Pensati e creati 20 anni fa da una famiglia canadese gli Hatley Boots sono venduti ora in tutto il mondo. Vengono prodotti utilizzando il più possibile fibre naturali e non contengono PVC. Anche i loro cataloghi sono prodotti con carta riciclata.
Hanno giacche e ombrelli coordinati e comode maniglie che rendono più facile indossarli. I disegni sono ispirati alla natura selvatica o alla cultura popolare.
Io li ho fotografati da Mamo, a Chiavennahttp://www.mamoshop.net/, molto di più di un negozio di abbigliamento per bambini.
Questo post me lo ha ispirato la foto dell’amica Monica
scattata a Intorno al melo che per la sua attività si ispira alla pedagogia Steineriana http://intornoalmelo.it/. E non è solo per bambini.
“Ottobre era un mese splendido, a Green Gables, quando le betulle nella valletta diventavano dorate come la luce solare, e gli aceri dietro il frutteto erano di un superbo cremisi, e i ciliegi selvatici lungo il vialetto assumevano le più incantevoli sfumature di rosso e di verde bronzo mentre i campi al secondo taglio si crogiolavano al sole. Anna si beava nel mondo di colori che le faceva da cornice”. -Oh, Marilla- esclamò un sabato mattina, entrando a passo di danza con le braccia cariche di splendidi rami – sono così contenta di vivere in un mondo in cui ci sono degli ottobri: sarebbe terribile, no?, se si saltasse direttamente dai settembir ai novembri. Guarda questi rami di acero: non ti danno un brivido? Anzi, una serie di brividi? Ho deciso di ornarci la mia stanza.”
Anna di Green Gables di Lucy M. Montgomery, 1° edizione 1908
Ancora un giorno e Mr Tower riparte per la Siberia. Per me è come fosse partito ieri quando se ne andato da qui, in treno. Il clima, non autunnale, ci ha evitato la polenta, ma Federico lo ha salutato, come fa sempre quando Mr Tower parte per la Russia, dicendogli ” Riporta a casa i piedi”. Proprio mentre sono sul binario e gli faccio ciao con la manina mi ritorna in mente I Girasoli che ho rivisto qualche giorno fa.
In una borsa qualche provvista per la cena e nella cartella Siberiana di Luciana Castellina
E mentre lui parte e progetta la sua gita domenicale io a casa sfoglio Genti di Dio di Monika Bulaj e così mi accorgo di non avervi parlato della sua ultima domenica siberiana.
Mese di Aprile. Mr Tower decide di spingersi nella Russia siberiana estremo occidentale, e percorrere le strade del turismo religioso ortodosso.
Quindi insieme al suo amico-guida Konstantin partono alla volta di Verkhoturye, dove si trovano molte chiese e monasteri, e Merkushinsk , dove visse San Simeone, prete “pescatore”. Di anime certamente ma anche di pesci.
Tant’è vero che a Merkushinsk i pellegrini si recano sulle rive del fiume Tura, nel punto esatto in cui il Santo pescava e predicava.
Del resto la pesca sul fiume è ancora praticata, ma non dalla sponda, bensì sulla superficie ghiacciata del fiume come si vede, non benissimo ma si vede, dalle foto che Mr Tower mi manda perché possa capire il senso di isolamento e anche la commozione che lo accompagna mentre attraversa alcune zone di questo paese che lui ama tanto.
Che Mr Tower si commuova non mi stupisce ma mi stupiscono i volti sorridenti dei ragazzi che la domenica pomeriggio vanno su è giù per quell’ unica strada che va da una parte all’altra del ponte.
Lo stupore con cui io li guardo è lo stesso che vedo sul volto della piccola Suorina, custode del culto del Santo, che guarda Mr Tower incredula che un occidentale possa interessarsi a tutto ciò.
E visto che il clima ad Ekaterinburg oscilla già tra i 5° e i 3° sotto lo zero, mi rivolgerò a San Simeone, lui che cuciva anche abiti per i poveri, affinché eviti il congelamento a Mr Tower e ce lo rimandi a casa provvisto di piedi e di memoria.
“Ex Libris”, carré de Hermes, fu disegnato nel 1946 da Hugo Grykar nel 1946. E’ stato ristampato in moltissime versioni e anche molto spesso falsificato, a causa del design semplice e dei pochi colori usati.
Al centro vi è riprodotto l’ormai famoso Ex-libris che Emile-Maurice Hermes creò nel 1923 per la sua biblioteca personale. E’ circondato sui quattro lati da carrozze a cavallo, ispirate a disegni a china della collezione di Emile-Maurice.
Le Duc Attele, groom a l’ attente, Alfred de Druex
Nel disegnare i carrés Hugo dapprima si dedicava al design dei contorni che erano spesso molto dettagliati e complessi e solo in seguito disegnava il motivo centrale, lasciando intorno spazi bianchi. Non firmò mai i suoi lavori. Con il suo grande sense of humor Grykar realizzò carrés fortemente in contrasto con i tempi difficili del periodo bellico e di quello immediatamente successivo.
Alla collezione Ex-Libris appartengono anche segnalibri, braccialetti e pendant che di Hermes riproducono il logo.
Allora, tu come ti vesti? mi ha chiesto Mr Tower.
Non so, non mi vorrei “mascherare”. Non mi è mai piaciuto, neppure da bambina. Per Federico e me tirerò fuori qualcosa di originale, di quegli anni. Proveremo a essere coetanei, almeno per una sera. E tu?
E Mr Tower mi ha risposto: Da me.
Da te?
Sì, da me negli anni ’70, studente della Facoltà di Lettere. A Genova.
Ah, e quindi, dico io, praticamente vestito come ora: jeans, polacchine, camicia e pullover a V.
Sì, certo, con una differenza sostanziale. Che ora porto la 24 ore, che poi diciamolo: è una cartella. E invece allora portavo lo zaino.
Quindi vieni con lo zaino.
Già, perché è li che stanno i miei anni ’70.
Allora nello lo zaino gli studenti della Facoltà di lettere di Genova tenevano testi che scottavano, e che per fortuna non scottarono Mr Tower ma molti dei suoi compagni di corso sì. Perché tra i docenti allora, alla Facoltà di lettere, c’erano il brigatista Enrico Fenzi (esperto di Dante e Petrarca, tant’è che Mr Tower sostiene che la Divina Commedia come lui non la spiegava nessuno) e Gianfranco Faina, fondatore di Azione Rivoluzionaria e docente di Storia moderna , che teneva un corso sulla Banda Baader Meinhof. Vi pare che potevo rimanere indifferente? No, e infatti i testi eccoli qui.
Il primo Un raggio di luce nel regno delle tenebre: la guerriglia urbana nella Germania Federale, è nella sua prima versione, ovviamente, ‘originale, quasi un ciclostile, pubblicato da Il collettivo editoriale di Salita S. Matteo 19 nel giugno del 1976.
E’ dedicato a Ulrike Meinhof, il raggio di luce a cui si allude nel titolo, suicida mentre il libro era in fase di scrittura: “Ulrike non è un personaggio letterario, ma una donna in carne e ossa, non è un prodotto della fantasia ma della realtà tedesca e della guerriglia urbana. Ma della fantasia e dell’arte ha qualcosa, è superamento della realtà, è realizzazione dell’arte. (…)Con la stessa energia con cui Ulrike ha compiuto gli attentati della Raf, oggi, militante della Raf, si è liberata della sua vita torturata e tormentata. E’ sfuggita ancora una volta al potere. E’ finita, è libera. (…) “
Il testo è molto fitto e intervallato da immagini che ritraggono scene di guerriglia urbana.
Il secondo è S.P.K. Fare della malattia un’arma, sempre pubblicato dal Collettivo Editoriale di Genova. Il Collettivo Socialista dei Pazienti di Heidelberg (SPK) nacque dal lavoro portato avanti da alcuni medici della Clinica Psichiatrica Universitaria di Heidelberg –guidati dal Dr. Wolfgang Huber– nel dopo-’68. Si sviluppò fra il ’70 e il ’71, giungendo fino ad avere 500 membri (pazienti, operatori sanitari, studenti, lavoratori). Riuscì inizialmente a ottenere- a prezzo di aspre lotte- una certa copertura istituzionale, che saltò a metà 1971. Huber venne condannato in base all’articolo 128 del codice penale, cioè per fondazione di gruppo eversivo: alcuni suoi membri erano confluiti nella Banda Baader-Meinhof. Scontò in carcere quattro anni e mezzo, cioè tutta la pena fino all’ultimo giorno poiché rifiutò. ogni riduzione o condono. Tra le sue tesi: la malattia è la condizione e il risultato dei rapporti di produzione capitalisti, i rapporti di produzione capitalisti implicano la trasformazione del lavoro vivente (creatività) in materiale morto (merci, capitali), l’inibizione, la malattia cioè nella sua forma non sviluppata, è la prigione interiore dell’individuo. Sartre simpatizzò con l’SPK E anni dopo il testo venne ripubblicato con, in prefazione, la lettera che lo scrittore aveva inviato ai suoi membri. “Cari compagni! Ho letto il vostro libro con il più grande interesse (…). A quello che Marx chiama l’alienazione, fatto generale in una società capitalistica, pare che voi diate il nome di malattia, per esprimersi in termini grossolani. Credo che abbiate ragione. (…) Sono felice di aver compreso il progresso reale costituito dall’SPK. Apprezzando le vostre ricerche, capisco anche che esse vi espongono alla peggiore repressione della società capitalistica. E che esse devono scatenare contro di voi, oltre ai rappresentanti della “cultura”, politici e poliziotti. Dovrete lottare in tutti i modi, poiché coloro che dirigono la nostra società intendono impedirvi di portare avanti le vostre pratiche. Non fosse che accusandovi gratuitamente di complotto criminale. Non è sulla base di stupide incarcerazioni che sarete giudicati, ma sulla base dei risultati che avrete ottenuto”. – 17 aprile 1972, Jean-Paul Sartre
Il terzo Per un teatro povero di Jerzy Grotowski, Bulzoni Editore, 1970. Grotowski, regista teatrale polacco, fu una delle figure di spicco della drammaturgia del novecento, del teatro politico. Con teatro povero intendeva un teatro che, spogliatosi di scenografie, costumi , palcoscenico e tutto quanto potesse frapporsi tra l’attore e il pubblico, aiutasse ad accentuare il nucleo del messaggio che il teatro doveva generare. Ideò anche una tecnica di allenamento per attori , molto di più di una serie di esercizi fisici: un mezzo con cui eliminare resistenze ed ostacoli alla creatività.
Concludendo? Beh, ometto i giudizi ma vi confesso i miei pensieri…
Negli stessi anni anch’io iniziavo l’università. Per me che venivo da una scuola privata di provincia fu un trauma. Tant’è che abbandonai e andai a studiare in Inghilterra dove trovai più ordine e disciplina, e anche docenti disposti a dedicarti tempo, compagni di classe provenienti da ogni parte del mondo, anche molti dai Paesi Arabi, alcuni dei quali, probabilmente, anni dopo idearono azioni terroristiche contro l’occidente. Tornai il giorno in cui rapirono Moro e anche se stavamo sorvolando l’aeroporto di Genova, fummo riportati a Londra. Da quell’albergo in aeroporto fu difficile capire cosa stesse accadendo in Italia ma non ci volle molto. Per combattere il terrorismo fu chiamato a Genova il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Che ci riuscì. Anni dopo, dopo che la guerriglia urbana scatenatasi con il G8 aveva ripercorso le vie della città, il figlio Nando venne a Genova ad occuparsi di diritti e attirato dal nome Ombre Rosse (che pensava di riferisse al noto western) pranzò nel ristorante di proprietà di Enrico Fenzi. Non lo sapeva e non li riconobbe ma Fenzi e la moglie sì. Ne venne fuori un dialogo che Nando dalla Chiesa raccontò nel suo blog, un dialogo che parla di “dialogo” appunto e che se non lo avete mai fatto vi invito a leggere. http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&task=view&id=960&Itemid=123
Con Mr Tower, neppure a dirlo grande appassionato di teatro, ho visto spettacoli che confesso non ho gradito. Che fossero quelli dell’arcinota Fura dels Baus o quelli di oscure compagnie in piccoli teatrisperdutichissàdove in serate di pioggia battente. Tutti traggono origine dalla scuola di Grotowski. Hanno come elemento comune la forze e in qualche modo la violenza, intesa come mezzo espressivo, sono rappresentazioni estreme, provocatorie. A difesa di Mr Tower devo dire che è l’uomo più mite che conosca, il più compassionevole tra i due sicuramente. Ma in quel teatro lui vede molto di più, vede una lezione che fu fondamentale nella storia del teatro e forse anche nella sua. Io invece no: anche ora, come allora, lo scontro esasperato mi terrorizza. In quei ragazzi che si battono sul petto, che si strattonano e ti strattonano, che stracciano fogli urlando vedo figli che non sono i miei, ma comunque figli, che cercano una loro strada, e che spero la troveranno. Che spero avranno una casa, la loro, una famiglia, dei figli. E genitori tranquilli. Certo che la farei anch’io la rivoluzione. Per i nostri figli, per il loro futuro. E per il nostro. La farei in musica, come tentarono di fare alcuni tra i miei idoli musicali di quegli anni, o troverei la forza di spaccare tutto? E cosa stiamo aspettando a farla, mi dico?
Questa mattina Mr Tower è tornato a Genova, in treno. Mi sono affacciata alla finestra e l’ho seguito mentre spariva nella via. Non aveva la cartella, niente documenti ufficiali, solo il giornale infilato nello zaino. Quello zaino. L’ho immaginato ormai quasi 40 anni fa, mentre si avvia verso la Facoltà, con quei libri che ha consumato per quanto li ha studiati. Ha creduto anche lui che fosse possibile cambiarlo il mondo, in meglio, anche con il teatro, con un’idea di giustizia possibile. Ridivento mamma, mi fa tenerezza. E la sua scelta di “non travestirsi” per la festa anni ’70 mi è sembrata la sola scelta possibile.
“La performance non è un’illusionistica copia della realtà, nè la sua imitazione. Non è una serie di convenzioni accettate come un gioco di ruolo, recitato in una separata realtà teatrale. L’attore non recita, non imita, o pretende. Egli è se stesso”. – Jerzy Grotowski
Ancora non so decidere se essere favorevole all’indipendenza della Scozia. Dire che la amo è poco, e quindi dovrei essere per il sì. Nello stesso tempo temo che l’indipendenza annacqui la tradizione e la volontà di mantenerla viva e vibrante. Che magari è un bisogno che abbiano noi, i turisti intendo, di trovarci quel certo non so che…Del resto qualche segnale secondo me si è già intravisto, o almeno noi lo abbiamo notato. Soprattutto a Glasgow, e immagino anche in altre grandi città, dove sembra sia in atto un’operazione di rimozione dei simboli dello scottish mood. Per i nostri soggiorni abbiamo sempre scelto alberghi molto tradizionali, evocativi. A gennaio, invece, ci siamo lasciati tentare da un piccolo e stupendo, abbiamo scoperto, Boutique Hotel: il Grasshoppers.
E’ un piccolo Hotel, a lato della stazione centrale e veramente quattro passi dalla via principale, Buchanan Street. L’ambiente è ovattato, le luci soffuse contribuiscono a creare un’atmosfera intima e anche le boiserie in legno accentuano l’isolamento. L’accoglienza è ottima: the e caffè gratis, muffins e biscotti a disposizione nell’ingresso per tutto il giorno.
Tutti gli arredi in legno sono fatti a mano, sono in legno anche i pavimenti, di Caledonian Oak, per la precisione. Le pareti delle camere, l’una diversa dall’altra, sono rivestite di pannelli di legno e carta da parati, i letti sono king size e la biancheria di cotone egiziano. Hanno solo un difetto, non hanno armadi capienti.
Hanno però una vista interessante sullo skyline dei tetti di case in mattoni rossi e l’enorme copertura di vetro della stazione “The Light House”, la più grande in Europa, uno dei “capolavori” di Rennie Mackintosh, che la sera si illumina e crea un effetto stupendo, ben visibile dalla “biblioteca” dove, dopo cena, se non volete uscire, potete rimanere a leggere.
Dico dopo cena, perchè un altro dei “must” dell’Hotel, é la cucina e la possibilità di cenare in albergo prenotandosi dopo aver letto il menù del giorno che comprende anche piatti vegetariani, vegani o ispirati alle feste nazionali, alle ricorrenze di altri paesi e alle cucine orientali. Tutti i prodotti utilizzati provengono da piccoli produttori locali, allo yogurt si accompagna la frutta fresca, il pane viene sfornato al momento.
I corridoi che conducono alle camere sono una sorta di “galleria d’arte”: alle pareti vengono esposte e sostituite con regolarità opere di autori locali, siano essi pittori o fotografi.
Il titolare è una persona squisita, innovatore, ma con sempre presente la tradizione. Tant’è vero che, quando gli ho detto che avrei partecipato al Treasures & Tea dedicato a Robert Burns https://eyesmindandhearthaboveall.wordpress.com/2014/02/14/bibliotecaria-in-trasferta-treasures-tea/, non ha esistato a regalarmi un mignon di wisky celebrativo del poeta delle Highlands fatto realizzare per gli ospiti dell’Hotel, insieme ad un opuscolo realizzato da lui stesso, che ne illustra le opere.
Mignon che ora è esposto nella mia libreria, sugli scaffali dedicati alla letteratura inglese: sullo sfondo un bellissimo libro sulle Isole scozzesi e a lato “Queen Elizabeth wawing hand“. Non rimane altro che aspettare per vedere se il saluto sarà un addio.
Domenica mattina. Sveglia presto: è deciso, si va a Milano per Jewish and the city. Colazione mentre ascolto la notizia di un’altra decapitazione. Mi viene il magone. Vado verso Mr Tower in transito nel corridoio. Glielo dico, tace, torna in camera e mentre vado in bagno lo vedo che cincischia. Lo sento che dice “Visto il clima, dici che sarà davvero il caso di andare ?”. Gli dico, che sì, certo, sarebbe bello andare al mare ma rischiamo l’ingorgone. Tanto vale…
Poi capisco che il clima a cui Mr Tower si riferisce è di altro genere. A ben pensarci la paura fa parte della cultura ebraica. E poi anche la nostra dieta di questo periodo vive di sottrazione. Ma Pesach, il tema di Jewish, è la festa dell’affetto e dell’amore, è la festa del bere e del mangiare, la festa della disponibilità. E’ il rovesciamento dell’ebraismo sofferente e perseguitato. Allora decido che si va. Mr Tower mi chiede “Guidi tu?”. Certo, così siamo davvero in tema, anche con la Giornata della Cultura Ebraica.
Questo è il diario fotografico di una giornata di gioia. Le parole con cui siamo tornati sono le stesse con cui siamo partiti. Ma hanno un’altra profondità. Anche Milano, lontano dal triangolo della moda, mi è sembrata bellissima.