follia….


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23 Aprile 1943 – Carissima Marga

...come sempre sto benissimo, così voglio sperare di te, delle pupe e di tutti a casa. Non ho ancora ricevuto tue notizie e sapessi con quanta ansia le attendo. In questo momento non si desidera che una lettera, un rigo che mi dica “stiamo tutti bene”; il resto è nulla…

Così inizia la prima di una seri e di lettere scritte dal Maresciallo Antonio Palumbo, in un arco di tempo che va dal 23 aprile 1943 al 2 maggio del 1945, anno in cui, nel mese di Agosto, venne rimpatriato.

Sono lettere familiari, di una dolcezza struggente rivolte alla moglie Margherita che affettuosamente chiama Marga e alle figlie Anna e Valeria, residenti a Roma,  in uno dei periodi più dolorosi per la città: Roma venne  bombardata dagli Alleati 52 volte sino alla data del 4 giugno 1944, giorno della sua liberazione.

Furono spedite da vari campi di internamento negli USA e riportano fatti e riflessioni comuni agli oltre 50.000 militari italiani catturati dagli Alleati.

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E’ una storia per lo più, credo, ignorata o almeno era così per me sino a quando un amico, assecondando la mia passione per vecchie fotografie,  lettere e le storie che dietro queste si celano,  me le ha donate. Sono di colore verdino. Nell’intestazione la scritta : Prisoner of War . A seguire il divieto di scrivere nello spazio indicato nelle 4 lingue dei prigionieri ( inglese, tedesco, italiano e infine giapponese) e le indicazioni per l’indirizzo del destinatario. Lettera 4 indirizzo

Portano il timbro della censura e la prima in particolare ha sul testo spesse righe nere, sotto cui è impossibile leggere. La censura appunto.

lettera 1- 23.4.1943


Nella lettera del 5 luglio 1943 Tonino, come si firma, scrive :- Ieri ho appreso che hanno bombardato Ostia; puoi immaginare quale può essere la mia tranquillità. Io spero che non avrai rifiutato l’ospitalità che ti ha offerto Angiolina. L’incolumità tua e delle bambine, se non di tutti di casa, potrebbe farmi vivere un po’ serenamente:-
E il 25 ottobre dello stesso anno : …Un anno fa ero ancora a casa, ti ricordi? Nulla faceva presagire tanta sventura. Ed ora siamo nella lontana America, divisi dalla vita civile e spettatori inerti della nostra rovina. Siamo trattati bene, questo è vero, ma noi non agogniamo che tornare in Patria e dividere con i nostri fratelli i duri sacrifici per la liberazione del nostro suolo…Penso a te, alle care nostre creature, terrorizzate dagli orrori della guerra..:-

Nel giugno del ’44 Roma era ormai libera e Tonino scrive alla moglie :- Dammi notizie urgenti se lo puoi tramite il Vaticano; solo i preti sono stati capaci di fare qualche cosa per noi e confortarci in qualche modo. Governi, Croce Rossa e tanti Enti che tanto professavano per i prigionieri, ci hanno lasciato languire nei campi di internamento. Che Dio li stramaledica tutti…:-

Le ultime lettere, riferite al 1945 si fanno sempre più malinconiche. Antonio Palumbo non sa che verrà rimpatriato nell’agosto di quell’anno. Ma in una lettera del 19 marzo esprime con dolore e violenza  le proprie riflessioni sull’Italia, manifestando nell’ultimo pensiero l’amore che lo legava al suo Paese: ..I nuovi milionari italiani dovranno rendere conto un giorno, e presto o tardi, la giustizia del popolo se non quella dei tribunali o cose simili esistenti in cotesta martoriata Italia, cadrà inflessibilmente su questa nuova canaglia. Le nostre sofferenze si acuiscono nell’apprendere tanti misfatti. Gli Italiani, se vogliono presevare questo nome, dovrebbero incanalarsi, se vogliono la redenzione dell’Italia, sulla via dell’onestà. Agli eserciti invasori fa riscontro un’orda famelica di mascalzoni, dai traditori si sono aggiunti altri traditori meritevoli gli uni e gli altri della forca. E credi pure che troppe forche s’innalzeranno nelle diverse piazze d’Italia perché i traditi sono le donne, i bambini, i prigionieri, i combattenti. E’ doloroso dover parlare così degli Italiani, ma un’epurazione del male si impone: anche il Popolo Italiano dovrà ridursi a metà. Nei campi di concentramento si geme e Dio voglia imporre la sua volontà su tutti…Usa tutto ciò che esiste in casa: tutto si rifarà come sono sicuro che l’Italia si ricostruirà, più bella e forte di prima. A tutti i miei baci, tuo Tonino.-

Lettera 16 - 19.3.1945

Su queste vicende ha scritto un libro Giovanni Flavio Conti uscito nel maggio del 2012 per  la casa Editrice Il Mulino Prigionieri italiani negli Stati Uniti. Attingendo ad Archivi Italiani e Statunitensi offre grande ricchezza di fonti e testimonianze per lo più inedite, ritracciando  l’intera parabola dalla cattura in Nord Africa e in Italia al trasferimento negli Stati Uniti.

CONTIOgni aspetto della loro condizione viene esaminato:  condizioni di vitto e alloggio, cure sanitarie, attività intellettuali e ricreative, relazioni con la popolazione civile e il rimpatrio. Le implicazioni sono naturalmente di natura politica, sociale, culturale ma soprattutto umane.

Ciò emerge chiaramente dalle testimonianze dei sopravissuti e dalle lettere dei deportati.

Della famiglia del Maresciallo Antonio Palumbo non sono riuscita a trovare tracce. Le lettere sono state acquistate a un mercatino: ne deduco che non esistano eredi o se esistono per loro queste lettere non hanno rappresentato nulla. Per me invece sono state fonte di curiosità prima e di commozione poi. A Tonino Marga Anna e Valeria mi sono affezionata. Certo, avrei voluto trovare qualche loro fotografia. Ma di foto ne troverò da abbinare alle lettere. Il mercatino è sempre là. E’ quello di Porta Portese. Per quelle della mia età è inevitabile pensare alla canzone di Claudio Baglioni. Il Maresciallo Antonio Palumbo avrebbe potuto canticchiarla, quella mattina dell’agosto del ’45, pensando di riabbracciare la sua Marga : in licenza son tornato e sono qua per comprarmi dei blue jeans al posto di questa divisa e stasera poi le faccio una sorpresa…


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La buona educazione

“Giudico le trasmissioni televisive sulla gastronomia, sia ministeriali, sia private, pessime, solo capaci di ripercorrere, in modo pedissequo e avvilente, percorsi già percorsi”.Luigi Veronelli (1974)

Condivido e anzi oggi aggiungerei eccessivamente numerose. Un rumore assordante di piatti, stoviglie, ingredienti, sapori…quasi una bulimia di cibo per il corpo che impedisce di vedere la carenza di forma intesa come buone maniere che si direbbe abbia la meglio nei ristoranti sempre troppo affollati anche in tempo di crisi. E non ditemi che la forma in tempo di crisi è velleitaria. Il recupero di una certa forma si è vista ad esempio nella moda, dove anche la crisi ha contribuito a ridimensionare la moda tutta ori e lustrini. Si fa largo una nuova categoria i “metropuritani” che recuperano il gusto di vestirsi adeguatamente nelle varie occasioni. Per quanto riguarda la tavola, visto che dal  cibo siamo  partiti , si riscopre il gusto di ricevere in casa. Le signore si sbizzarriscono nella decorazione della tavola, i mariti servono gli aperitivi. Tutti, invitati, compresi sono coinvolti nel trasformare una qualsiasi cena in un momento a suo modo indimenticabile fatto di mille attenzioni, atmosfera e perché no anche buon cibo recuperando vecchie ricette, e molto altro.Insomma la vera rivoluzione oggi sta nelle regole e nella buona educazione.

E se negli Stati Uniti è legalmente riconosciuta la prima  scuola di buone maniere creata da Dorothea Johnson, in Italia ci si affida ai molti corsi che vanno lentamente  diffondendosi in varie città.  Perché non tutti le regole non le hanno acquisite con la nascita ma si può essere comunque disinvolti e inappuntabili anche imparandole.

madame est servieHo trovato proprio per questo motivo estremamente “rivoluzionario” anche se all’apparenza molto tradizionalista (e qui si torna all’equivoco +forma – sostanza) il libro di Caterina Reviglio Sonnino “Madame est Servie”, pubblicato da Liber-faber,  che ha ricevuto dall’Accademia Gourmande di Édouard Cointreau, il Best Cookbook Award 2012, nella categoria Special Awards, Prestige Awards. E’un libro (bilingue italiano e francese) essenzialmente sull’Arte della tavola, nel senso che oltre ad un’introduzione storica, offre indicazioni precise su come apparecchiare, sulla scelta delle portate, sulle diverse occasioni in cui ricevere. Ma soprattutto è un libro sul rispetto del prossimo che si manifesta anche nell’accoglienza dell’ospite e su tutto quanto possiamo mettere in campo per privilegiare la sua serenità, sull’emozione che una cena può trasmettere. Dà consigli per l’abbigliamento, sulla disposizione degli ospiti, sulla conversazione… e dà consigli anche agli invitati. Non pensate però ad un noiosissimo manuale di buone maniere. Il libro è corredato da immagini molto belle cui ispirarsi per l’allestimento della tavola, ha un formato agevole che consente di consultarlo velocemente. Può diventare anche un gradito dono per una giovane coppia di sposi.

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L’Autrice,  torinese,  da oltre dieci anni vive nel Principato di Monaco, dove ha costituito la società che porta il suo nome, si occupa di wedding design, organizzazione, decorazione e scenografia di ricevimenti ed opera nel Principato di Monaco, in Italia e in Francia.

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Perché concentrarsi sulle buone maniere proprio  adesso? «La buona educazione è uno scudo che ci protegge da un mondo difficile», dice lo storico Frederickc Rouvillois, autore de «L’histoire de la politesse», ed. Flammarion). Perché non basta adottare uno stile Bon chic bon genre per acquisirne anche i modi. Lo stile va oltre le apparenze, è un tutt’uno con il modo in cui lavoriamo, viviamo,  ci relazioniamo con gli altri: è l’aurea che riusciamo a creare intorno a noi.

La buona educazione è frutto di un lavoro lungo e difficile: comincia da quando si muovono i primi passi incerti e dura tutta la vita; né  è mai perfetta, perché, se si vivesse di più, si avrebbe sempre da imparare.

E’ in questo che si propone di aiutarci Madame est Servie. Perché non accettare?

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Charleston

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“It will be an odd life, but…it ought to be a good one for painting.” Vanessa Bell

6720043545_f4a3a4d89a_zCharleston fu la residenza di campagna di Vanessa Bell e Duncan Grant  in cui il Bloomsbury Group  si trasferì nel 1916. Vanessa  e Duncan  , inspirandosi agli affreschi italiani e ai post-impressionisti, ne decorarono le pareti, le porte, il mobilio.

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Il giardino cintato fu ridisegnato sullo stile del Sud dell’Europa

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 con mosaici, capanni, sentieri di ghiaia e laghetti.

Charleston divenne ed è così il solo esempio del loro stile decorativo applicato ad un ambiente domestico.

Quentin Bell's ceramic mugs in the kitchen

Quentin Bell, il figlio più giovane di Clive and Vanessa Bell, e sua figlia  Virginia Nicholson, raccontano la storia di questa inimitabile casa in Charleston : A Bloomsbury House and Garden. Ogni capitolo è dedicato ad una stanza e ne descrive non solo la decorazione ma anche le persone che in esse vissero. A corredo di tutto ciò le bellissime fotografie di  Alen MacWeeney e le foto di famiglia di Vanessa Bell.

CHARLESTON

In questo ambiente così poliedrico e disinibito, per noi così ancora ricco di fascino,  nacque e crebbe Angelica, figlia di Vanessa e Duncan.

Angelica Garnett con la zia Virginia Woolf

Angelica Garnett con la zia Virginia Woolf

Un’infanzia piena di delizie ed enigmi, prigioniera di una trama intessuta dalle abili mani di Vanessa. Angelica seppe solo a 19 anni di essere figlia dell’amante della madre, e la vita che sino ad allora aveva vissuto  le si rivelò come un inganno estremamente convenzionale in un mondo che si diceva anticonformista. Ad Angelica era stato impedito di studiare il latino e l’aritmetica ad esempio per privilegiare la musica, l’arte, le lingue straniere. Le furono attribuite innate qualità artistiche e ciò innescò in lei sentimenti di inadeguatezza e contribuirono ad alimentare ansie e paure. Frequentò sempre persone più adulte che avevano conosciuto ed amato i suoi genitori. Così fu per David Garnett che sposò e che era stato l’amante di suo padre.

512mWTS4GYL._SL500_AA300_E’ questo passato il tema fondamentale di Ingannata con dolcezza. Un’infanzia a Bloomsbury di Angelica Garnett.

“Il passato può essere fecondo, oppure un fardello […] il presente, se non è vissuto pienamente può trasformare il passato in un serpente minaccioso […] i rapporti che non furono a suo tempo esplorati pienamente possono divenire ombre nella cui oscurità non ci sta a cuore indugiare”.

E la scrittura allora diventa cura di sè, attraverso lo sguardo ferito e lucido ma dolce di Angelica, che continua a guardare al suo mondo e alle persone che ne hanno fatto parte con affetto.

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English mood

Elizabeth doesnt’ wave hand

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another rainy day has come and my wellies are back
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nothing’s better than staying at home, reading about Charleston.
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Fughe e vagabondaggi letterari: Provenza

“Ho visitato i musei, come fanno tutti, sono andato a zonzo in gondola sul Canal Grande. Me ne sono stancato presto. Vi si incontrano tedeschi, inglesi, francesi, cinesi, turchi (ma non spagnoli). Hanno la testa a trottola, infilata su un perno; guardano da tutti i lati come se il tempo incalzasse (e infatti li incalza). Io, per essere felice, devo vedermi circondato da gente che abbia chiaramente scritto in faccia che domani farà giorno ancora. Faccio tutto con molta placidezza. Mi piace così. Se ci si accalca per qualcosa, qualunque cosa sia, me ne vado, a costo di non acchiappare ciò che gli altri acchiappano. Se qualcuno mi dice, con gli occhi sgranati, che devo assolutamente vedere una cosa, è molto probabile che me ne vada a fare la siesta con un romanzo poliziesco. (…) La vita non è in marmo di Carrara. Non vi è nulla di straordinario sul Prato della Valle, se non per me oggi, alle cinque della sera, una luce e un’aria, certi rumori, colori, forme che mi colmano di una felicità che sono il solo ad assaporare.”
Jean Giono

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Avete mai pensato alla Provenza in inverno? Volevo una Provenza diversa e ci sono stata a Natale. Beh! Una vera sorpresa. Abbiamo scelto L’Isle Sur La Sorgue. Ci siamo arrivati in una sera fredda e ventosa: mistral, ci hanno detto. Che dal giorno dopo ci ha regalato cieli limpidi.

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It was a a sort of fairy scene to me. Now, thought I, how detestable to leave this fine wood and water, and enter a nasty, beggarly, walled, hot, stinkling town; one of the contrasts mos offensive to my feelings.
Arthur Young

L’Isle Sur La Sorgue, chiamata la Venezia contadina per i numerosi canali che la attraversano, annoverava sino a 70 ruote di cui si parla sin dal XII secolo per la macinatura del grano. Oggi ne rimangono solo 17.
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Negli ultimi decenni L’Isle è divenuta famosa per i suoi antiquari (più di 300 stabili) e per i mercatini dell’antiquariato che richiamano turisti provenienti da tutto il mondo. Sono molte le ricche signore americane che partono in gruppo, affittano casali e accompagnate da fotografi d’interni e decoratori vanno a fare acquisti a L’Isle. Devo dire che gli espositori hanno un gusto particolare, e anche gli accatastamenti più casuali hanno alla fine danno risultati artistici.
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Un po’ paese dei balocchiReve en bleu. Dors, qu'un songe hereux te caresse ferme tes yeux de lotus bleu

Reve en bleu. Dors, qu’un songe hereux te caresse ferme tes yeux de lotus bleu

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in cui alla fine tutto, gli oggetti, i ninnoli, le forme, le persone sono e fanno poesia.6816732277_25f606e2ab_b

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Lettere verdi

E’ stato presentato ieri a Genova Lettere Verdi, carteggio tra le scrittrici Camilla Salvago Raggi e Beatrice Solinas Donghi. E’ una selezione delle lettere che Lilla e Paqui (così si rivolgono l’una all’altra)  si scambiarono  tra il 1938 e il 1940. Le lettere, ricopiate a mano su ampi quaderni rilegati sono state donate da Camilla Salvago Raggi alla Fondazione Devoto che con l’autorizzazione delle autrici ne ha pubblicato una parte.

Con Paqui siamo amiche da sempre – così esordisce Camilla nella prefazione – Le poste allora funzionavano e per noi scriverci era come tenere un diario. Ci raccontavamo tutto, quel che facevamo, quel che leggevamo, quel che scrivevamo. E secondo me l’insieme di quei quaderni tiene…quasi una storia, quella di due adolescenti con il destino per la scrittura.

lilla e paqui
Raccontano, in sostanza, la vita di due teenager degli anni Trenta con le cotte per i divi del cinema, la passione per la musica lirica, giochi e divertimenti, osservazioni sulle persone, sulla natura e tutto diventa fonte di ispirazione per le loro storie che iniziarono a scrivere sin da bambine.
La loro adolescenza traspare anche dal linguaggio, farcito di termini bizzarri : guicca (il nostro wow!) , squiqqelante (la fusione tra giggle, risolino, e squittire).
In alcune lettere Camilla si firma Selvaggina , nomignolo che le fu affibbiato dal Nonno: era il nome di una sua antenata, e a Camilla piacque subito. Forse ci si riconosceva. In una lettera a Paqui scrive: Ho provato a tirare con la carabina Flobert che era del Nonno e mi è piaciuto assai. Immagino che questo farà crepare d’invidia il tuo egregio fratello Lorenzo… Fanno molto uso di termini inglesi. Per molti anni Camilla fu seguita da una governante inglese e inglesi (per metà il padre) erano i genitori di Beatrice.
Camilla mandò anche un suo scritto dal titolo allo Strand , mensile di racconti di narrativa pubblicato nel Regno unito dal 1891 al 1950 (i primi racconti di Sherlock Holmes scritti da Conan Doyle furono pubblicati qui).

strand

In una lettera del 30 settembre Lilla scrive: ho mandato il mio Ship of Dreams allo Strand. E’ una presunzione numero uno, no? Ma non importa: da ciò avrò il primo rejection slip! (Perché è impossibile, assolutamente impossibile, che me lo pubblichino).

Il tono delle lettere  non è pero sempre allegro e sognante. Traspare in molte il turbamento per il momento storico, uno scenario sempre più vicino alla guerra.

Cara Lilla, […] non è veramente che non sia allegra e occupata ma è che mi sembra di non aver diritto di esserlo, mentre la gente muore a mucchi lassù in Polonia. E’ questa non è generosità, ma coscienza: la mia coscienza è una tiranna e una noiosa. Vorrei poter aiutare quelli che combattono , ma aiutare veramente, a far calze e pacchi da mandar loro, come si faceva nell’altra guerra…

E Lilla risponde : A Genova la tranquillità è tornata, ma i giorni dello sfollamento dice che era veramente terribile la città tutta vuota e lugubre, come in attesa di un bombardamento.

Ho letto questo libro con estremo piacere. Me le ha restituite per quel che furono negli anni in cui, per ovvie ragioni, non le ho frequentate. Di Camilla posso dire che negli aspetti più evidenti del suo carattere non è cambiata. E’ spiritosa, curiosa, sempre in movimento, colta, aristocratica e molto informale nello  stesso tempo.  Ne abbiamo parlato e mi ha risposto che non sa se prenderlo come un complimento. Io dico di sì. Leggetelo e sono convinta che vi troverete d’accordo con me.

 

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Fughe e vagabondaggi letterari: Portofino

Impossibile non desiderare la fuga in giornate come queste. Io intravedo già la meta. E’ Portofino. Lasciata l’auto a Santa Margherita di solito percorriamo la nuova pedonale a picco sul mare. E’ molto suggestiva per gli scorci spettacolari che regala e si protrae (si interrompe per un breve tratto solo all’altezza del Castello) fino alla splendida baia di Paraggi.
PARAGGI
In La lunga strada di sabbia Pier Paolo Pasolini scrisse di Paraggi : pare disegnata e laccata da un architetto di Visconti, tutta sul rosso sangue e sul verde veronese.
Attraversiamo il borgo passando tra gli stabilimenti balneari e le case e sbuchiamo sulla strada carrozzabile. Di fronte, c’è una piccola scalinata in pietra che permette di accedere alla pedonale Paraggi-Portofino.E’ completamente immersa nel verde ma regala scorci mozzafiato. Dopo 20 minuti di cammino si arriva in vista del piccolo borgo marinaro.
Uno tra i primi personaggi celebri a scoprire Portofino fu Guy de Maupassant che, a fine ‘800, la descrive così: “un arco di luna attorno ad un bacino calmo”.
A questo punto il cuore si allarga e non puoi che trovarti d’accordo con Camillo Sbarbaro, le sue parole diventano le tue : In quante esistenze Portofino resta, in un’aria di irrealtà, l’unica scappata, la parentesi aperta nel grigiore delle abitudini, più neccessaria alla vita della finestra nella stanza. (Trucioli 1914-1918)
PARENTESI
Dalla Piazzetta percorrendo la “creuza” immersa nei pitosfori si può proseguire sino al faro da dove, è fuori discussione, la terra appare rotonda.
faro
Dopo una sosta meditativa e profondi respiri torniamo in piazzetta, al “villaggio”. Salvator Gotta prese casa a Portofino ma della sua prima volta nei paraggi scrisse: “Ero a Santa Margherita in visita a Pastonchi e al maestro Giordano; nel pomeriggio si decise di fare una passeggiata e, conversando, arrivammo sin dopo Paraggi. Lì uno dei due si fermò per dire: “dopo quella punta c’è un villaggio di pescatori, Portofino, non vale la pena di arrivare fino a là, possiamo tornare“.
QUINTE
Pescatori? Siamo sicuri? Giorgio Bocca non era di questa opinione quando dichiarò: C’erano una volta i pescatori. A Portofino.
PESCATORI PORTOFINO
Certo tra la visita di Salvator Gotta e quella di Giorgio Bocca era passato del tempo. Bocca tornò sull’argomento in un lungo reportage pubblicato sull’Epresso (era il il 1962) dal titolo “Mille fabbriche, nessuna libreria”, dedicato a Vigevano, a quella città di «abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una», in cui riporta le parole di Rolando, operaio: i figli degli industriali vanno a fare gli sboroni a Portofino.
Noi che siamo persone semplici compriamo la focaccia da Canale, il solo panificio del borgo, celebrata anche, tra gli altri, dal New York Times e dalla rivista giapponese Asahi Shimbun. La mangiamo seduti sul molo, con le gambe penzoloni, guardando le case alte e strette dalle facciate in toni pastello. Nel piano del colore alcune cromie sono ripetute e definite nel linguaggio locale: russettu ingleise, verdin, giancu de Portufin (la più adatta ad accompagnare il nostro spuntino).
giancu
A noi Portofino piace viverla così, evitando i sabati e le domeniche, i mesi estivi. Al naturale. Come è giusto che sia e che rimanga.Un mondo a parte.
MONDO

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Evoluzione

In rete, e non solo, impazza il dibattito sulla chiusura delle librerie indipendenti. Sempre di più, in molte città italiane. Le ragioni? Molteplici. Su tutte a mio avviso prevale la constatazione che oltre 50% degli italiani non legge neppure un libro all’anno. Certamente le librerie indipendenti devono fare i conti con costi di gestione sempre più alti, ma soprattutto con gli sconti indiscriminati sul prezzo di copertina, che è stabilito dall’editore, praticati dagli altri operatori del settore, le catene editoriali e la Grande Distribuzione Organizzata. Per me, cresciuta in anni in cui esistevano solo librerie indipendenti una perdita gravissima. Il rapporto con il libraio, molto di più che un distributore di libri, era fondamentale nella formazione culturale e non solo di una persona. Almeno per me fu così e ancora oggi ringrazio Licia, sempre bellissima libraia.
Comunque..nel mio girovagare per Genova ieri ho fatto una scoperta meravigliosa. Confesso di arrivare con tre anni di ritardo dall’apertura di Libreria Evoluzione e spero col tempo di recuperare quanto perduto.
E’ al numero 10 di Via Garibaldi nel Palazzo ora Cattaneo Adorno fatto costruire tra il 1583 e il 1588 dagli Spinola.
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L’ho trovata incuriosita dalla location che si nota dalla porta a vetri all’ingresso, la targa che la indica confesso l’ho vista solo uscendo.
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La prima cosa che mi ha colpito sono state le volte affrescate. Furono realizzate da Lazzaro Tavarone, allievo di Luca Cambiaso: al centro Guglielmo Embriaco espugna Gerusalemme.
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Nella sala centrale accatastati come in un grande biblioteca libri vecchi e antichi, 33 giri in vinile, cd e dvd, carte nautiche, manifesti originali..
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Ha anche un giardino che ospita eventi
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Il libraio è una persona gentile. Devo tornare assolutamente. Per perdermi.
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