Nella casa di mia nonna c’erano due scatole per me preziose. Una era quella delle fotografie, una grande scatola gialla di metallo dei biscotti Plasmon.
Le più belle, da un punto di vista artistico, le più antiche: in bianco e nero o seppia, stampate su un cartoncino spesso, con il nome del fotografo scritto in caratteri corsivi e dorati. Ritraevano le famiglie dei nonni: tutti in posa, su uno sfondo neutro. Erano più simili ai ritratti che alle fotografie. Ma di loro, della loro vita, dicevano poco. Le più recenti avevano sfondi reali: la nonna ragazza, seduta con eleganza in un prato, con gli occhi leggermente truccati come non l’ho mai vista, il nonno militare, la mamma con un enorme fiocco in testa, la nonna in bicicletta con lo zio durante la guerra, il matrimonio degli zii, i cugini piccoli, e via così. A guardarle imparavo molto della mia famiglia, non solo i volti: vedevo i passaggi di epoche, i luoghi che non conoscevo, l’avanzamento della meccanica, gli sport e la moda. Non che allora la moda mi attirasse particolarmente, ma era in relazione con un’altra scatola in cui mi piaceva affondare le mani: la scatola dei bottoni.
Era una scatola ovale di latta, sul coperchio aveva ritratti dei fiori, aveva contenuto caramelle e la nonna, che non buttava via niente, le aveva trovato un altra ragione di vita. Appena la prendevo in mano tintinnava, era come un piccolo forziere di pietre preziose: tanti colori, forme, materiali. Erano bottoni di camicie, abiti, pantaloni: tutti, volendo, avrebbero avuto una storia da raccontare. Li rovesciavo sul piano di cristallo del tavolo e li riordinavo per forma o per colore, provavo infiniti accostamenti . Li conservo anch’io i bottoni, li tolgo alle camicie o ai golfini prima di buttarli dopo il troppo uso, ma nulla che possa competere con quelli della nonna, anche numericamente soppiantati da anni di zip.
E sui bottoni mi cade subito l’occhio quando guardo un vestito, perchè è il dettaglio che parla della qualità.
Sarà per questo che alla mostra Giacomo dei libri, che ho visitato a fine anno a Recanati, sono stata letteralmente catturata da questi due bottoni da livrea di metà ‘800, in argento con una capsula in vetro, piccole miniature che ritraggono monumenti Moghul, provenienti sicuramente dall’abito di un dignitario indiano. E qui per me incomincia un viaggio, il viaggio che ho fatto e vorrei rifare…
Sono solo un piccolo dettaglio che testimonia delle forme d’arte che si applicavano alla realizzazione di un abito e della ricchezza che già allora sovrastava di quan lunga quella europea. Non era certamente diffusa ma oggi, che l’India è tra le economie emergenti, a qualcuno sarà venuto in mente di provare a riprenderli questi piccoli e per nulla insignificanti particolari?


Ed è uomo così garbato che è davvero difficile immaginarlo in battaglia, almeno nelle prime linee. Meglio nelle retrovie, impiegato nelle logistica, lui figlio di un sovritendente delle British Railways. Come lo so? cercando e ricercando negli Archivi Nazionali Inglesi, fino a che non ho trovato altre sue notizie. Ad esempio che si sposò nel 1926, a quarant’anni ormai, mentre la Giuseppina di cui sopra si sposò nel 1919. Lo aveva dimenticato? chi lo sa? forse no, dal momento che conservò tutte le sue lettere. Magari se ne era, se non proprio innamorata, almeno invaghita. Come è capitato a me, che ormai provo per lui un’affettuosa simpatia.











