Vita da bibliotecaria: il lunedì mattina

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Librarian, coffee and silence – Louis du Mont, digital artist

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I miei fratelli erano marinai

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Si può amare una casa a tal punto da farla diventare il centro della propria esistenza? L’unità di misura con cui valutare i propri sentimenti, i desideri, le ambizioni? la propria capacità o il bisogno di convivere solo con sè stessi e senza rimpianti? E’ ancora possibile oggi? o è sempre più necessario? Ci racconta quello che significa per lei Mavi Pendibene in questo piccolo librino,  simile a quelli che l’hanno preceduto se non che la profondità dell’Autrice ogni volta ci svela piccoli e profondi dettagli di un’esistenza fatta solo in apparenza di piccole cose.

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Un piccolo diario di bordo che di bordo non è. Il diario di chi, lasciato il viaggio agli anni della giovinezza, radica la propria esistenza e la fa coincidere con quella di una vecchia casa di campagna.

Come nel caso dei naviganti la vita di Mavi, l’Autrice, si nutre di solitudine, libertà e amore per la vita. Vita fatta di luci ed ombre, come quelle che scandiscono le giornate nella casa. Luci che esaltono angoli, come quello dedicato alla scrittura, quelli legati ai ricordi dell’infanzia del figlio. Ombre che occultano, anche le sofferenze e le paure.

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ImmagineA farle compagnia durante le lunghe passeggiate nel bosco o lungo il fiume il cane,  durante le lunghe giornate dedicate alla lettura i libri di Emily e Virginia, le sue scrittrici preferite. Pur nell’assenza di viaggio, il viaggio è il filo conduttore di questo piccolo libro: il ritorno al passato,  l’altrove rappresentato da questa vecchia casa e la vita che comporta che riconduce alle cose essenziali, alla semplicità. Non mancano sconosciuti invadenti di fronte a cui non ci si dà la pena di celare se stessi, anche una corsa a rotta di collo giù dalla collina, metafora dell’alleggerimento del bagaglio nell’ultimo tratto di strada a cui siamo destinati.

E un desiderio: lascerò questa casa non per mia volontà ma per sopraggiunti limiti di sopravvivenza. Mi auguro succeda in una notte d’inverno mentre la neve cade silenziosa sul tetto e copre i suoni e i rumori. Sarà più facile passare dalla mia bella stanza rossa ad un altrove sconosciuto mentre l’ultimo sguardo coglierà il turbinare fine della neve contro il vetro gelato. Sono stata felice, una donna fortunata e felice. Ho amato vivere qui, seguire le stagioni, addormentarmi con l’ultimo sole sul castello e svegliarmi col canto prepotente del gallo. Ho messo radici forti e profonde come quelle del glicine che ha rotto il muretto e aperto il pavimento della stalla. Ho pensato che non sarei più partita nel momento esatto in cui vi sono entrata, e che non avrei potuto più vivere in nessun altro posto. È stato un sortilegio, una magia, un incanto incredibile. Vorrei che qualcuno l’amasse ancora, dopo di me, come l’ho amata io.

Mavi Pendibene, ex insegnante, è una bella e ancor giovane signora. Vive in vecchia casa di campagna sottostante il castello dell’Innominato reso celebre dallo sceneggiato televisivo I Promessi Sposi con la regia di Sandro Bolchi. I suoi libri in ordine cronologico sono: Un po’ di sale nell’acqua tiepida del 2006; Ti sia dolce l’autunno, del 2008, dedicato a Mario Rigoni Stern a cui deve il titolo; Frittelle di mele a mezzanotte del 2010, che racconta il primo anno nella casa; infine Complice l’estate, del 2011, l’unico con dialoghi e racconta un’estate passata con il nipote. Tutti i suoi libri sono pubblicati da Accademia Urbense, Ovada.

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Castello di Casaleggio Boiro

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Il libraio di Belfast

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Premetto che vorrei andare a Belfast che amo senza conoscerla, come amo tutte le città che portano cicatrici e che diventano le mie. Premetto che credo nel potere salvifico dei libri, e che esistono più libri per ciascuno di noi, e libri che di noi hanno bisogno. E che il mio sogno è da  sempre quello di avere una libreria. Ne consegue che la storia del “libraio di Belfast” mi ha catturato. John Clancy, il libraio, è morto il 17 gennaio di quest’anno, privando così Belfast di uno dei suoi personaggi più amati. Dopo aver chiuso il suo negozio di libri usati ha continuato a raccoglierne e a donarne, fedele al suo motto ” ciò che circola con un libro torna in circolo”.

Alessandra Celesia ne ha raccontanto la storia in un documentario ” The Bookseller of Belfast”, pluripremiato in vari festival. E il film non è solo la storia del libraio ma anche la storia della città, dei suoi abitanti, molti di loro ancora “sognatori”,  pur essendo vissuti in mezzo alle bombe e agli attentati:  rapper, punk, amanti dell’opera e infine lui. Vittima dell’alcool dopo che un incendio distrusse la sua libreria, seppe rinascere attraverso i libri che amava, e che restaurava come si curano le ferite. Svolse il suo lavoro come si svolge una missione, nella sua casa ammassava lettere di ringraziamento provenienti da tutto il mondo, da chi aveva aiutato a risollevarsi consigliando e regalando libri. Trovò il tempo per iniziare un suo giovane vicino al piacere della lettura, aprì la sua casa alle persone ferite, ferite come lui nel cuore: durante lunghe notti riempite dal fumo delle sigarette, provò a ricongiungere le persone ai loro sogni. Persone che avevano un sogno comune: lasciare Belfast. Persone che grazie a John forse hanno trovato ragioni per rimanere. Mentre io, ora che John non c’è più, ne ho una in meno per andarci.

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“Generazione borsetta”

Ci sono gli “sdraiati” e i “nativi digitali” nel genere maschile https://eyesmindandhearthaboveall.wordpress.com/2013/11/13/mutazioni/.  E c’è la “generazione borsetta” per quello femminile.

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Da dove sia partita questa moda non so, a me ricorda con un certo orrore “le olgettine”: ragazze provviste di spalle atte a sostenere seni rifatti ma non borse a tracolla. La borsa a mano un tempo era prerogativa della signora chic che sapeva apprezzarne la fattura e l’esclusività, e la indossava con signorile non chalance. Ora è diventata un must per quasi tutte, soprattutto se è di marca molto nota e quindi molto costosa. Viene ostentata e anticipa l’arrivo della proprietaria. Che portandola ha sviluppato  bicipiti ben torniti e  ha poco,  se non nulla,  da fare. E non importa se è scomodissima. Per averla è disposta a tutto, come ci insegnano le cronache.

Ma dal sognarla all’averla il passo è tutt’altro che breve, appunto. In molte della  mia età, per le ragioni più disparate, ci hanno rinunciato: prezzi immorali, giornate confuse e scomode, dolori agli avambracci e molto altro. Anche per fortuna la consapevolezza di non essere la borsa che si porta. Blue Jasmine insegna… https://eyesmindandhearthaboveall.wordpress.com/2013/12/10/balocchi-profumi-e-le-lacrime-di-jasmine/

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Far di baldoria un’arte. Imparare si può.

Ci hanno insegnato che organizzare una cena, una festa, scegliere gli ospiti, apparecchiare la tavola è un’arte con cui suscitare emozioni e trasmettere serenità. Lo condivido, tant’è vero che ho seguito e continuerò a seguire i consigli di Caterina, sapientemente illustrati in Madame est Servie, un agile manuale da consultare in caso di dubbio o se si è in cerca di ispirazione: https://eyesmindandhearthaboveall.wordpress.com/2013/04/22/la-buona-educazione/

Lo tengo sul tavolo accanto ai divani, tra la cucina e la sala da pranzo, ad un’equa distanza da entrambe quasi a voler dire “è così, ma anche no”. Nel senso che non sempre l’arte della tavola è gradita, a volte intimidisce. E allora è “l’arte dell’improvvisazione” che va imparata, arte perché non ha nulla d’improvvisato, ma mette a proprio agio gli ospiti più refrattari al Bon Ton.

www.inmondadori.itTutto questo è ben descritto nel capitolo Baldorie di Il libro dell’inverno di Tove Jansson, pubblicato da Iperborea.

E’ diventato molto più difficile dare feste da quando mi è arrivato un fratello, ma papà e mamma fanno comunque del loro meglio per organizzarle. La mamma ci sa fare con le feste. Non mette mai tutto in tavola e non invita mai la gente. Sa che l’unica cosa che fa davvero atmosfera è l’improvvisazione. E’ una bella parola, improvvisazione. Papà deve uscire e andare a cercare conoscenti. Certe volte non si trova nessuno. Ma spesso sì… Poi si dice adesso guardiamo un po’ che cosa può esserci nella dispensa. E si va zitti zitti a vedere e c’è un sacco di roba! Ci sono salsicce, di quelle costose, e bottiglie e filoni di pane e burro e formaggio e perfino acqua di seltz e si porta tutto di là e si fa una cena improvvisata. La mamma ha sempre tutto pronto.

Ecco cosa dice la piccola narratrice a proposito della tavola:

La cosa più bella è la tavola. Ogni tanto mi alzo a guardare la tavola al di là della balaustra e strizzo gli occhi così che si forma tutto un luccichio di bicchieri e di candele e di quanto c’è intorno e si crea un insieme come un quadro. E’ importante l’insieme. Certi dipingono solo gli oggetti e dimenticano l’insieme.

Questo paragrafo mi ha fatto ricordare un’opera di Daniel Spoerri, vista qualche tempo fa in una vetrina della Galleria Guidi, in vico Falamonica a Genova. DSCN7140Daniel Spoerri è un personaggio eclettico: fu ballerino, ristoratore, fondatore della Eat Art (vedi la Eat Art Gallery di Düsseldorf e i suoi numerosi banchetti). Deve la sua fama di artista soprattutto ai cosiddetti “Quadri-trappola” (“Fallenbildern“, realizzati a partire dagli anni ’60), in cui letteralmente incolla gli oggetti, gli avanzi delle cene alla tavola: i quadri, da orizzontali, diventano verticali. Alcuni, è innegabile, nonostante comprendano piatti sporchi, tovaglioli accartocciati, cicche di sigarette, hanno una loro bellezza.

Spoerri-Assemblage-1992-SevCome è bello il brano in cui nel libro viene raccontata la fine della baldoria, il ritorno alla normalità:

L’importante è che il passaggio al nuovo giorno avvenga nel modo più graduale e amichevole possibile. Le cose appaiono diverse alla luce del sole, e se la differenza è troppo violenta può rovinare tutto. Si deve potersi aggirare in tutta calma e tranquillità, vedere come va e chiedersi di cosa si ha realmente voglia. Si ha sempre voglia di qualcosa, il giorno dopo, ma non si sa mai esattamente di cosa.

Mentre finisco il capitolo, mi faccio un rimprovero. Mi rimprovero di aver trascurato questo libro, acquistato durante l’inverno e letto solo ora, mentre la primavera sta arrivando. E’ un libro fatto di piccole meraviglie, di poesia. Che ci insegna a percepire la nostra vita come  un atelier da cui possono venir  fuori oggetti d’arte. Anche dalle piccole cose quotidiane.

Per saperne di più su Caterina: http://www.caterinarevigliosonnino.com/#/Slideshow

Per saperne di più su Tove Jansson: http://iperborea.com/autore/4439/

http://www.tovejansson.com/index.html

Per saperne di più su Daniel Spoerri: http://www.danielspoerri.org/web_daniel/sprachwahl.htm

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Le voci di dentro

Mi piacciono le giornate in cui  mi accadono cose che sebbene sembrino casuali o  del tutto scollegate dimostrano una consenquenzialità. Con questo non che non ami gli imprevisti o le sorprese, anzi…ma le persone che ritornano, i fatti che si susseguono, i pensieri di un momento che ritrovo in altri danno unità alla mia vita, indicano che seguo un percorso, che non vivo sbrindellata qua e là…

DSCN8110Ho scritto ieri delle troppe parole ( e rieccomi qui 🙂 ) e la sera sono stata a teatro per Le Voci di dentro, di Eduardo De Filippo. Protagonisti i fratelli Servillo: bravissimi. Rese al meglio le atmosfere napoletane, pur nella sobrietà della scena, e la profondità dei testi di Eduardo. Mi spiace dirlo ma persino meglio del nipote Luca.

La trama è nota, il filo conduttore di questa commedia è l’incomunicabilità simboleggiata dallo zi’ Nicola, che per disillusione delle cose umane ha rinunciato a parlare preferendo esprimersi con una sorta di  codice dove i punti e le linee sono lo scoppio di petardi. Con un bengala verde comunicherà che sta per morire, bengala verde che vuol dire libertà: dalle ipocrisie, dalle falsità.

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Non parla perché non vuol parlare. Ci ha rinunziato. Eh, sono tanti anni. Dice che parlare è inutile. Che siccome l’umanità è sorda, lui può essere muto.

La maldicenza e la  sfiducia hanno il sopravvento, l’amicizia si trasforma in sospetto, la famiglia un covo di vipere.  Rimangono i sogni, ma anche su loro,  forse, è meglio tacere.

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E se provassimo a tacere?

Troppe parole. Scritte e parlate. Troppo urlate, insultanti. Spesso inutili. Anche le mie, l’ho pensato spesso a proposito del mio blog.

arte-di-tacere-9788861923881Elliott Edizioni ha ristampato L’arte di tacere dell’ Abate Dinouart. Pubblicato in precedenza da Castelvecchi e Sellerio, torna più che mai di estrema attualità. A nulla sono valsi aforismi, citazioni, proverbi a proposito del silenzio. Il che conferma la mia opinione: si scrive troppo, si legge troppo poco.

Parole svuotate del loro significato generano polemiche tra chi le scrive e chi le legge, hanno finito con lo svuotare i gesti della loro bellezza, a volte della loro gravità. E ci consegnano all’altro frantumati in mille pezzi, privi di una precisa identità, spesso banali e scontati. Perché  sono nel  silenzio le cose che non ci si aspetta.

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7 marzo 1993

FEDE

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Buon Compleanno Camilla!

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Camilla Salvago Raggi, nata a Genova il 1 marzo 1924, vive a Campale, nel Monferrato.  Tranne nel mese di agosto quando si trasferisce a Badia, la prima abbazia cistercense in Italia, di sua proprietà. Nata da una nobile famiglia genovese, di cui è l’ultima rappresentante, si è dedicata da sempre alla scrittura. Fu proprio grazie ad una raccolta di racconti che alla fine degli anni ’50 incontrò Marcello Venturi, anch’egli scrittore, allora editor presso Feltrinelli.  Marcello fu su il suo grande amore, sposato nel 1960: lei nobildonna, lui figlio di un capostazione.

E’ appassionata di musica, fotografia,  cinema, case e gatti. Anche di cucina che non pratica. La sua dieta, soprattutto la sera,  è per lo più composta da  patate fritte, rigorosamente surgelate, e ketchup. Tiene sul tavolino davanti alla tv un barattolo pieno di smarties.  E’ fanatica di Dowton Abbey, che segue in inglese, lingua in cui si espresse e scrisse sin quasi all’adolescenza. E’ sempre avanti di una stagione perché gli amici le procurano le serie originali. Infatti ha già visto la quarta stagione. E poi l’ha passata a me che l’avevo comprata per lei in Scozia.  Adora le borse in cui accumula oggetti che regolarmente fatica a trovare. Tra questi una macchina fotografica portatile con cui scatta le foto che riempiono  album diventati  il diario della sua esistenza. Spera le venga sempre rinnovata la patente perché senza auto non saprebbe stare.

Dopo la  morte di Marcello nel 2008 ha trasformato Il Granaio in uno spazio per esposizioni ed incontri. E’ soprattutto una cara amica.

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Tornano i fiori. Dov’è la novità?

E’ quasi primavera e si sa, tornano i fiori. Tornano anche nella moda e non è una novità. Trovatemi una copertina di Vogue che nel mese di marzo non abbia dato spazio ai fiori. Prendi ad esempio quella del marzo 1964, 50 anni fa: Immagine Più in generale furono anni di “fiori” , da mettersi soprattutto tra i capelli. collage FIORI Come espressamente suggerito anche da Be Sure to Wear Flowers in Your Hair, canzone scritta nel 1967  da John Phillips of The Mamas & the Papas, e cantata da  Scott McKenzie.  La canzone, salita immediatamente al vertice delle classifiche, divenne mitica soprattutto nell’Europa Centrale: la colonna sonora durante le rivolte della Primavera di Praga.

Perciò tranquille, i fiori tornano sempre. Anche in altre stagioni. E anche in altre canzoni. I soli a non tornare furono “quelli” di Where have all the flowers gone?, seguiti il 27 gennaio di quest’anno al suo autore. Ma questo non ha nulla a che fare con la moda.

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