Nel garage di Angela

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Prendi i mercatini sui Navigli e Guido che invita Angela per una passeggiata tra le bancarelle.
Sarà stata l’atmosfera, l’insieme degli oggetti e quel tocco di romanticismo che è sempre associato al passato, e scocca la scintilla che fa innamorare Angela dell’antiquariato. Angela coltiva la sua passione studiando sui libri e approfittando dei fine settimana per frequentare i mercatini. La scintilla scocca anche tra Angela e Guido che si sposano e incominciano a raccogliere oggetti che ad un certo punto la loro casa non è più in grado di contenere. Trasferiti molti degli oggetti in garage, Angela e Guido, decidono poi di esporli ai mercatini, prima “ospiti” nei banchi degli amici poi con un banco tutto loro, dando ufficialità al loro hobby.

Per esaudire le richieste dei clienti, iniziano a viaggiare per la Provenza, tra i mercatini di Cannes, Antibes, Isle sur la Sorgue, Avignone e Montpellier. Sappiamo tutti che “lo stile Provençal” è quello più ricercato: la parola shabby chic è entrata a pieno titolo nel vocabolario di molte signore appassionate della casa, del suo abbellimento e cura. Fioriscono corsi, riviste e anche viaggi: tra le prime ad organizzarsi in gruppi le ricche signore americane, disposte a pagare migliaia di dollari pur di soggiornare a L’Isle Sur La Sorge, ad esempio, accompagnate da decoratori, fotografi ed esperti, in occasione dei mercati estivi.
http://www.chicprovence.blogspot.it/2013/10/announcing-our-chic-provence-design.html

Anche le italiane si stanno organizzando, partono in gruppi di sole donne lasciando a casa i mariti con la promessa di non azzerare la carta di credito http://shabbychicinteriors.blogspot.it/2014/03/tour-in-provenza.html

Beh, è un privilegio che non sono in molti a potersi permettere ma in molti invece possiamo seguire Angela e Guido nei mercatini in cui espongono: ogni seconda domenica del mese a Celle Ligure, ogni ultima domenica del mese a Pieve di Teco (antico borgo medioevale in provincia di Imperia) e nel suggestivo centro storico di Ovada il 21 aprile, 1 maggio, 2 giugno, 15 agosto, 5 ottobre, 1 novembre e 8 dicembre del 2014.

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Nel loro banco ricreano quell’atmosfera provenzale che sono in tanti a ricercare, lo fanno con gusto, dando nuova vita a oggetti per lo più dimenticati: vecchie cornici, tessuti, utensili che posizionati nel modo giusto, riverniciati nelle nuances più tipiche, vi aiuteranno a riprodurre un angolo di Provenza a casa vostra.

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E se volete lasciarvi trasportare nel passato dal ricordo di un sapore perduto o da una foto di un tempo che non esiste più, tra un mercatino e l’altro seguite il suo blog http://nelgaragediangela.wordpress.com/ .

 

 

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Corallo, stelle e luci ed è poesia

Oggetti sparsi qua e là, senza alcuna relazione tra loro se non quello che evocano. Metti insieme immaginazione, superamento e vertigine e ed è il ricordo di bellissime poesie.

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Adornerò le mie vesti di rosso corallo
dal sapore di acqua marina
sulle bianche scogliere il mio sguardo si poserà.

Resterò sospesa in un temporaneo limbo
in balìa di onde tempestose
sospesa tra il fluire del tempo ed il nudo dolore.

Mi poserò sui pensieri che nascono di notte
guardando lo scintillio delle stelle
conserverò il respiro come un segreto.

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E l’animo si placherà nel fruscio del vento d’estate
solitario…come un vecchio marinaio
navigherà per mari sconfinati e lidi sconosciuti.

Rosso corallo tra i miei capelli al vento
come il sangue nelle vene
il soffio della vita nella luce rinascerà.

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Living with books: Altrove

Non si viaggia soltanto con il corpo quanto con la fantasia e si vede anzitutto quel che si sa e si vuol vedere.
Sta nell’Altrove il peccato originale e forse la fonte nascosta di rigenerazione della cultura occidentale contemporanea. Così superba delle sue magnifiche sorti eppure al tempo stesso così turbata dai fantasmi degli orizzonti perduti; così attratta e angosciata dal richiamo di un Altrove senza il quale non riuscirebbe a riconoscersi nè a definirsi.
Finestra a levante: pellegrinaggi e testimonianze di uno studioso italiano, Franco Cardini

ImmagineBleus d’Ailleurs è la collezione da tavola firmata Hermès ispirata all’arte decorativa orientale. L’astrazione geometrica è la logica conclusione della storia del «bianco e blu». La grazia del blu nomade porta in tavola  il quotidiano e l’immaginario del viaggio. Una storia in “bianco e blu” fatta di andate e ritorni infiniti tra l’Europa e l’Oriente.

 

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Andiamo, è tempo di migrare…

migrationsTranquilli, non è l’ennesima analisi de I Pastori. Non è settembre! Anche se…Per il  “migrare” a cui mi riferisco è sempre tempo, anzi…ora lo è ancora di più. Si ritorna ad emigrare da ogni parte del mondo per ogni parte del mondo: lo si fa per le guerre e per la povertà che ne consegue, per l’instabilità economica dei mercati, lo si fa ancora per amore. Lo fanno i giovani per studio e lo rifanno per cercare lavoro. Ed è proprio dedicata a loro una collezione di “sedute” dal titolo The Migration Stories di Bokja Design (Beirut) che esprime il senso del “far su tutto” e cercarsi e creare un proprio posto nel mondo, lontano dalla famiglia, dal paese in cui è nati e vissuti. Collezione che fu presentata lo scorso al Salone del Mobile di Milano in una installazione realizzata con muri sbiancati a rappresentare frontiere che scompaiono e beni fatti di speranze e sogni, divani e poltrone ricoperti con tessuti ricamati e ruvidi per raccontare le emozioni e la durezza delle storie dei poveri migranti.
http://issuu.com/bokja/docs/migrationstories
Quest’anno si ripresentano con una nuova collezione dal titolo Good Things, 28 nuovi pezzi di mobili e accessori, divani, poltrone, pouf, panche, piatti…: un’improvvisa ventata di ottimismo e gioia di vivere dopo un anno che per loro è stato incredibile ed emozionante.

1239393_767674663245501_2498071381481216960_nPer anni hanno utilizzato tessuti provenienti da tutto il mondo, ogni pezzo portava con sé storie e ricordi di un altro tempo e luogo: quest’anno realizzato i tessuti nel loro atelier. Il che dovrebbe evocare una sensazione familiare e rassicurante e nello stesso tempo un invito a godere dei piaceri dell’esistenza, a vagabondare liberi, nella speranza di riuscire a catturare il meglio e a godersi il viaggio su questa terra, sempre in movimento. Insomma l’antico Carpe Diem, tradotto nella collezione di piatti dal titolo “Capture the Moment”, in cui hanno rappresentato persone care, provvisori momenti di gioia in un paese eternamente in confitto.

Tornando a noi, ragazzi e no, leggiamo il bell’articolo di Beppe Severgnini apparso oggi su Il Corriere della Sera http://italians.corriere.it/ e proviamo a fare qualcosa, per evitare quando non ci sarà più tempo, il malinconico “Ah perché non son io co’ miei pastori?” di D’Annunziana memoria.

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Vita da bibliotecaria: chi cerca trova. Gli Indiani e il Grand Canyon, anche il nostro

C’è sempre stato un momento nella mia vita professionale che ho temuto, e cioè il dedicarsi appassionatamente alle ricerche di storia locale: quelle ricerche minuziose, che ruotano intorno a micro eventi, che tengono i mariti in pensione lontani dalle cucine e dalla supervisione dei cantieri, mogli a ingrigire di polvere. Stupide convinzioni dell’età giovanile. Ora che ho da un pò superato i 50 le rivaluto, buttandomi sul semiserio,  in quanto fonte di piacevoli sorprese,  : di seguito un mio articolo con cui rendo a Cesare quel che è di Cesare.

Lo studioso di storia locale, si sa, cerca e analizza documenti per lo più cartacei, spesso malconci o e frammentari, in locali polverosi e scarsamente illuminati e trova risposte alle proprie domande. La “curiosa” cerca in Internet e cosa trova? Tante ovvietà, banalità ma anche qualche “curiosità”, appunto.
Che appartengo alla seconda categoria lo avete capito e lo dichiaro apertamente. Nulla voglio togliere a chi, negli anni, pazientemente e sapientemente ha saputo riscrivere la nostra storia. Ammetto non ne avrei avuto la pazienza e la capacità. La curiosità sì, e in questo la tecnologia aiuta. Unitamente ad una discreta dose di testardaggine e ad una certa disinvoltura nell’uso dell’inglese.
Capita che, cercando “Ovada” in Internet mi imbatta, come sapete, in un’Ovada africana, esotica destinazione di un viaggio di nozze nel lontano 1947.
Ma capita anche che venga a conoscenza di un libro intitolato “OImmaginevada: an Indian boy of the Grand Canyon”,  un libro per ragazzi, scritto nel 1969 da Harry Clebourne James e, come dicono le recensioni, sapientemente illustrato da Don Louis Perceval. E’ la storia di una giornata tipo del piccolo Ovada, bambino indiano, che aiuta il padre nelle coltivazioni, nell’allevamento del bestiame e nella caccia. Il momento culminante del libro è la gara al galoppo tra Ovada e Gato, il suo migliore amico,a cui assiste tutta la tribù. Avendo avuto una passione giovanile per gli Indiani d’America, che continua oggi e più in generale per tutte le minoranze perseguitate, intuisco che “Ovada” ha un significato preciso, che però ignoro.

Ai bambini Indiani, infatti, il nome viene dato non alla nascita ma non appena manifestano una qualche caratteristica di temperamento, e perlopiù dai nonni con i quali, almeno in passato, trascorrevano gran parte del tempo.

Leggo il libro, che nel frattempo ho acquistato in Internet da una libreria antiquaria: è il resoconto di una giornata tipo del giovane Ovada durante le vacanze estive ma non trovo nulla che faccia riferimento al nome. Mi faccio però un’idea del protagonista che verrà infine, ma solo dopo tante ricerche, confermata.

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Scrivo a varie Università Americane dove vengono conservati i documenti di archivio dell’autore, per esattezza all’Università del Montana e alla Rivera Library dell’Università della California ma i gentili colleghi, Heather ed Eric, non trovano nulla che possa essermi di aiuto.
Ci riprovo con la Biblioteca del Parco Nazionale del Grand Canyon e la collega Eugenia (Jean) Sullivan. Da lei, che ha come assistenti due ragazze indiane, ricavo la speranza di trovare finalmente quello che cerco. Ovada, il ragazzino indiano di cui si parla nel libro, appartiene alla tribù Havasupai che vive ancora lì, per la precisione nell’Havasu Canyon, uno dei luoghi più belli del Gran Canyon. Havasupai significa “popolo delle acque verdi-azzurre”, e infatti prende il nome dall’ Havasu Creek, il fiume che lo attraversa e da cui hanno origine numerose e stupende cascate.

Le piene peraltro sono uno dei problemi del Canyon, soprattutto durante l’estate, e nella cultura Havasupai vengono riportate molte di queste storie di distruzione.  Distruzione a cui contribuirono i bianchi, quando venne scoperto il piombo nella zona del canyon e una marea di minatori si riversò nelle terre degli Havasupai, spingendoli in ambiti sempre più ristretti, sempre meno sufficienti a condurre serenamente l’esistenza di un tempo.Oggi non sono moltissimi e vivono nel silenzio, lontani dalle rotte del progresso, organizzando un piccolo turismo a pagamento e cercando di offrire ai propri figli e nipoti un futuro diverso, da custodi del Grand Canyon.

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Pur rimanendo tenacemente legati alla loro terra, hanno perso molto della loro cultura e così anche le ragazze indiane non sanno rispondere alla mia domanda. Ora che sono arrivata fin qui, non posso e non voglio arrendermi. Anche perché insieme alla ricerca tornano i ricordi legati a bellissime giornate trascorse sulle rive dell’Orba, che scorre nel “nostro” Canyon, ed inevitabili e curiose analogie con la piena provocata dalla rottura della Diga e i rastrellamenti tedeschi.

Ormai ho raccolto elementi tali da poter raffinare la ricerca e infatti trovo quello che cerco. Lo trovo nel saggio “Havasupai Ethnography” di Leslie Spier, pubblicato a New York nel 1928 e digitalizzato dall’American Museum of Natural History. L’autore, antropologo americano. dedicò molto del suo tempo ai Nativi Americani, alle relazioni che intercorrono tra gli esseri umani e le loro culture. In questa ricerca fu affiancato da Jess Checkapanyega che ebbe il ruolo di interprete e con il suo inglese zoppicante lo aiutò a trascrivere tutto quanto riguardasse la cultura di quella tribù. Anche i nomi. Così apprendo, apprendiamo, che Ovada nella lingua Havasupai significa “fuoco, fiamma che arde”. Il che conferma la mia intuizione dopo aver letto la storia, ma non ha nulla ache vedere con il nostro “guado, passaggio”.

Ho scritto perciò ad Eugene, rendendo lei e le ragazze indiane partecipi della mia scoperta, restituendo loro un elemento della loro cultura che ignoravano.

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E ora? Ora niente. O meglio, sappiamo dell’esistenza di un popolo che ignoravamo anche se ciò non cambierà la nostra vita, o la loro. Ma avremo dato il nostro piccolo contributo alla realizzazione di quanto Spier si prefisse con il suo lavoro: la ricerca delle relazioni tra gli esseri umani. E io ho una località in più da aggiungere alla lista delle destinazioni del cuore.

 

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Vita da bibliotecaria: leggere ad alta voce

Leggo ad alta voce, lo faccio già da un po’. Ho iniziato a farlo per i ragazzi disabili di un centro della mia città. Li chiamo ragazzi ma ragazzi non sono, una di loro che ora non c’è più, Pia, a sinistra nella foto, era più grande di me. Li chiamo disabili ma mi hanno dimostrato che hanno abilità. Certo…bisogna andarle a cercare. E le ho trovate facendo leva sul sentimento, più che sulla comprensione vera e proprio del testo. Abbiamo letto Sandokan ad esempio perché era possibile poi far vedere loro i DVD dello sceneggiato. Naturalmente le ragazze erano perdutamente conquistate dall’eroe, i ragazzi dalla Perla di Labuan. Ma alla fine qualcosa è cambiato, perché dalla lettura veniva fuori ripetutamente che Sandokan avrebbe lasciato a malincuore la sua vita di avventuriero per amore della Perla. Lo abbiamo fatto a pezzi insomma, abbiamo concluso che era un infamone.

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Abbiamo letto poi l’Odissea, e per concederci un po’ di divertimento Fantozzi che alla fine però ci stava venendo a noia. Ci siamo commossi per la Gabbianella e il gatto, forse troppo, ma era da poco mancata Pia che era la trascinatrice del gruppo. Le avevo promesso che avremmo letto La mafia spiegata ai ragazzi perché Pia era rimasta molto colpita dagli sceneggiati sulla vita del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa e di Falcone e Borsellino.

Dopo la sua morte c’è stata una lunga pausa e ora finalmente sono tornati. Mi sono mancati, mi sono mancati molto in questi mesi. L’ora dedicata alla lettura per loro è diventata per me irrinunciabile, è un’ora di assoluta serenità che mi riconcilia con il mio lavoro, fatto anche di tensioni e inevitabili amarezze. Sono felice che i loro educatori, Calogero e Marco, mi hanno abbiano coinvolto in questa iniziativa, e li ammiro per la loro dedizione nei confronti dei ragazzi. Non so quanto io possa essere utile a loro ma so quanto sono utili loro a me, spero colgano anche questo nel mio sguardo, gratitudine, e che questo sia per loro motivo di fiducia e serenità.

E poi da qualche tempo, leggo anche ai bambini della scuola dell’infanzia. Lo faccio per aiutare le Insegnanti nel compito di appassionarli alla lettura. E mi diverto un sacco. Faccio le voci, i suoni, i gesti, cerco insomma di rendere viva la storia. E i bambini mi ascoltano stregati. Non credo di avere particolari abilità, credo che sempre più i bambini vedano sparire intorno a loro nonne e nonni che si comportino come tali, che non sgambettino in palestra o partano per una crociera, qualcuno che li faccia addormentare raccontando una storia, o si addormenti accanto a loro mentre la legge. Poi stregati o no vengono fuori anche storie personali che con quella che si legge non hanno niente a che fare: le vacanze, i viaggi, i fratelli piccoli che rompono, le nazionalità diverse di cui i bambini non hanno percezione semmai è un “esotismo” di cui andare fieri.

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Per la prima classe che è venuta questa mattina ho scelto La bellezza del Re, di Henriette Bichonnier: in poche parole la storia di un re molto molto bello e molto vanitoso che non tollerava che nessuno fosse più bello di lui. I suoi sudditi impararono ad abbruttirsi per avere salva la vita. Ma un giorno due giovani trovano il coraggio di mostrarsi l’uno all’altro nella loro bellezza, si sposano, si amano e dal loro amore nasce una bambina…bellissima…che intenerisce il re e il suo regno torna ad essere bello e felice.

Morale della favola: la bellezza è soprattutto quella dentro di noi, nessuno sbaglia per sempre e le cose che ci accadono modificano anche i nostri comportamenti. Facile detto da un grande ma tutto questo lo ha detto uno dei bimbi, anni 7.

Ecco. Questi sono due esempi di cose che accadono nel mio lavoro: mettendo al primo posto il cuore, accettando di fare la nonna, anche solo per un po’.

 

 

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Gabriele è caduto dal ponte: piccolo spazio pubblicità

Avrei voluto scrivere un post sulle riviste di libri. Ma aperto il Corriere della Sera di oggi a pagina 20 ho cambiato idea. Perchè? Per indignazione. Indignazione a tutto tondo, come lettrice, bibliotecaria, madre, donna, italiana, ecc… ecc… A irritarmi, e non finirà qui perchè intendo scrivere a Sergio Romano e a Fabrizio Caccia, l’articolo dedicato alla morte di Gabriele, giovane studente di un Liceo della provincia di Catania, precipitato dal ponte di una nave mentre si trovava in “crociera letteraria”. La cronaca dell’evento, che verrà chiarita dall’autopsia sul corpo del ragazzo, viene intervallata dai commenti degli insegnanti, dei compagni (uno di loro ha scritto sulla bacheca fb che Gabriele “aveva fumato”, altri hanno raccontanto di grandi bevute, e non di Coca-Cola citando Vasco)  degli scrittori a bordo, di cui non si manca di citare le opere. I citati sono per la precisione Massimo Lugli, Roberto Riccardi, Lucilla Noviello,  Bruno Amatucci, noti alle cronache in quanto scrittori, appunto, di libri gialli,   e giornalisti. Domanda: hanno autorizzato la citazione dei loro libri? lo hanno fatto le case editrici? è una libera decisione dell’autore? siamo proprio sicuri sicuri che fosse utile alla cronaca, al capire il perchè o il per come…? e qui mi rivolgo a Lucilla Noviello, presentatrice della crociera letteraria, donna forse madre, non so, di cui viene citato Amanti, romanzo erotico: non c’è una morale e non c’è salvezza,  anche la tragedia si trasformerà in un libro giallo?

 

 

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LE DONNE DELL’ITALIA PIÙ BELLA

Belle, anche se imperfette 🙂

Avatar di omnimilanolibriOmnimilano Libri

cover_NdC_fiori_oleandro_webAlle minoranze imperfette, alle donne in lotta con il viso segnato dalla stanchezza di notti insonni o le mani un po’ ruvide, con una macchietta sul vestito, su un lato o con il trucco un po’ “spalmato” da una goccia di sudore, freddo. Alle minoranze imperfette che rendono bella l’Italia. Ecco a chi è dedicato il libro in cui Nando Dalla Chiesa, riproponendo pezzi già pubblicati per il Fatto Quotidiano, raccoglie i fiori che in tutto il paese sbocciano coraggiosi in tutta la loro genuina lotta, di volta in volta diversa, ottenendo un effetto globale “ad oleandro”.

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Credevo fosse vintage e invece….

…e invece è retrò…Delusa? beh…insomma…ci dormo la notte. A pensarci bene,  avendo la tendenza a stare alla larga dalle tendenze il fatto di avere capi, e quindi essere,  retrò forse mi lusinga: abbastanza vecchia da possedere cose ormai diventate quasi uniche ma non troppo per non fare “baule della nonna”, o “solaio da svuotare”. Che poi l’unicità, nel mio caso,  non deriva dal fatto di essere esclusivi, semmai da una certa mania a non buttar via niente. Cosa che per alcuni capi  feci al momento del trasloco, e ancora me ne pento….

Comunque l’idea di dedicare un post al vintage mi è venuta dalla lettura, non ancora terminata ma posso già dirvi che val di più dell’apparenza,  di Vintage Dream di Erica Stephens, pubblicato da Garzanti. In breve: Amanda, giovane proprietaria di una boutique di abiti vintage, trova in un vecchio manicotto un diario, appartenuto ad Olive, vissuta agli inizi del ‘900 a New York. Olive le insegnerà a lottare, come è destino di molte donne, per la propria indipendenza, per la conquista dell’amore e della felicità  La solita ennesima cavolata, direte voi. Beh, devo dire che l’ho pensato anch’io ma divagando, come è mio solito, ci ho trovato tanti spunti interessanti sulla New York di quegli anni, sui designers legati al mondo dell’arte, sulle rivendicazioni femminili e insomma molto altro.

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L’autrice, il cui vero nome è Stephanie Lehmann, non è un’ esordiente, come ci viene detto dall’editore italiano:questo è il suo quinto romanzo che nell’edizione originale americana  ( Astore Place Vintage) comprende alcune foto, 12 per l’esattezza, raccolte da Erica/Stephanie durante la sua ricerca, e una folta bibliografia che lo rendono anche saggio di costume, psicologico e storico…

E qui aprirei una polemica con Garzanti che “opziona” per noi italiane le soluzioni più banali, come ho già fatto per  https://eyesmindandhearthaboveall.wordpress.com/2013/08/26/il-dolore-degli-altri-perche-no/ .

E ora che son qui? spero di avervi indotto a leggerlo. Personalmente rifletto una volta di più sul perché non mi sono separata mai da alcuni abiti, o accessori. Molti hanno conservato nel tempo il ricordo di un’occasione, un sentimento, un luogo … non sempre felice ma comunque importante. Importante a prescindere, dal vintage o dal retrò…alcuni di quelli che ho comprato perché “vintage” non li ho mai indossati, alcuni li ho rimessi in circolo, consapevole che non sarei mai stata a mio agio nei panni di un’altra.

Ed ora una piccola selezione del mio vintage/retrò in mood newyorkese…

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Piumino da sera a “pipistrello” di Dolce & Gabbana, comprato per il capodanno newyorkese…ma davvero facevo queste cose?

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Bustier da sera di Christian Dior comprato al The Green Flea Market sulla Columbus…perchè? per l’etichetta? per i bottoni? ancora non so…

 

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Vicini di casa

La vita in condominio può essere serena, volendolo naturalmente. Capita se si è fortunati di non doverci lavorare, di essere parte di un condominio di persone gentili, sorridenti, disponibili, nella buona e nella cattiva sorte. Il vicino di casa insopportabile capita trasversalmente come dimostra questa lettera, indirizzata dall’amministratore del condominio in cui si trovava il suo studio, ad  Andy Wharol: studio frequentato da utilizzatori di anfetamine, superstar, persone inclini a pratiche sessuali estreme.

ImmagineQuesto è un caso limite ovviamente ma capita anche e sempre di più che quello che sembrava “un vicino tranquillo” si trasformi ad un certo punto in un efferato assassino. Per fortuna sono più frequenti, anche se non auspicabili, vicini che urlano, spostano mobili soprattutto la sera, ascoltano la tv a volume altissimo, ingombrano il pianerottolo con le loro scarpe….e via via così. Di fronte a ciò l’eventuale richiesta di aiuto viene preventivamente censurata, il diritto al reclamo  stroncato dall’insulto.

A volte, invece,  capita che proprio dal desiderio di migliorare la qualità della vita di chi vive “nei dintorni” , passando cioè dal condominio al quartiere, nascano reti di solidarietà, che diventano social: è capitato a Bologna, su iniziativa di Federico Bastiani, e a Milano li hanno seguiti. http://www.vicinidcasa.com/ Sono gli abitanti di via Maiocchi, che hanno aperto un gruppo su Facebook e in breve tempo il gruppo si è allargato, anche a chi non ha un profilo sui social network. Lo scopo: traformare in social anche la strada, mettendo a disposizione degli altri quel che si ha, quel che si sa fare, quel che si può scambiandosi competenze, favori, aiuto, ricette, indirizzi utili e tutto quanto può aiutare.

Una modalità nuova per ricreare il “senso di un  luogo” fatto di vicinanza, condivisione, continuità.  Per ritornare a pensare alla casa come un luogo sognato, accogliente, perchè casa non è solo dove sei nato ma sempre più dove sei cresciuto.

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