Rosh ha Shanah: Shanà tovà! / ראש השנה : עינת צרפתי

candele roshI prossimi giorni sono giorni di festa per gli amici ebrei. Si celebra lo Rosh ha Shanah, il capodanno ebraico. Lo si festeggia in autunno, perché indica l’inizio dell’anno agricolo, fondamentale nell’antica economia e concezione del tempo.

Ed è una festa molto intima, perché tradizionalmente è considerato anche il “Giorno del Giudizio” . Il giorno in cui Dio prende in esame le azioni dell’uomo e stabilisce il suo giudizio (che verrà poi fissato 10 giorni dopo in occasione di Yom Kippur). In questo lasso di tempo quindi si ha il tempo di rimediare ai propri errori abbandonando le trasgressioni e meritarsi il perdono di vita.

Sono molti i rituali legati a Rosh ha Shanah: dal camminare lungo un corso d’acqua dove gettare oggetti inutili, al suono dello Shofar, un corno di montone, che vuole risvegliare il popolo ebraico dal torpore e ricordargli che sta per avvicinarsi il giorno in cui verrà giudicato.

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Ma è il seder (la cena) di Rosh ha Shanah il momento più denso di significati. Prima di iniziare il pasto si santifica la festività recitando il kiddùsh su un bicchiere di vino o succo d’uva.

Subito dopo il kiddùsh si fa la netilàt yadaim, il lavaggio rituale delle mani per il pane. Quando tutti sono seduti a tavola si alzano due pani interi e si recita la benedizione di Hamotzì. La challà, il pane intrecciato del venerdì sera, che in quest’occasione prende forma rotonda, simbolo del ciclo della vita e della vita e dell’integrità dell’universo creato è coperto di semi, sia di sesamo o di papavero blu, simbolo di fertilità e prosperità. Sebbene il coltello sia presente a tavola, la Challah non si taglia, ma si spezza subito dopo la Benedizione, per distribuirla ai commensali che la intingono nel miele.

challaE’ uso mangiare cibi che simboleggiano dolcezza, benedizione ed abbondanza come simbolo del tipo di anno che desideriamo ricevere, ad esempio una fetta di mela intinta nel miele  o i fichi. Si porta in tavola il melograno per essere benedetti con tante mitzvot e perchè nel melograno sono contenuti 613 semi, tanti quanti sono i precetti che un buon ebreo deve seguire.

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Si pone in tavola una testa di pesce, che simboleggia il primato nell’osservanza delle regole.

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Se poi avete un amico come Yossi, il seder diventa molto di più di una cena. E’ uno spettacolo di colori, di art de la table,  un rituale lunghissimo per il quale è richiesta una pazienza rara tra i non ebrei.

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Pazienza che  preferisco chiamare rispetto, e quindi desiderio di capire e accogliere. Il solo che può portare frutti.

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E ora la ricetta per fare la Challah, come indicato da Elena Loewenthal in “Gli ebrei questi sconosciuti”

250 g di farina, 50 g di zucchero,  un uovo,  un cucchiaio di olio,  un pò di sale

1. Formare una “montagna” con la farina, il sale e lo zucchero; fare un “buco” in mezzo dove versare l’uovo.– 25 g di lievito di birra in cubetto fresco o una bustina di lievito liofilizzato.

2. Cominciare ad impastare e aggiungere a poco a poco il lievito fresco  diluito in acqua tiepida.

3. Impastare e aggiungere l’olio continuando ad impastare.

4. Si deve ottenere una palla di pane abbastanza omogenea.

5. Lasciare lievitare con un panno sopra per 2 a 3 ore.

6. Si possono fare diverse challoth sia con due o tre trecce.
8. Mischiare un rosso d’uovo con un pò di caffé e con un pennello da torta ricoprire le challoth in modo omogeneo.
9. Cuocere 20 minuti in forno a 160°C.

Shanà Tovà! Auguri! A tutti!

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Le donne eccellenti

barbara_pymBIGDici “donna eccellente” e subito pensi  : santa, scienziata, autrice, artista, e molto altro.  Mai penseresti a donne single, che consumano per lo più pasti deprimenti, che si innamorano di uomini egoisti o già impegnati, che frequentano piccole parrocchie e i loro eventi, mentre ragionano su “possibili” occasioni di felicità. E invece è proprio di loro che vi parlerò, o meglio di Barbara Pym e delle sue eroine.  Che non si sposano. Mai.

Perchè non sono le donne eccellenti a sposarsi, ma quelle come Allegra Gray, che non sapeva cucire, o come Helena Napier che lasciava i piatti da lavare.

donneeccexhb1Barbara che per decenni  fu ignorata dalla critica. Tanto  è vero che nel 1977  in un articolo pubblicato sul “Times Literary Supplement” due critici di fama – Lord David Cecil e Philip Larkin – la definirono “la scrittrice più sottovalutata del secolo“. Ignorata dall’intellighenzia e dai lettori sino a quando  un editore accettò la sfida e ripubblicò i suoi romanzi e da allora la sua fama crebbe costantemente.

Il mondo di cui si occupa è un mondo piccolo, ma osservato con arguzia. Un mondo modesto ma prezioso, fatto di persone delle cui  vite varebbe la pena di approfondire la conoscenza. Se li si osserva da vicino  i suoi personaggi sono ridicoli, bizzarri,

Svegliarmi a quell’ora mi aveva irritata. Allungai la mano verso il piccolo scaffale dove tenevo libri di cucina e di preghiere…La mia mano avrebbe potuto afferrare Religio Medici, ma, con mio sollievo, e gioia, afferrò un libro di cucina cinese e, di lì a poco, mi addormentai.

hanno sentimenti repressi ma intensi, il loro campo di azione limitato e la loro autostima inattacabile.

L’abito faceva tanto Lady Farmer che non me la sarei mai sentita, indossandolo, di soffocare così totalmente la mia già timida personalità.

Per questo è sempre stata amata da  ecclesiastici

Vivere in una parrocchia londinese riservava sempre qualche spunto di ecccitazione e di incertezza. Non si poteva mai sapere chi sarebbe entrato in chiesa la domenica seguente.

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Le donne prendono sempre toppo sul serio i loro innamoramenti. Poche, cioè solo quelle carine, sanno flirtare a cuor leggero. Le altre rimangono legate ad un piccolo incidente romantico a volte per anni. Hai presente Semper Fidelis?

e altri osservatori estromessi dalle conquiste urbane o dalle feroci  faide rurali.  E’ ovvio che a quelli che fronteggiano quotidianamente questioni vitali non ha nulla da dire ma i  Pymniani, e io sono tra quelli, 

Be’, lei non è ancora da infilare in uno scaffale, anche se è una bibliotecaria.

brindano al suo centesimo compleanno e alla ristampa di tutti i suoi libri.

E insieme alle amiche del “Masonshire” li raccomandano come consolatori nei giorni sgradevoli delle nostre esistenze. Taumaturgici, come le onnipresenti tazze di tè. 

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Tutti veg? Moderatamente.

Pare sia la tendenza. Cosi Paola Pollo su Il Corriere della Sera del 28 agosto.  E’ così nelle case, al ristorante, anche nelle mense scolastiche. In Germania, se i verdi andranno al governo, promettono di istituire – scritto tra i punti del programma – la “giornata vegetariana”. La Germania,  il paese europeo in cui si consuma più carne, è anche quello in cui il cibo bio è più diffuso: supermercati, ristoranti e anche una bibita gassata che diede del filo da torcere alla CocaCola. E’ una scelta duplice, che va nell’ottica della salute e delle politiche ambientali. Anche nelle mense milanesi il 1 ottobre, giornata mondiale della dieta vegetariana, verrà proposto un menù senza carne, pesce e uova. Ma c’è veg e veg: personalmente sì al vegetariano no al vegano. Con tutto il rispetto per la seconda categoria.

Il venerdì senza carne, inteso come precetto cristiano,  in casa mia lo si è rispettato sempre. Anche ora, con l’aggiunta di qualche altro giorno in settimana perché la carne rossa, ad esempio, io la evito totalmente ma il resto della famiglia ne è ghiotta.  Ma è anche consapevole dei danni e dei rischi per la salute, e accetta di barattarla con altro. Con moderazione, appunto.

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Perché in fondo il segreto è tutto qui.  E poi diciamocelo, viviamo in un paese in cui grazie a Dio, le eccellenze alimentari sono diffuse. Perché dovremmo privarcene? Io ad esempio alla ricotta fatta con il latte delle caprette di  Benedetta e Simone  non vorrei rinunciare, così come alla mozzarella di bufala sulla pizza, alla focaccia al formaggio, ai gamberoni , al Cappon magro, alla bottarga,  e via così…Tanto faccio che alla fine escludo la carne. L’ultima chianina la mangiai anni e anni fa e fu straziante quando per certificarne la qualità il ristoratore insieme al conto ci presentò la carta d’identità della mucca di provenienza, con tanto di foto come in un regolare documento. E non dimenticherò mai la baita e lo svizzero che cercava di rendere allettante a me bambina “un bel piattone di polenta e Bambi”. food-rules-page-14Per concludere. In un mondo in cui si è perso il buon senso, bisogna ripristinare delle regole. Poche, ma che vengano ben comprese e assimilate, le stesse che ci hanno trasmesso i nostri nonni con la loro saggezza. Alcune riadattate ai tempi che stiamo vivendo. Altre inventate la per là ma non senza un fondamento. Come ci propone, con le simpatiche illustrazioni di Maira Kalman, Michael Pollan nel delizioso Food Rules.

http://michaelpollan.com/

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Concludendo lui stesso “tutto con moderazione”. Con un’aggiunta.  Attribuita ad Oscar Wilde.  “Anche la moderazione”.

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Il ritorno del giaguaro

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E’ universalmente risaputo che la città è una giungla. Che torna a rianimarsi alla fine dell’estate. Sarà per questo che la moda autunno e inverno ripropone lo stile maculato. Leopardo, ghepardo o giaguaro? Fatico a capire le differenze. Per certo so che a qualcuno la smacchiatura del giaguaro non è riuscita. E che il giaguaro si è smacchiato con le sue mani. O zampe.

Confesso che non sono mai impazzita per il genere. Il maculato, intendo. Solo Jackie Kennedy non lo trasformò in trash.

Jackie Kennedy arriva a Roma, 11 marzo 1962

Jackie Kennedy arriva a Roma, 11 marzo 1962

Sono una “minimal addicted” con un discreto senso dell’ironia. Che metto negli accessori. Per lo più scarpe. E faccio male perché sono proprio loro a tradirmi. Quasi sempre.

Due inverni fa ho comprato un paio di Car Shoe maculate. Di cavallino e vernice. Mi andavano bene, anzi benissimo, in negozio. Ma da quella volta mi fanno  un male del diavolo. Si direbbe che il potenziale “graffiante” si riversi sui miei piedi.

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Cosa faccio? Ci riprovo con un paio di “slippers”, anticamera del rinunciare alle serate mondane?  Oppure mi “smacchio”?

Pretty Ballerinas

Pretty Ballerinas

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Il dolore degli altri. Perchè no?

ImmagineHo scritto a Oliviero. Oliviero Ponte di Pino intendo. Gli ho scritto che “Come un petalo bianco d’estate” (come l’ha intitolato Garzanti) avrebbe meritato il titolo originale “Il dolore degli altri”. Che vorrei che mi spiegasse il senso di quella frase che non vuole dire niente. Che se scegli la qualità devi avere il coraggio di farlo sino in fondo. Perché “The Grief of Others” di Leah Hager Cohen, è un libro davvero molto bello.

In testa alle classifiche di : The New York Times, The Washington Post, The San Francisco Chronicle, finalista per il Dayton Literary Peace Prize, vincitore del Elle Readers Prize. Acclamato dalla critica, premiato dall’associazione dei librai indipendenti americani, recensito anche dalla mitica Oprah Winfrey, merita davvero più di quell’insulso titolo e dell’immagine di copertina.  Sei personaggi complessi e feriti: feriti dall’imprevedibilità del destino, dai rapporti tra loro, dal matrimonio o dalla scuola. Sapranno rimettere insieme i cocci delle loro esistenze? Leah riconduce il tutto alla nostra capacità, e anche al nostro bisogno, di amare anche senza una ragione. Lo fa alternando luce e buio, felicità e dolore.

I suoi personaggi non indugiano nell’autocommiserazione. Leah ha fiducia nella loro capacità di risollevarsi. In una cultura che insiste sul diritto di perseguire la felicità trasformando quindi la felicità in un dovere è ovvio che problemi e preoccupazioni diventino qualcosa per cui provare vergogna ma Leah individua nella colpa e nella vergogna il mezzo per ritrovare la speranza.

E’ bravissima con le parole, con le metafore e le immagini. Le frasi sono taglienti e delicate, dure e cremose. Ogni frase gioiosa è significativa e suggestiva.

Anche la scelta della copertina originale è decisamente più pertinente. In qualche modo anche più accattivante, se dal guardare “nelle case degli altri” ricavi utili riflessioni per “guardare dentro casa tua”. 

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E anche più realistica perché nella società contemporanea, in cui i mezzi di informazione hanno un ruolo sempre più centrale, il dolore degli altri è uno spettacolo all’ordine del giorno. Ma si sa, “che il dolore degli altri è dolore a metà”. (cit. Fabrizio De Andrè)

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Il pastore distratto. La pecorella smarrita. Ma per fortuna c’è Niculìn.

Leggetelo. Se avete figli adolescenti. O che lo diventeranno. E perchè siete stati figli. E se non avete figli ma siete comunque zie. O avete un’amica con figli che ha bisogno di un diverso punto di vista. Comunque leggetelo.
E’ la storia di Fil, di un padre superimpegnato e di una madre banalmente distratta. E di una zia, single, che lo insegue e nell’inseguire lui ritrova se stessa. E’ la storia di tanti, che cercano la propria strada.  Che interrompe quella familiare. Ma non per questo è un tradimento. La prosegue, in fondo, ma in un’altra direzione. A volte ostinata e contraria, ma spesso giusta. Se solo noi genitori ci lasciassimo sorprendere.

“Dovreste essere curiosi, voi genitori, molto curiosi dei vostri figli. Morire dalla curiosità di vedere come diavolo andrà a finire. Invece siete sempre così scontenti, così incontentabili. Sembra che conosciate già tutto. Non vi lasciate sorprendere. Peccato. Vi private di una grande felicità».

Non è facile e non sempre finisce bene. Si tratta di riconoscere nell’altro, nel figlio, quell’originalità che è propria di ogni essere umano. Che spesso anche noi abbiamo impiegato anni a riconoscere ed amare in noi stessi.

“ qualcuno ha la vita che vorrebbe?”

Si direbbe il libro perfetto per questi tempi, dopo che Monti parlò di “generazione perduta”.  Qualche difettuccio di punti di vista ce l’ha, diciamocelo. Fil è comunque un Bocconiano, che non è proprio l’università per tutti. E neppure i Master a Stanford. Diciamo però che il principio di fondo lo si può applicare a qualunque classe sociale.  Qualcuno l’ha definito “surreale”.  La barca nel bosco era surreale Questo è possibile.  Come sappiamo, la realtà supera spesso la fantasia. Di ragazzi che hanno fatto scelte di questo genere ne ho conosciuti. Ne conosco. Alle spalle hanno comunque famiglie disposte a mettersi in gioco, o in discussione. Per altri, per lo più persone comuni, la strada è paradossalmente più sicura.

Non ho conosciuto invece, ma mi piacerebbe, Andrea Maffeo : figlio di un chirurgo e di un’insegnante,  che  ha scelto di fare il pastore su e giù per il Biellese, insieme al vecchio Niculìn, il pastore che gli ha insegnato il mestiere e quando è stato pronto gli ha donato una pecora, gravida. Ha detto addio alla sua adolescenza, agli amici e ai loro rituali per vivere all’aria aperta e a contatto con gli animali, per cercare, isolandosi,  di capire l’esistenza e crescere.

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E mi piacerebbe parlare con i suoi genitori, farmi raccontare come hanno vissuto la sua scelta, se hanno avuto paura, se l’ansia ha mai avuto il sopravvento. Se hanno urlato, litigato, sbattuto porte. Se hanno pianto e alla fine sorriso. La sua storia l’hanno raccontata Matteo Cecconello, Claudio Pidello e Andrea Taglier nel film-documentario “Sentire l’aria”, ma non è solo un film. E’ anche un libro, edito da Prospettiva Nevskij. Si tratta di un viaggio attraverso le immagini, nel segreto che lega il ragazzo alla solitudine dei pascoli, alla ricerca di una nuova identità e di una possibile economia basata sui prodotti del territorio.

Dalle lane delle pecore biellesi di Andrea, con una produzione variabile a seconda della quantità disponibile a ogni tosa, nasce Crush Gacc.

Crusch Gacc nel gergo dei pastori biellesi sta ad indicare il vero pastore il “raminger” colui che dorme sempre all’aperto anche d’inverno così come si conviene ad un buon pastore. E’ “gacc”, cioè valente, vero, giusto.

Realizza articoli per la casa (plaid, runner, copritavola, tende) tessuti in modo completamente artigianale utilizzando telai risalenti ai primi del Novecento.

Non so nulla di te, come Sentire l’aria,  è anche un libro sul tempo, il tempo che richiedono l’ascolto e il cambiamento. Che è un tempo lento, lungo. Quindi bisogna muoversi. Prima che sia troppo tardi.

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مبيعات реализация. Saldi. E come vivere felici.

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Pomeriggio all’outlet dove non ci sono più le mezze stagioni. I saldi estivi, molto estivi, si mescolano agli arrivi invernali, molto invernali, metafora delle uniche big spenders: Arabe e Russe.

Saldarini

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Burberry

Le prime, molto velate, accumulano borse su borse mentre i pingui mariti si accasciano sulle soleggiate panchine circondati da molti bambini, le seconde dalle seminude e lunghe gambe di stampo sovietico se li trascinano dietro come portaborse. Dimenticavo le asiatiche ma tranne le cinesi da sempre hanno comprato ciò che noi abbiamo solo sognato.

Prada

E le italiane? Sono per lo più sparite, come le mezze stagioni appunto. Le poche rimaste si aggirano senza un perchè, a volte in piccoli gruppi, alcune accompagnate da anziane madri sottoposte a crudeli botte di freddocaldo freddocaldo. Sono immediatamente riconoscibili. E subiscono lo sberleffo. Vengono accolte con un sorridente “buongiorno signora, curiosi pure”, e liquidate con un altrettanto sorridente e ossequioso ” grazie di essere venuta a farci visita”.  Nei negozi dei marchi più costosi anche il gusto ha ceduto alla seduzione del portafoglio arabo-sovietico. Tutto molto orpelloso, esibizionista. Troppo faticoso per le mie giornate. E poi, diciamocelo, stancante anche alla vista.

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Dolce & Gabbana

Con l’amica elaboriamo semplici ma efficaci teorie economiche che preferisco omettere. Dirò soltanto che vanno dall’esproprio proletario alla vendetta consumistica da esercitare sul conto dell’ignaro benefattore, con un’evidente anche se non esercitata tendenza alla malavita medioleggera. Devo dire che in quest’ultima occasione abbiamo fatto sul serio. Ragionando sul passato e sui possibili sviluppi ci siamo dette che in fondo per anni abbiamo continuato a comprare, ad ammassare beni, siamo cresciuti costantemente sino a pochi anni fa. Dove pensavamo di arrivare non si sa. E’ ovvio che abbiamo bruciato la strada alle nuove generazioni. Come potrebbero crescere più di così? Quindi ora è normale smettere di correre, fermarsi un pò, aspettare gli altri che, partiti dopo, hanno ancora qualche chilometro da percorrere.  E cercare di non farne una tragedia, per evitare che la sosta si trasformi in una rissa. Conclusione: la decrescita felice ci pare il modo più dignitoso per uscire di scena. Quindi? Compro o non compro: compro. Ma un paio di Kickers nel negozio per bambini. Euro 19,90. Ultimo paio : che fortuna avere il piedone! A casa, mentre le tolgo dalla scatola, mi cade l’occhio sui pallini verde e rosso che servono a riconoscere la destra dalla sinistra. Mi viene da sorridere. Mi ricordo di me bambina. Sarà  anche così che si decresce?

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Postferragosto: di Julia Child e delle rondini

C’è sempre una calma inquietante il pomeriggio prima del ferragosto. E’ come se allo scoccare del mezzogiorno le persone fossero tutte sparite. I più fortunati sono già in vacanza, i meno stanno partendo per una breve fuga, gli altri si chiudono in casa. Come me. E per lo più cucinano. Come ho fatto io.

Ho messo in cantiere tutte le ricette più “calorose”, illusa dall’acquazzone che solo oggi ha rinfrescato la nostra estate. Quando mangeremo tutto quel ben di Dio non so. Cesare è sugli Urali, Federico è poco a casa e quando c’è perlopiù dorme. Io da tempo mangio come una cinese, o come un frate, dopo il finesettimana a Badia.  E quando cucino tanto è come se assorbissi tutti i gusti e gli aromi e mi sazio così.

E parlo con facebook. Dove per lo più, ci si scambiano i rispettvi menù per la giornata. Comunque, pur detestando il troppo parlar di cibo, posso dire che è stato il sottofondo di questi due ultimi giorni. In casa e fuori.  Argomento di chiacchere con amiche e persone appena conosciute.

Ciò che adoro nella preparazione del cibo è il senso di accudimento e la creatività. E la qualità degli ingredienti che parlano di scelte consapevoli, impegno e costanza, e anche questo sì, amore. E la cucina ha su di me un effetto terapeutico. Impastare il pane ad esempio, per me, ha molto a che fare con l’umore. Devo sentirmi ispirata, prendendomi un pò in giro “sentire il fluido” che da me passa nell’impasto.

Comunque, ho trovato curioso che Julia Child, che alla cucina si dedicò con passione e originalità, sia nata il 15 agosto  del 1912 e morta il 13 agosto del 2004. E nel centenario della sua nascita, lo scorso anno, la Schwartz & Wade ha pubblicato Bon Appétit! scritto e illustrato da Jessie Hartland, una biografiadella famosa cuoca, autrice e personaggio televisivo:  dalla sua infanzia a Pasadena, in California, spia nella seconda guerra mondiale, e i corsi di cucina che tenne a Parigi sino alla  alla pubblicazione del Padroneggiare l’arte della cucina francese.

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ImmagineImmagineTra le splendide illustrazioni si trovano illustrati i trucchi culinari della Child e il contenuto delle sue ricette:

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Alla fine della storia, come alla fine della sua vita, la Child viene fuor non solo come una cuoca sapiente, ma anche come un’abile imprenditrice, una donna umile dall’animo inquieto e creativo.

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Ecco. Tributo finito.

Anche il ferragosto. Come cita  il proverbio “Per San Rocco (16 agosto) la rondine fa fagotto”, a conferma di quando detto prima e cioè che dal giorno dopo Ferragosto si può dire che l’estate (quella dell’afa) sia finita.

O come dice Cesare, in ambito casalingo “E’ già quasi Natale!”

 

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Sa meri e’ domu: le donne sarde. Ma anche gli uomini

Siamo arrivati ad Orgosolo una domenica pomeriggio, sotto un sole spaccante. E abbiamo trovato quello che ci aspettavamo, con qualche sorpresa.

Il primo murales proprio davanti al parcheggio. sardegna 465-1

Le prime persone un gruppetto di uomini anziani, che mi è venuto spontaneo salutare  come entrassimo in uno spazio privato. Seduti su un muretto, pantaloni e maglie scuri, e la tradizionale coppola, Hanno gentilmente risposto e anche un po’ sorriso. Ma l’impressione di aver oltrepassato una soglia me la sono portata dentro per tutta la visita al paese.

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Gruppetti di uomini si ripetono ad ogni panchina, ad ogni bar, ad ogni muretto. Tutti con la stessa divisa, tutti con le stesse caratteristiche fisiche. D’istinto ti viene da pensare alle fatiche che devono aver fatto durante la loro esistenza, fin da bambini, perché la terra di Sardegna è bellissima ma anche faticosa. Tranne alcuni, per lo più non chiacchierano tra di loro: si limitano a guardare il muro di fronte, o il paesaggio, o ti seguono con gli occhi mentre passi. Le braccia abbandonate come non avessero neppure più forza. Ragiono sulla longevità della vita in Sardegna e ne deduco che di lavoro, almeno qui, non si muore. E comunque hanno respirato aria pulita, si sono nutriti di cibi sani perché sane sono le terre che hanno coltivato e sani gli animali che ci hanno pascolato. Mi domando quanti di loro sappiano leggere, o scrivere. Magari tutti. Che ne sappiamo noi della Sardegna? In fondo troppo poco.

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Tranne due, le donne le abbiamo incontrate sui murales, per lo più ritratte nelle loro occupazioni domestiche. Madre, sorella, figlia e moglie. Una figura di enorme importanza in una società in cui, a causa delle assenze dell’uomo per la cura dei pascoli, la donna si era specializza nell’andamento di tutto ciò che ruota intorno alla casa e alla famiglia. Quindi all’interno e all’esterno.  La sola di cui l’uomo si fidava e che così diventava “Sa meri de’omu”.

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Oliena, Maria Palimodde

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Dicevo due. Una è comparsa all’improvviso, veloce nel percorrere un breve tragitto su una strada bianca e con una luce accecante, quasi un fantasma nero: la testa bassa, il gonnellone nero che ondeggiava ad ogni passo… Ora che gli uomini sono tornati a casa, definitivamente, lo spazio esterno ritorna di loro proprietà. Alle donne anziane non rimangono che pochi passi veloci, furtivi.

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L’altra gestisce un piccolo negozio a metà tra la merceria e il negozio di souvenir. Un negozio povero, messo su con quattro scaffali in croce. Decido di entrare.  Negli scaffali le coppole ad uso turistico, sul bancone in bella vista quelle ad uso locale: Antico Berrettificio Demurtas per essere precisi. Ne voglio comprare una a Federico e una a Cesare a cui chiedo di entrare. La signora gli insegna ad indossarla e ce le fascia in carta di giornale.

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La musica che si diffonde nel locale rende il tutto surreale. Una compilation delle migliori canzoni degli anni ’60 e ’70. L’ha preparata il figlio della signora. Sono nostalgica – dice –   e intanto nel mio  negozio i giovani non entrano. Appunto. Non siamo giovani e a noi piace.

Su tutte Canzone di Don Backy che avevo completamente rimosso.

Nel più bel sogno, ci sei solamente tu sei come un’ombra che non tornerà mai più tristi sono le rondini nel cielo mentre vanno verso il mare é la fine di un amore.

Chissà se la signora avrà mai visto il film di Lizzani Barbagia . Don Backy in questo film canta Ballata per un balente. Su balente è l’uomo che vale, che sa farsi valere e vale anche se, intendiamoci, la fortuna non gli arride, anche se la sua balentìa non risulterà all’atto pratico coronata da un adeguato successo. L’importante non è vivere o morire, ma vivere e morire da uomo. […]

Il film racconta della vita di Giuliano Mesina che è ritornato in carcere proprio poco tempo fa.

Il cerchio si chiude e tutto ruota intorno al passato. Che ad Orgosolo sembra ancora presente. E se , come dicono i dati sull’occupazione, in Sardegna sono molti i giovani che tornano ad occuparsi del lavoro dei campi e della pastorizia, allora sarà anche il futuro. Le bellese Barbaricine torneranno ad essere “Sa meri e’domu”.

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A meno che non decidano di emigrare, e allora Canzone avrà anche per loro un suo perché.

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Snob books

Metti che sono una lettrice vorace, che non sono schiava di certi editori, che raramente leggo i libri di successo, che adoro le piccole case editrici, che in fatto di libri sono quindi molto “choosy”. Unisci la passione per la letteratura inglese e i tessuti e ne viene fuori la Persephone Books, casa editrice based in Londra.

Facade at Persephone BooksRistampa per lo più libri “neglected” , scritti da donne a partire dalla metà del ‘900. Sono libri intelligenti e provocatori. La loro peculiarità riguardo ai contenuti è  che non sono troppo colti ma neppure commerciali e affrontano nonostante tutto tematiche senza tempo. Il loro femminismo è più soft, più domestico, la vita familiare non viene disprezzata e pongono l’accento sulle sfide che la casalinghitudine pone e e l’incertezza di quanto la circonda.

Il nome Persephone è stato scelto perché, tra l’altro, sta ad indicare la creatività femminile, e il logo ispirato ad un dipinto su un vaso greco rappresenta una donna che legge e un ‘oca, simbolo della vita domestica.

persephone-bookAnche la grafica è accattivante. Hanno una copertina grigia perla, etichetta per il titolo color crema, risguardi e segnalibro in tessuto. Sono stati pensare per piacere e all’esterno paiono tutti uguali. Si differenziano per i contenuti ovviamente (romanzi, biografie, viaggi, cucina…) ma  anche per i risguardi. I tessuti fanno parte della nostra vita quotidiana, sia che si utilizzino per l’arredamento sia per l’abbigliamento e per ogni libro vengono scelti in base al periodo e all’ambiente in cui la storia ha luogo.

62-How-to-Run-Your-Home-Without-Help-web-162x162Per How to Run Your Home Without Help (1949) , ad esempio, è stato scelto ‘Riverside’, un tessuto per abbigliamento del 1946 stampato dalla  Calico Printers’ Association che introdusse in Inghilterra la “cotonina” indiana.

71-Shuttle-web-162x162‘Tulip Tree’, un cotone stampato a rullo diesgnato da  Lewis F, Day per Turnbull and Stockdale nel 1903, è stato scelto in abbinamento a The Shuttle (1907)  di  Frances Hodgdon Burnett.

472119_348950741821915_1731681978_o2 volte l’anno pubblica un bollettino, il  Persephone Biannually, che viene inviato gratuitamente a chi ne fa richiesta.

Bi-annually-3La fondatrice, Nicola Beauman, è una signora bassotta, con la faccia da ragazza e mai avrebbe immaginato che i suoi libri sarebbero diventati oggetto di culto.

nicola beaumanCiò che li accomuna, sostiene, oltre al fatto di essere scritti per lo più da donne, è di trasmettere “una certa idea di casa” e mentre i grandi editori sperano di non soccombere lei sopravvive perchè ha saputo creare una serie di relazioni tra i lettori facendoli sentire parte di un club. I suoi libri sono certo disponibili su Amazon e nelle librerie ma i suoi lettori amano comprarli direttamente dalla Casa editrice che invia 25,000 copie del bollettino ogni anno, organizza tea e letture.

Sabato 27 luglio ad esempio ci sarà un’escursione alla Towner Art Gallery di Eastbourne durante la quale sarà possibile visitare la mostra di litografie del “gigante del catering “J. Lyons & Co.”,

Edward-Bawden-The-Dolls-at-Home-©-The-Estate-of-Edward-Bawden_small-300x221si prenderà il tea alle 16, si assisterà alla conferenza di Neville Lyons

teashop2 e ci si rilasserà sulla spiaggia mangiando un gelato.

I libri che Nicola pubblica piacciono a lei, riflettono il suo gusto, il suo soltanto.  Ma alla fine piacciono a molti. Non voler piacere a tutti costi è da sempre la miglior ricetta per il successo. Quello vero.

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