Revival

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Scorri il vinile e ti ricordi di essere stato giovane

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In the jungle

JohnLehmannandLeonardWoolf2Alla fine della sua esistenza nel 1969, quando aveva ormai 88 anni, Leonard Woolf sapeva che sarebbe stato ricordato più per essere “il marito di Virginia Woolf” che per propri meriti. Ma ciò non toglie che i suoi meriti furono molti. Fu pensatore politico e in questo campo scrisse alcuni saggi davvero notevoli. Fu fondatore della casa editrice  Hogarth Press che pubblicò molte opere famosissime compresa la prima ed. di La terra perduta di T.S. Eliot. Le femministe, nel loro zelo di fare di Virginia un monumento , lo accusarono  di indifferenza e gli  addossarono le colpe del suo suicidio sino a  quando,  nel 2007 , Victoria Glendinning ne scrisse una biografia che contribuì alla sua rivalutazione.

Gli anni che Leonard trascorse a Ceylon, dal 1904 al 1911 in qualità di funzionario al servizio del Governo Inglese, furono tra i meno noti della sua esistenza ma furono gli anni che gli diedero l’ispirazione per The Village in the Jungle (di cui la Hogart Press pubblicò la 1° edizione), e svolsero un ruolo decisivo nella sua formazione oltre che nella percezione dell’Isola.

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Dirà appunto di

“essere arrivato nell’isola come un’imperialista. La cosa curiosa è che non ne ero consapevole. Ciò mi consentì di vedere l’Imperialismo dal suo interno nel momento del suo apogeo e anche di essere del tutto consapevole della sua natura e problemi”.

Sviluppò quindi un’empatia con gli abitanti dei luoghi in cui visse (Jaffa, Kandy, Hambantota) e tornato in Inghilterra, mentre da un lato doveva riferire delle proprie attività nelle colonie, dall’altro  decise di  esprimere l’ambivalenza dei propri sentimenti e lo fece scrivendo The Village.

“La giungla e gli abitanti dei villaggi continuarono ad ossessionarmi, anche quando tornai a Londra, a Bloomsbury o a Cambridge. In The Village in the Jungle ho cercato di vivere le loro vite. E curiosamente è anche il simbolo dell’antimperialismo che era andato crescendo in me durante i miei ultimi anni a Ceylon”.

Il libro ricevette scarse attenzioni da critici e lettori occidentali ma divenne fondamentale per critici, scrittori e lettori  Singalesi.

La vicenda si svolge principalmente a  Beddagama, un remoto e isolato villaggio nella regione di Hambantota. Ma come spiegò Leonard, è un affresco di tanti villaggi remoti ed isolati circondati dalla giungla. Le descrizioni della giungla, buia intricata e crudele,  sono molto efficaci e anche se è un luogo reale diventa il simbolo della natura nei suoi aspetti più crudeli, della natura delle cose e delle forze immateriali. La giungla che egli definisce diabolica appartiene alla mentalità occidentale e Cristiana di Leonard. Ma per gli abitanti dell’isola la giungla non è vista come un pericolo. Non è abitata da leoni, tigri o rettili come quelle africane o indiane. Per la religione Buddista e Induista è semmai un rifugio, il paradiso per religiosi, eremiti e saggi dove raggiungere pace e saggezza.

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Ma se nella descrizione della natura e della giungla non può fare a meno di proiettare una visione personale, la presentazione dei personaggi, gli abitanti di Beggadama, gli crea qualche difficoltà in più. La sua conoscenza della vita degli indigeni gli consente di scrivere un romanzo con soli protagonisti indigeni come personaggi principali. Li definisce semplici e silenziosi. Sui loro volti  è facilmente distinguibile la paura, e la difficoltà delle loro esistenze.

4272434218_3007f5646f_oFISHERMANHanno nello sguardo la pazienza e malinconia dei bufali, l’astuzia dello sciacallo.

4147674217_afac0d4989_oMa al magistrato bianco che prova compassione per l’ indigeno che deve processare fa  pronunciare questa frase:

«Selvaggi? Non lo so, ho i miei dubbi. Vogliono solo essere lasciati in pace, vivere tranquilli nelle loro capanne».

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In questa indulgenza Woolf manifesta la pretesa “superiorità culturale” del colonizzatore  e quindi nel romanzo convivono dunque nel romanzo contrapposte posizioni: antimperialismo insieme all’imperialismo, il socialismo liberale insieme al razzismo.

Di certo è un ‘opera sincera, scritta da un uomo sensibile e marito devoto che infatti con parole bellissime lo dedica alla moglie :

«A V. W. Ti ho dato tutto il poco che avevo da dare.Tu mi hai dato tutto, che per me è tutto quello che c’ è».

Ho comprato The Village in un’edizione degli anni ’50,  attratta dalla copertina e dal nome dell’autore, e anche  dall’ambientazione certo…a Ceylon sono stata ormai 20 anni fa e i villaggi che ho visitato non erano molto diversi da quello descritto da Leonard. E l’empatia con i loro abitanti l’ho provata.  Dallo tsumani in poi ho continuato a chiedermi che ne sarà stato delle persone che avevo incontrato, con le quali avevo instaurato un briciolo di relazione.

Top-114148436358_8cde15276f_oPietro Solari, ex proprietario del libro e  diplomatico a Ceylon negli anni ’50,   avrà necessariamente avuto relazioni proficue e rispettose.

collage villagePiù in generale e a titolo personale spero  un atteggiamento dissimile da  quello di Virginia Woolf , comunque donna colta e intelligente,  che così racconta di una visita a E.W Perera, avvocato Singalese:

“Siamo tornati dalla visita a Perera, indossava la sua spilla con le iniziali di diamanti sulla cravatta come sempre: infatti, il povero piccolo e color mogano miserabile non ha varietà di soggetti. Il carattere del Governatore, le colpe del Ufficio Colonie: questi sono i suoi argomenti. Sempre le stesse storie, lo stesso punto di vista, le stesso apparire come una scimmia in gabbia, cortese in superficie ma imperscrutabile”. –

 

 

 

 

 

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The Billion-dollar ladies

ImmagineDefinito a torto “l’unica terapia possibile contro i sintomi di astinenza da Dowton Abbey” (Allison Pearson) L’ereditiera americana di Daisy Goodwin ricorda in realtà i romanzi di Edith Wharton in cui l’autrice descrisse con dovizia di particolari, raffinatezza e sottile ironia l’Alta Società newyorchese di fine ‘800: in particolare i privilegi e le ostentazioni dei “nuovi ricchi”. Con altrettanta dovizia la Wharton descrisse i rapporti tra gli americani considerati più semplici e “innocenti” e gli europei più colti e raffinati ma più “corrotti”. Da qui, ne derivò la denuncia sociale che ebbe come protagoniste soprattutto le donne. Il romanzo della Goodwin (inglese) ha peraltro altre affinità con i romanzi della ben più famosa collega americana. La protagonista del romanzo, l’americana Cora (per la quale non è possibile non parteggiare) è ispirata alla ricca ereditiera Consuelo Vanderbilt a cui si ispirò per altro anche la Wharton per la protagonista del romanzo incompiuto I Bucanieriche Conchita Closson.

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Consuelo Vanderbilt

Come Consuelo Cora è totalmente dominata dalla madre la quale aspira per lei ad un matrimonio aristocratico  e in effetti  sposerà, ma per amore, il Duca di Wareham proprietario della tenuta di Lulworth. In quel periodo, erano molto frequenti  matrimoni fra aristocratici europei e giovani ereditiere americane. Per i nobili del Vecchio Mondo queste unioni erano disonorevoli ma utili in termini finanziari. La nobiltà considerava gli americani come intrusi, indegni della loro nuova posizione. Così accade a Cora che per tutto il romanzo lotterà, per vedere riconosciuto il suo ruolo, con l’anziana suocera, ben più detestabile della vecchia Violet Crawley, contessa madre di Grantham in Dowton Abbey.

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Lady Grantham

Per le cronache il matrimonio tra i due è l’equivalente di quello che potrebbe essere quello tra il Principe Harry e Paris Hilton e viene raccontato con dovizia di particolari, anche il corredo intimo di Cora (cosa che farà inorridire gli inglesi), da The Titled American così come su Match troveremmo la cronaca di quello dei nostri contemporanei.

Il romanzo è fatto per piacere: gli ingredienti sono la giovinezza e la notorietà, i soldi e il potere, gli amore sognati perduti e ritrovati, le piccole e grandi infelicità della vita, le dimore da sogno e i sogni di semplicità. Introduce anche elementi poco noti ed originali:snake   ad esempio fa riferimento ai tatuaggi che stando alle cronache del tempo furono introdotti dal futuro George V e dal fratello  e in seguito  adottati anche dal Principe di Galles. La Baronessa suocera di Cora  ha un serpente tatuato intorno al polso che, come dicono i più pettegoli, pare fosse diffuso tra le favorite del re.

Descrizioni molto dettagliate vengono fatte degli abiti indossati dalle protagoniste del romanzo. Si tratta per lo più di creazioni di The House of Worth fondata da Charles F. Worth che trasferì da Londra a Parigi la sua attività dove ebbe il successo che meritava al punto da venire considerato il padre dell’Haute-Couture.

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Evening gown, 1895

Con altrettanza sapienza sono descritte le case. Il castello di Lulworth esiste veramente e conferma i miei timori. Al di là della magnificenza che affascinava le ragazze americane, la vita nelle case di campagne Inglesi era decisamente poco confortevole. Mancanza di impianti di riscaldamento , assenza di stanze bagno e conseguente acqua calda richiedevano lo “stiff upper lip” che oggi sembra aver abbandonato anche le ragazze inglesi dopo le confessioni della Principessa Diana e cioè la capacità di non lamentarsi, non piangere né fare scenate in pubblico, far vedere di che razza sono fatti gli abitanti di quell’isola.

Tra le tante stravaganze descritte nel romanzo, alcune devo dire incredibili,  ne ho trovato due veramente disgustose. La prima a opera della madre di Cora la quale, per impressionare i suoi ospiti, commissiona colibrì dipinti d’oro che vengono liberati all calare delle tenebre . L’uomo incaricato di questa crudeltà così si esprime in proposito:

“Mi hanno ordinato di farli tutti d’oro. Non è stato facile. Ai colibrì non piace essere dipinti. Alcuni si sono lasciati andare, si sono dati per vinti, e hanno smesso di volare.” Quando tutti gli ospiti sarebbero stati ancora seduti a tavola, a mezzanotte, li avrebbe liberati nel giardino d’inverno, come una fontana di zampilli dorati. Sarebbero stati l’unico argomento di conversazione per una decina di minuti. I giovanotti avrebbero cercato di catturarli per offrirli in dono alle fanciulle che corteggiavano. Le altre dame di società del circondario avrebbero pensato, non senza un pizzico di malevolenza, che Nancy Cash avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di impressionare i suoi ospiti, e il mattino dopo le cameriere avrebbero spazzato via i corpicini dorati facendone un unico mucchietto.

L’altra si riferisce al pranzo organizzato da Cora per il Principe di Galles.

Un valletto entrò con un vassoio su cui s’era un congegno con una grossa vite su un lato. Teddy pensò che potesse essere una pressa da sidro, ma dai mormorii eccitati che si diffusero tutt’intorno capì che doveva essere un tritacarne e che stava per essere servito il Canton à la Rouennaise, una prelibatezza particolarmente apprezzata dal Principe. Teddy rimase a guardare mentre il maggiordomo girava la vite dell’ingranaggio e raccoglieva il sangue in un vasetto d’argento. Odo Beauchamp precisò: “Sapete, gli anatroccoli vengono soffocati, così non va perduta neppure una goccia di sangue”.

tourdargent_duckcarvingLa ricetta della Canard a la presse fu ideata agli inizi dell’800 da un ristoratore di Ruen e divenne famosa nel 1929 alla Tour d’Argent  a Parigi. Il proprietario, Frédéric Delair, era considerato un artista e divenne famoso tra i viaggiatori Americani ed Inglesi  proprio per questa preparazione rituale. Lui stesso eseguiva il “rito” e le persone ai tavoli deponevano le posate e rimanevano affascinati a guardarlo, insieme ai camerieri, mentre sfilettava i volatili (che erano numerati), metteva la carcassa nella pressa d’argento, mescolava la scura e saporita salsa, e la serviva sui teneri filetti.


6673213451_aebf1f985b_bNon sono mai stata a la Tour d’Argent ma adoro il paté e quando sono stata nel Luberon non me lo sono fatto mancare. Certo, con un po’ di rimorso perché le anatre che serenamente sguazzano nelle acque verdi de La Sorgue hanno l’aria fiduciosa e inconsapevole.

Esprime bene questo sentimento Peter Mayle in Un anno in Provenza. 

Di Faustin, sapevamo che gironzolava per le cascine lì attorno, come macellaio volante: sgozzava o tirava il collo a conigli, anatre, maiali, oche, così da trasformarli in terrines, confites e prosciutti. Ci sembrava una strana occupazione per un uomo tenero di cuore, che viziava i suoi cani; ma evidentemente era svelto e abile e, da bravo contadino, non era sentimentale.Noi potevamo trattare un coniglio come una bestiola domestica o essere pateticamente affezionati ad un’oca ma venivamo da città con supermercati , dove la carne da cibo era igienicamente spogliata da ogni sembianza di essere vivente. Qui in campagna invece, non era possibile ignorare il passaggio diretto fra la morte e la tavola.

Tornando al romanzo, tutto è bene quel che finisce bene e Cora e il Duca vissero felici e contenti. Per quanto mi riguarda il finale è esattamente ciò che amo dell’Inghilterra e della Scozia .

Da quando era arrivata in Inghilterra aveva imparato a godere delle rare giornate di sole, quelle giornate che irrompevano d’improvviso tra la foschia e il cielo plumbeo, e ad amarle per la loro imprevidibilità. Si poteva comprare un clima più gradevole, pensò, ma non quella sensazione di gioia inattesa provocata un raggio di sole che, filtrando dalle tende, prometteva l’arrivo di una giornata sfavillante.

E in fondo perché no  della vita. Come disse Edith Wharton la mia scrittrice preferita  appunto

Ci sono sempre nuovi Paesi da visitare, nuovi libri da leggere (e, spero, da scrivere); mille piccole meraviglie quotidiane di cui stupirsi e godere…Il mondo visibile è un miracolo quotidiano per coloro che hanno occhi e orecchie.

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Voglio anche le rose

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Che ne è del vecchio  proverbio inglese “March winds and April showers bring forth May flowers“?

Nel giardino di Alessandra lo scorso anno, proprio in questi giorni, fiorivano bellissime Pierre Ronsard.

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Quando compose Mignonne, allons voir si la rose il poeta non poteva certo immaginare che gli avrebbero dedicato una rosa. Meilland ottenne questo ibrido, che aveva chiamato Ingres,  agli inizi degli anni ’80  quando ancora non esisteva il concetto di Rosa Romantica o English Roses. Fu il vivaista tedesco Horstmann a riconoscere in Ingres ciò di cui il mercato aveva bisogno. In quello stesso periodo Parigi si preparava a celebrare i 400 anni dalla scomparsa di Pierre Ronsard e Ingres prese il suo nome.

Prends cette rose

Prends cette rose aimable comme toi,
Qui sers de rose aux roses les plus belles,
Qui sers de fleur aux fleurs les plus nouvelles,
Dont la senteur me ravit tout de moi.

Prends cette rose, et ensemble reçois
Dedans ton sein mon coeur qui n’a point d’ailes :
Il est constant, et cent plaies cruelles
N’ont empêché qu’il ne gardât sa foi.

La rose et moi différons d’une chose :
Un soleil voit naître et mourir la rose,
Mille Soleils ont vu naître m’amour,

Dont l’action jamais ne se repose.
Que plût à Dieu que telle amour enclose,
Comme une fleur, ne m’eût duré qu’un jour.

Da allora più di 3 milioni di Pierre Ronsard sono state piantate in tutto il mondo. Di lei si è scritto che è la rosa per cui il cuore si infiamma, ogni suo petalo è un sonetto, ogni sfumatura dolcezza per l’anima.

Mi guardo intorno ed è sempre una rosa ad attirare il mio sguardo.

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ROSA

Anche al cimitero ho trovato spunto per una storia di rimpianto e di follia.

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Elégie à Marie – IV

Comme on voit sur la branche au mois de may la rose,
En sa belle jeunesse, en sa première fleur,
Rendre le ciel jaloux de sa vive couleur,
Quand l’aube de ses pleurs au poinct du jour l’arrose.

La grace dans sa fueille, et l’amour se repose,
Embasmant les jardins et les arbres d’odeur;
Mais battue ou de pluye, ou d’excessive ardeur,
Languissante elle meurt, fueille à fueille declose.

Ainsi en ta première et jeune nouveauté,
Quand la Terre et le Ciel honoraient ta beauté,
La Parque t’a tuée, et cendre tu reposes.

Pour obseques reçoy mes larmes et mes pleurs,
Ce vase plein de laict, ce panier plein de fleurs,
Afin que vif ou mort ton corps ne soit que roses.

Che io sia romantica più di quanto sono disposta ad ammettere?

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Dal nostro inviato ad Istanbul: varie ed eventuali….

Messaggi  di un viaggiatore genovese da Istanbul.

Ovunque moschee e minareti illuminati si specchiano nel mare che la circonda da ogni parte. La torre di Galata sulla sponda genovese sembra fronteggiare da sola  l’Islam.

Cena in piccolo ristorante nel quartiere di Galata…I genovesi si fermavano in luoghi che ricordavano la Liguria. Ora caffè sul tetto dell’hotel con vista incredibile su tutta la città.

Ricevimento al Consolato generale d’Italia, Palazzo Venezia, stupenda costruzione in un parco nel centro antico….

Tesoro dei Sultani a Topkapi. Mai visto nulla di simile. Basterebbe uno delle migliaia di gioielli e diamanti per sistemarci tutta la vita. Forse anche i figli.

Io da qui leggo degli scontri di Istanbul e a leggere questi sms mi convinco che il mondo non va tutto nella stessa direzione. Ad Istanbul va in scena una specie di Occupy  newyorkese per l’abbattimento di  Gezi Parki nel quartiere di Taksim e la costruzione su questo terreno di un nuovo centro commerciale (a Istanbul sono 86 ed altro 40 sono in cantiere).

taksim-gezi-parki1Da due giorni gruppi  di cittadini, comitati, personalità politiche, dello spettacolo e della cultura si ritrovano nel parco per contestare questa decisione folle.  Il tutto in un’atmosfera civile, di festa pacifica. Poi arriva la polizia e con idranti e mezzi non proprio pacifici e fa sgomberare.

I Parchi che il governo promette saranno cittadini ma in realtà verranno costruiti in periferia. E mentre turisti e una parte di cittadini aspettano con ansia l’apertura di questo ennesimo “non luogo” che troverà spazio in una vecchia caserma ottomana ricostruita per l’occasione con le identiche fattezze che aveva la Topçu Kışlası, edificata a Taksim nel 1780 in stravagante stile russo-indiano.5.ist-Taksim Topçu kışlası

La battaglia sta diventando anche politica: aumenta il numero dei parlamentari che stanno appoggiando la lotta e lo stesso presidente del CHP ha dichiarato che andrà a dare la sua solidarietà ai manifestanti.

E dopo due giorni di silenzio sul problema anche il nostro viaggiatore cambia il tono dei messaggi.

Pare che qui stia scoppiando la rivoluzione per i disordini di ieri. Chiedono le dimissioni del Governo.

Ho visto l’inizio dei cortei. E’ un problema proprio di questa municipalità con cui lavoriamo.

Interrotto tour: peccato. Ci stanno portando dal Sindaco. Sono con il Sindaco di Sarajevo.

Pare che blocchino Internet…non mi immaginavo di vedere una rivoluzione dal vivo.

Che ne sarà del nostro viaggiatore? riuscirà a tornare domani? Mi viene in mente “Mamma li turchi!”,  frase usata per spaventare i bambini  diventata una sorta di slogan della paura. I francesi dicono Tete de Turc. Un tempo nei Luna Park lanciavano delle palle per far cadere il fez dalla test del manichino. Nel Macbeth di Shakespeare le streghe aggiungono al veleno un naso di turco, per renderlo più potente.

Ma se la protesta è contro l’Occidentalizzazione, non è che i Turchi in questo caso siamo noi?

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Genova che è tutto dire

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Genova per noi che viviamo in fondo alla campagna è per lo più eleganti vie del centro e caratteristici caruggi ripuliti dalle “rumente”. Ma se prendi un autobus, il 18 ad esempio, e vai sino al capolinea, Genova allora sì è un altro mondo. E’ il ragazzo nero elegantissimo con le cuffiette che sembra uscito da un elegante negozio newyorkese, è il papà latinos con due bimbette con ciurini neri neri giubbottini di pelle scarpette con lustrini orecchini e anello all’indice, è la signora con il sari e un cappottone per ripararsi dal freddo, una signora piccola piccola forse quadrata che ha sul volto il colore e tutte le rughe di tutte le donne dei paesi andini. Quando scendi al capolinea hai di fronte a te il Monoblocco che a guardarlo con i miei occhi che ho sempre la testa e il cuore da qualche altra parte, sembra Lhasa. Anche la salita sembra portare a Lhasa. Arrivi in cima e inizi ad esercitare il tuo lato zen e buddhista. Torni al capolinea, riprendi l’autobus che ti molla a metà di via XX mentre dovevi scendere in via Assarotti. C’è una manifestazione che cerchi di dribblare ma poi ti ritrovi forzatamente davanti alla prefettura dove siì c’è qualcuno che protesta ma non è che sia una folla. Decidi che è ora di un caffè e entri da Mangini dove trovi il grosso dei manifestati. Mangini è tradizionalmente il bar della upper class dacchè ne deduci che la lotta di classe oggi si fa così, ordinando il caffè al banco e portandolo nel dehor fuori eludendo così la maggiorazione per il servizio al tavolo. Affronti tutta la salita di via Assarotti e in cima ti attende la sala d’aspetto del CUP e di nuovo varia umanità. Anche qui l’esercizio zen è fondamentale. Le anziane signore borghesi con badanti al seguito chiaccherano amabilmente con l’incaricato il quale altrettanTo gentilmente conversa. Possono passare anche 40 minuti prima che mollino la preda. Le badanti sorridono godendosi quei preziosi minuti di relax. Ti distrai alternando la lettura e la visione su un grande schermo di anziane che passeggiano in gruppo al tramonto in corso italia, hanno tutte in testa un cappelletto bianco con visiera ed eseguono ridicoli esercizi di stretching. Genova in cammino è il programma sanitario della Regione Liguria per la terza età. Quando finalmente esci ti rimane solo il tempo di prendere al volo un altro autobus e via verso la stazione. Arrivi qui, in campagna. Pensi a quando sognavi di invecchiare spiaggiandoti su una panchina di fronte al mare e scaldandoti le ossa al lampo giallo. Dopo una giornata così pensi che anche un casetta in campagna con giardino in fondo non sarebbe male. Chissà…che direzione prenderà la mia vita? ad oggi posso dire citando Faber e il Gallo che è andata in direzione ostinata e contraria ai miei sogni. Ma sì. Genova è un’idea come un’altra…

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Maggio francese

Il maggio francese nel 1968 portò rabbia, violenza, entusiasmo, solidarietà, fantasia, creatività, filosofia indiana, hipsters, canzoni, slogan, messaggi. Ed emancipazione, soprattutto sessuale.

Il maggio francese, 45 anni dopo, ha avuto il suo primo matrimonio gay. Per le strade la polizia ha dovuto allontanare gli oppositori con i fumogeni, evitando così gli scontri fisici già visti in precedenti occasioni. Non è un caso che la cerimonia si sia svolta a Montepellier e non a Parigi. Qualcosa si direbbe non essere andato per il verso giusto. Hollande ha sbagliato le previsioni? Tornano in mente gli slogan del ’68. Tra i tanti

vietato2 francese“Dopo l’odio, è tempo di parlare di amore”, hanno detto Vincent e Bruno prima di entrare in Municipio sulle note di Love di Nat King Cole. Si sa. I gusti sono gusti.  Io, sarà per una questione generazionale, avrei scelto Tous les garcons et les filles di Francois Hardy.

Francoise Hardy

Comunque sia quel che sia, alla fine che importa ? Vive l’amour! Vive la France!

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Mrs. Kennedy Goes Abroad

kennedy1Jackie Kennedy è tra le vostre icone di stile preferite? credete di avere visto di lei tutte le immagini che è possibile vedere? Beh, forse ignorate una piccola meraviglia. E’ il libro Mrs. Kennedy Goes Abroad. E’ un librino delizioso,  all’apparenza un libro per bambini illustrato, se non fosse che è il frutto del lavoro di tre autori eccellenti, così come eccellente è il soggetto di cui si occupa “Jackie Kennedy”. Pubblicato da New York da Artisan & Callaway,  è il resoconto illustrato dei suoi viaggi in Francia, Italia e India. Furono viaggi che trasformarono Jackie in icona.

Il libro ha un’introduzione di John Kenneth Galbraith, famoso economista, consigliere economico di diversi presidenti tra cui Kennedy e ambasciatore in India durante il suo mandato. Galbraith ebbe il compito di organizzare il viaggio di Jackie e della sorella ma di una cosa non era al corrente e cioè che insieme a loro viaggiava una disegnatrice molto talentuosa, Jacqueline Duhème, che aveva il compito di arricchire l’album fotografico del viaggio con illustrazioni.

Jacqueline Duhème fu assistente di Matisse a Vence dove incontrò Jacques Prevert e divenne l’illustratrice dei suoi libri per bambini. Terminato il suo apprendistato con Matisse tornò a Parigi dove iniziò a lavorare per Elle. La sua ambizione era quella di diventare “reporter-illustratore” e l’occasione venne con la visita dei Kennedy. In 2 giorni e due notti completò gli acquerelli che il padre di John vide e voleva  acquistare per i nipoti. J. Duhème decise di donarli a Caroline, Pierre Salinger volò a Parigi e tornò con i dipinti alla Casa Bianca dove Jacqueline Duhème  dove venne poi invitata dalla coppia presidenziale. Da ciò nacque la loro amicizia e Jackie le chiese di accompagnarla nel suo viaggio in India e Pakistan passando per Roma. Continuarono poi a frequentarsi condividendo la stessa passione per l’arte.

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Autrice del testo è Vibhuti Patel, docente,  a capo del Dipartimento di Economia dell’Università  Femminile di Mumbai, membro della Scuola di pensiero Gandhiano, per lungo tempo editorialista del Newsweek International, ora de  The Wall Street Journal. Scrive libri di viaggi, arte, cultura e cibo. Ha intervistato tra gli altri i Nobel per la letteratura Amartya Sen e Muhammad Yunus.

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Elegance at the Elysée, Paris May 31, 1961

Alla cena di gala all’Eliseo quella sera Mrs. Kennedy indossava un aderente abito lungo di pizzo rosa e bianco creato dal suo stilista ufficiale Oleg Cassini, Americano ma nato a Parigi. Il parrucchiere Alexander impiegò 2 ore per realizzare un’acconciatura in stile “Madonna Gotica”, sormontata da un nastro con una rosa di diamanti. … Dopo la cena i De Gaulle che, come scrisse il Time, sembravano i genitori della sposa, strinsero a fianco dei Kennedy le mille mani dei Parigini illustri intervenuti. A mezzanotte il lungo guanto bianco indossato da Jacqueline era macchiato dalle tante mani che aveva stretto.

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Hosted at the Hotel de Ville, Paris June 1, 1961

Il giorno seguente i Kennedy furono ricevuti dal Sindaco di Parigi. Mrs. Kennedy, che indossava un austero completo di seta blu, attirò molta più attenzione del Presidente che scherzando dichiarò “Non trovo modo più appropriato per definirmi …sono l’uomo che ha accompagnato Jacqueline Kennedy e mi sono divertito”. Jacqueline accettò l’omaggio della Città di Parigi – un sottile orologio con elegante cassa di diamanti – con estremo piacere. “Questo viaggio mi piace moltissimo”, sussurrò in francese e deliziò i Parigini ammettendo che “non vedeva l’ora di passeggiare e ammirare i palazzi  e le strade e sedere nei cafè”.

Indossando una cloche bianca di Givency Mrs. Kennedy disse addio ai De Gaulle all’Eliseo prima di partire il giorno dopo per Vienna. I Parigini si erano innamorati di lei e il suo fascino, il suo tatto, le sue maniere dolci avevano reso più facile la difficile missione di suo marito. Fu chiaro che dava a suo marito e quindi anche al suo paese stabilità politica. Si dimostrò molto utile diplomaticamente anche a Vienna dove la sua presenza allentò le tensioni dell’incontro tra Kennedy e Khrushchev, i due leaders della Guerra Fredda. Tutto ciò servì a preparare la sua solitaria missione diplomatica l’anno seguente in India e Pakistan, passando da Roma.

Per l’udienza privata della domenica con l’anziano Pontefice Papa Giovanni XXIII la First Lady indossò un lungo abito nero di seta con lunghi guanti e una mantiglia Spagnola di pizzo nero. Il Papa conversò con lei nella Biblioteca Vaticana per 52 minuti – piuttosto a lungo quindi considerato che in una precedente visita la Regina Elisabetta si era  intrattenuta con il Papa per 26 minuti soltanto. Il Papa parlò con lei in francese. Lei gli donò una copia autografata dei discorsi di JFK, Lui le donò rosari e medagliette del suo Pontificato.

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Private Audience with the Pope, Rome March 11, 1962

Al suo arrivo in India Mrs Kennedy fu accolta all’aeroporto di Nuova Delhi dal Primo Ministro Neru, sua figlia Indira Gandhi e John Kenneth Galbraith. Centomila persone lungo la strada si accalcarono per salutare la “Regina d’America”. Dopo tre giorni trascorsi nella capitale Jacqueline e la sorella Lee si a bordo del treno presidenziale s avventurarono verso il nord del paese. La prima fermata fu Agra, sede del Taj Mahal. Al tramonto guardando le ombre dei cipressi riflettersi nell’acqua, sembrò affascinata e confusa. Volle tornare più tardi per vederlo alla luce della luna. “Sembrava così giovane, così semplice, spontanea,di fronte alla straordinaria bellezza del palazzo e i suoi quattro graziosi minareti che lo stesso Shah Jahan l’avrebbe gradita” scrisse uno dei reporter.

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A Dream at the Taj Mahal, Agra March 15, 1962

Ad Agra seguì Benares dove venti sarti avevano lavorato tutta la notte per cucire drappi di seta e copriletti per la sua suite nella città santa. In un’afosa mattina, Jacqueline si presentò senza cappello e con abito rosa shocking che completava i toni gioiello dell’India. Navigò sul fiume in un’imbarcazione decorata con ghirlande di calendule e più tardi percorse a piedi un sentiero di petali  sino alla Sarnath Stupa il tempio dal quale Buddha aveva declamato il suo primo sermone.

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Down the Ganges River, Benares March 16, 1962

Dopo nove giorni Mrs. Kennedy giunse in Pakistan. Il Presidente le fece il dono più gradito del viaggio – un cavallo baio di nome Sardar (Il Capo) che nessuno a casa avrebbe cavalcato tranne lei. La sera ai Shalinar Gardens fu accolta da 700 ospiti per lo più donne e lei confessò che avrebbe desiderato avere con sè il marito. A Karachi insistè per fare un giro in cammello ma riconobbe che a confronto l’elefante aveva la comodità di un jet.

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A Precarious Camel Ride, Karachi March 25, 1962

Dopo un volo di  13 ore Jacqueline e Lee  giunsero finalmente a Londra. Alle domande dei reporters Jackie rispose “Sono molto stanca. Non metterò il naso fuori di casa tranne che per la colazione con la Regina”. Sperava che il soggiorno di due giorni a casa della sorella l’avrebbe rimessa in forze.

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Resting Up, London March 26, 1962

Un portavoce reale disse che Jacqueline non era stata invitata per ragioni di protocollo ma perchè la Regina e Mrs Kennedy avevano molte cose in comune – erano entrambe 30enni, madri di bambini piccoli, e costantemente sotto i riflettori. Lasciando il palazzo disse che la conversazione aveva per lo più riguardato l’India e che pensava che “gli abiti della Regina fossero deliziosi e lei molto graziosa”.

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Lunch with the Queen, London March 28, 1962

Quando atterrò a Washington il Presidente salì sull’aereo per darle il benvenuto in privato prima di ricondurla alla Casa Bianca dove rivide la figlia Caroline di quattro anni e il piccolo John-John di soli sedici mesi. Ad ogni tappa del suo viaggio, aveva spedito loro cartoline con “Xs” che essi riconobbero come suoi baci. Mentre riconosceva di aver sentito la mancanza della sua famiglia e di non voler fare altri viaggi da sola, riassunse il suo viaggio come “le due settimane più magiche della mia vita…”.

Il libro conferma quindi l’opinione che le visite ufficiali possono essere molto divertenti per chi viaggia, per chi accoglie, e per chi viaggia al  seguito. Anche per gli illustratori. Parte che viene sapientemente omessa evidenziandone gli scopi politici: la comprensione reciproca, la risoluzione di diversi punti di vista, la maggiore conoscenza di un altro popolo e di un altro paese. Ma per lo più appunto si viaggia per concedersi anche una fuga dalla solita routine, fatta di occasioni ufficiali e di tensioni  politiche, per godere di un viaggio sapientemente organizzato, calorosi benvenuti, divertimenti e nuovi ambienti.  Questo anche per i giornalisti e i commentatori, i quali però omettono di dirlo a causa delle spese che i loro spostamenti comportano. Molti neppure se ne rendono conto,  ma  Jackie sì. Godette enormemente di questi viaggi come dimostra  questo carinissimo libro, consapevole che non avrebbe cambiato la storia ma che si sarebbe divertita e con lei i suoi accompagnatori. Con lei anche noi oggi,  sfogliando questo libro.

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L’indovino

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UN INDOVINO CI DISSE IL FILM – CHIAMATA ALLE ARTI
Ovada (AL) – 7 giugno 2013
Serata di raccolta fondi per sostenere la produzione del film tratto da Un indovino mi disse di Tiziano Terzani.
Il progetto cinematografico in generale
A fine dicembre è stata lanciata sul web la campagna di raccolta fondi per realizzare un film da quello che è forse il libro più amato di Tiziano Terzani: Un indovino mi disse.
L’idea è del regista milanese Mario Zanot, documentarista e visual effects supervisor, che ha collaborato, tra gli altri, con Giuseppe Tornatore e Nanni Moretti.
Zanot incontra Terzani nel 2004 per girare Anam il senzanome, l’ultima intervista rilasciata dal giornalista-scrittore prima di lasciare il suo corpo, come egli stesso amava definire la sua morte imminente.
Sono passati otto anni da allora e si sente ancora forte la mancanza del suo messaggio di amore per la vita e di ripudio della violenza.
Il film Un indovino mi disse ripercorrerà il viaggio di Terzani alla scoperta del cuore magico dell’Asia, un viaggio che il giornalista fece nel 1993, spostandosi senza mai prendere aerei.
All’apice della sua carriera infatti, in crisi umana e professionale, per cercare di salvarsi dalla depressione, Terzani si aggrappa alla profezia di un vecchio indovino di Hong Kong: ricordati, nel 1993 non devi volare, perché corri un gran rischio di morire. Quella maledizione si trasforma per lui in una benedizione, un’occasione per reinventarsi la vita.
In bicicletta, nave, pullman, a piedi, Terzani parte verso l’Asia più misteriosa per un reportage sugli indovini, che gli farà incontrare personaggi picareschi, eroici, tragici. In quello stesso anno, l’elicottero sul quale sarebbe dovuto salire cade. Un caso? Al di là della sua veridicità, la profezia lo aiuta a trovare una nuova dimensione umana e spirituale.
Un indovino mi disse sarà girato tra Vietnam, Laos, Cambogia, Birmania e Thailandia.
La sceneggiatura – a cui ha collaborato anche Angela Staude Terzani – è già pronta e alcuni partners stranieri hanno mostrato vivo interesse per il progetto. In Italia, invece, Rai Cinema e Medusa hanno messo in dubbio che ci siano persone interessate a vedere un film su Terzani, dopo otto anni dalla sua morte.
Il regista Mario Zanot è invece convinto che il suo ricordo e il suo messaggio siano vivi ancora oggi, e per questo ha scelto di rivolgersi direttamente al pubblico per finanziare, almeno in parte, questo progetto. Si tratta di una scelta che a uno spirito libero come quello di Terzani sarebbe certamente piaciuta, come conferma la moglie Angela in una breve testimonianza che è possibile vedere sul sito del film.
Andando su http://www.unindovinocidisse.it è possibile dare il proprio contributo al progetto, versando pochi euro ma anche cifre più alte. In cambio si ha diritto a una ricompensa. Ad esempio chi sceglie di versare 50 euro vedrà il proprio nome nei titoli di coda del film, donando 100 euro si potrà ricevere a casa, su card usb, il film Anam il senzanome Atto II, le immagini inedite ed esclusive dell’ultima intervista a Tiziano Terzani, dando un contributo superiore ai 150 euro si avrà diritto inoltre a una copia della sceneggiatura, autografata dal regista e dagli attori.
Per promuovere il progetto sono in programma iniziative in tutta Italia, durante le quali ripercorrere insieme la vita di Terzani, corrispondente di guerra, viaggiatore e uomo di pace.
I soldi donati dagli utenti del web e quelli raccolti durante questi eventi andranno ad affiancarsi ai finanziamenti dei partners stranieri, per coprire il budget complessivo del film che si aggira intorno al milione e mezzo di euro. L’obiettivo è quello di uscire nelle sale nel 2014, in occasione del decennale della morte di Terzani.
Una parte degli incassi del film verrà devoluta a Emergency, per l’ospedale di Lashkar-gah in Afghanistan, intitolato a Tiziano Terzani. Si tratta di un centro chirurgico in cui il 60% dei pazienti ricoverati è curato per ferite di guerra causate da bombe, mine antiuomo e pallottole e dove un terzo dei pazienti ha meno di 14 anni.
In ogni caso, se la cifra raccolta attraverso il finanziamento popolare non dovesse essere sufficiente a garantire la produzione del film, l’intero importo, tolte le spese documentate, verrà devoluto ad Emergency.
L’iniziativa presso Ovada (AL) a cura di Il Salotto Circolo Ricreativo
Spazio Sotto l’Ombrello (via Sligge, 10)
ore 21:00
Il programma della serata prevede proiezioni di filmati, tra cui parti di Anam il senzanome e Anam Atto II, letture di brani tratti dai libri di Terzani e musica suonata dal vivo.
L’idea è quella di ripercorrere insieme la vita di Terzani e, in particolare, il viaggio nel cuore dell’Asia, raccontato in Un indovino mi disse, un viaggio che, per lo scrittore, è stato tappa fondamentale di un percorso di trasformazione da corrispondente di guerra a uomo di pace.
Le letture saranno a cura di Fabrizio Matteini. Gli intermezzi musicali verranno eseguiti dalla cantante Flavia Barbacetto e dal violoncellista Stefano Cabrera del gruppo Almost 3.
Nel corso della serata il regista Mario Zanot presenterà il progetto del film tratto da Un indovino mi disse. Con lui Max De Martino, fotografo e coordinatore del sito internet ufficiale dedicato a Tiziano Terzani. Interverrà anche Silvia Bona, volontaria del gruppo Emergency di Alessandria.
L’iniziativa vedrà anche la partecipazione straordinaria del sassofonista e compositore Antonio Marangolo.
A seguire un rinfresco offerto dal Biscottificio Tre Rossi di Ovada e dall’Azienda Agricola Cascina Boccaccio di Tagliolo Monferrato.
L’ingresso sarà libero. Chi lo vorrà potrà fare una donazione per finanziare il film.
L’evento, patrocinato dal Comune di Ovada, è stato organizzato grazie alla preziosa collaborazione del Circolo Ricreativo Il Salotto.
Informazioni utili:
tel. 02/5691340 (Storyteller)
info@unindovinocidisse.it
http://www.unindovinocidisse.it
https://www.facebook.com/media/set/?set=a.478218588914851.1073741833.100001801418934&type=1

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Don Gallo, chiusa parentesi

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L’ultima volta che ho passato un’intera serata con Andrea è stato due anni fa. Tornava da Milano dove aveva partecipato alla manifestazione della CGIL in Piazza Duomo. Era stanco e infreddolito ma ad Acqui lo aspettavano per una conferenza.  E’ venuto a prendermi e abbiamo cenato alla Comunità Mandela, sembrava Gesù con gli Apostoli. Si era raccomandato che mi sedessi a tavola vicino a lui, aveva l’aria di dirlo come per proteggermi. I ragazzi un mix di tutti i disagi del mondo ma di una civiltà ed educazione che mi sorpresero. Ad Acqui c’erano quasi 500 persone ad attenderlo, qualcuno per la calca collassò. Dovette interrompersi per aspettare l’ambulanza. Si vedeva che scalpitava, quando gli “partiva” l’infervoro era difficile fermarlo. Cantò anche. Canzoni di De Andrè e Bella Ciao, sventolando la bandiera della Pace. Era diventato il Suo pezzo forte, il Gran Finale. Finì quando ormai era mezzanotte, rimanemmo quasi sino alle 2 per le dediche sui libri. Da ogni persona si faceva raccontare l’essenziale  per poterle meglio personalizzare. Prima di tornare Marco, il suo “autista” buddista, lo portò in bagno e come ogni volta lo fece lavare e cambiare prima di rimetterlo in macchina. Bisognava sentirlo con quanta tenerezza diceva “devo fargli togliere la maglia della pelle perché è sudato fradicio”. E cosi siamo arrivati sotto casa mia che erano quasi le 3. Mi ha baciato, ha voluto aspettare che entrassi nel portone. E poi è ripartito per Genova. Io ero distrutta, Lui sarebbe rimasto sveglio anche quella notte, come quella precedente prima di andare a Milano.

L’ultima volta che l’ho visto è stato ieri. Nella Sua chiesa, perché anche se il Parroco è Don Federico quella di San Benedetto è diventata la Chiesa di Don Gallo. Davanti al portone un mix di giornalisti, gente comune, trans, amici, sconosciuti, curiosi, dotti, ignoranti, santi, navigatori e ladri : tutta la Sua umanità. Viene spontaneo pensarlo mentre esce con il sigaro in bocca e dice” Belin, cos’è tutto sto casino?”. Aveva sempre la battuta pronta il Gallo, sembrava sempre divertito. Ma aveva una profondità che andava oltre e a vederlo ora sembra impossibile che avesse la forza che aveva. E’ consumato dal dolore, dalla  passione e dalle fatiche del mondo che sembra aver preso tutte su di sé. Nella portineria una ragazza risponde alle tante telefonate da tutta Italia di persone che vogliono partecipare al funerale.  La Lilli è al telefono con una persona disperata qualcuno che sta soffrendo. Le dice “Non mollare, non mollare, dobbiamo andare avanti. Anche noi. Ce la farai. Ce la faremo. Mi raccomando tesoro…”

Mi vede e allunga le mani per farmi avvicinare. Ha lo sguardo sereno e forte. Io non smetto di piangere. Mi stringe, appoggio la testa sulla sua spalla e lei mi accarezza i capelli. Sa quanto gli voglio bene, sa di me e del mio desiderio. Mi dice che domenica si è alzato solo un attimo per benedire le fedi di due ragazzi che si erano sposati con rito civile. A loro ha detto che la migliore benedizione è il loro amore e che questo vale anche per noi. Penso alle tante volte che ci ha tenuti per mano, Cesare da un lato e io dall’altro. E quello sia stato un modo per dire che sì, approvava.  L’amore per Andrea vince sulla legge, i tanti che vengono a salutarlo ne sono la prova. Con un sorriso divertito mi dice che lo vogliono portare sino al Carmine sulle spalle e sperano che non piova. Lo dice anche con orgoglio “ perché sai, da lì lo mandarono via. E noi ce lo riportiamo in trionfo. E celebra il Cardinale”. Torna a quella che fu la Chiesa, con un corteo che sarà in bilico tra sacro e profano. A quello non andrò. Non sempre ho condiviso ma ho rispettato perché sapevo le ragioni di fondo. Sono venuta apposta qui.

Nell’archivio che è stato il Suo studio, così piccolo ma ha generato cose immense, Megu parla con un giornalista del futuro della Comunità. E’ determinato, sa bene che sarà dura, che devono sperare nella generosità della gente. E’ da adesso, dice, che vedremo chi davvero segue il Gallo. Il 18 luglio, il giorno del Suo compleanno, faremo una festa e lì ci conteremo. Mentre parlano mi guardo intorno. Ovunque scatole di medicinali, bottigliette d’acqua, libri. Il panama per l’estate. Foto della mamma, di Papa Giovanni, di Don Bosco. Su una parete una lavagna con la scritta “Pregare e fare le cose giuste tra gli uomini”.

GALLO 014-1Spero in cielo lo abbiano accolto  Angeli non anarchici e gli abbiano allestito una suite con letto king size. Mi si spezza il cuore a vedere il suo, praticamente una branda.  E’ rivolto verso la Lanterna, il simbolo della Sua Genova, come a dire che non ha mai perso la rotta.  Dalla finestra intravedo una scritta sul muro di fronte : “Da los diamantes no nace nada, de la mierda nacen las flores”.

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Megu viene chiamato all’esterno, si alza e se ne va. Se ne va anche il giornalista portandosi via il foglietto del calendario con su scritto 22 maggio. Rimango lì da sola. Respiro un’ultima volta il profumo di Andrea. Da tempo non riusciva a finire i discorsi, non riusciva a chiudere le parentesi diceva. Mi volto per andarmene e lo sguardo si posa  sul calendario. Eh già. E’ il 23. E’ il primo giorno senza di Lui. Chiusa parentesi.

Me ne vado, torno verso la stazione e incontro persone che mi chiedono dov’è la Comunità di San Benedetto. Mi accorgo di essere la sola in quel momento ad andare  in destinazione contraria.

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Sul treno finisco di leggere Il weekend di Peter Cameron. C’è una frase che mi pare scritta per Lui, questo momento “…Forse la vita è come una vacanza. Hai presente che in vacanza fai sempre finta di divertirti, ma in fondo, soprattutto verso la fine, non vedi l’ora di tornare a casa? Non desideri altro che essere a casa e dormire nel tuo letto. Forse la vita è così, e te ne rendi conto alla fine. Vuoi solo tornare. Forse siamo in vacanza senza saperlo”.

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