Una scatola, i bottoni ed è subito India

Nella casa di mia nonna c’erano due scatole per me preziose. Una era quella delle fotografie, una grande scatola gialla di metallo dei biscotti Plasmon.

Le più belle, da un punto di vista artistico, le più antiche: in bianco e nero o seppia, stampate su un cartoncino spesso, con il nome del fotografo scritto in caratteri corsivi e dorati. Ritraevano le famiglie dei nonni: tutti in posa, su uno sfondo neutro. Erano più simili ai ritratti che alle fotografie. Ma di loro, della loro vita, dicevano poco. Le più recenti avevano sfondi reali: la nonna ragazza, seduta con eleganza in un prato, con gli occhi leggermente truccati come non l’ho mai vista, il nonno militare, la mamma con un enorme fiocco in testa, la nonna in bicicletta con lo zio durante la guerra, il matrimonio degli zii, i cugini piccoli, e via così. A guardarle imparavo molto della mia famiglia, non solo i volti: vedevo i passaggi di epoche, i luoghi che non conoscevo, l’avanzamento della meccanica, gli sport e la moda. Non che allora la moda mi attirasse particolarmente, ma era in relazione con un’altra scatola in cui mi piaceva affondare le mani: la scatola dei bottoni.

buttonsEra una scatola ovale di latta, sul coperchio aveva ritratti dei fiori, aveva contenuto caramelle e la nonna, che non buttava via niente, le aveva trovato un altra ragione di vita. Appena la prendevo in mano tintinnava, era come un piccolo forziere di pietre preziose: tanti colori, forme, materiali. Erano bottoni di camicie, abiti, pantaloni: tutti, volendo, avrebbero avuto una storia da raccontare. Li rovesciavo sul piano di cristallo del tavolo e li riordinavo per forma o per colore, provavo infiniti accostamenti . Li conservo anch’io i bottoni, li tolgo alle camicie o ai golfini prima di buttarli dopo il troppo uso, ma nulla che possa competere con quelli della nonna, anche numericamente soppiantati da anni di zip.

E sui bottoni mi cade subito l’occhio quando guardo un vestito, perchè è il dettaglio che parla della qualità. DSCN3531 Sarà per questo che alla mostra Giacomo dei libri, che ho visitato a fine anno a Recanati, sono stata letteralmente catturata da questi due bottoni da livrea di metà ‘800, in argento con una capsula in vetro, piccole miniature che ritraggono monumenti Moghul, provenienti sicuramente dall’abito di un dignitario indiano. E qui per me incomincia un viaggio, il viaggio che ho fatto e vorrei rifare…

RL757.7L Sono solo un piccolo dettaglio  che testimonia delle forme d’arte che si applicavano alla realizzazione di un abito e della ricchezza che già allora sovrastava di quan lunga quella europea. Non era certamente diffusa ma oggi, che  l’India è tra le economie emergenti, a qualcuno sarà venuto in mente di provare a riprenderli questi piccoli e per nulla insignificanti particolari?

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Vita da bibliotecaria: aiuto! mi è scoppiata la WW1!!!

Eh già, non me lo aspettavo. Sapevo di doverci lavorare ma che la cosa mi sfuggisse di mano così proprio non lo avrei mai detto. O meglio, che mi scoppiasse in mano, tanto da vivere dai primi giorni dell’anno praticamente in trincea.

E pensare che il 29 di dicembre, Mr Tower ed io,  siamo partiti per una destinazione che doveva avere anche un valoro simbolico. Via dalla pazza folla, seguire il brand “del depresso” per eccellenza, un modo per guardare al futuro osando “l’infinito”, non più le piccole cose quotidiane che ti si azzeccano addosso, come zecche, appunto. E infatti siamo andati a Recanati e avrei voluto scrivervi un bel post sulla Biblioteca di Giacomo, per noi da subito diventato Giacomino.

E invece dal mio ritorno al lavoro non ho fatto altro che leggere e scrivere di WW1: scusate se la chiamo così, ma è diventata ormai una consuetudine per velocizzare le ricerche sul WEB. Che come dico sembre, restituisce cose succosissime, se si ha la voglia e la pazienza di andarsele a cercare. Doti di cui non difetto. Beh, forse la pazienza nel mio caso, andrebbe chiamata testardaggine, ma comunque funziona sempre.

La prima storia di cui mi sono occupata per unarticolo è quella di un soldato austriaco Luigi, di professione contadino, fatto prigioniero a pochi giorni dallo scoppio del conflitto. Per catturarlo, insieme ad altri 3,  fu impegnata un’intera compagnia dell’80° reggimento di fanteria. Venne trasferito in diversi luoghi prima di arrivare qui, nella mia città. Nei mesi precedenti, durante la prigionia, aveva soprattutto letto molto, direi i “classici della detenzione”, e aveva tenuto un diario in cui annotava, oltre agli avvenimenti quotidiani, pensieri e commenti di esemplare profondità e scritti con un certo stile. Non irrilevante per un contadino. Poi aveva finalmente iniziato a lavorare e quindi le annotazioni si fanno più sintetiche ma non meno significative.

Un uomo tutto d’un pezzo, come è logico aspettarsi da chi combatta in quell’esercito, talmente convinto dei suoi ideali da disprezzare più i compagni disertori dei nemici, cioè noi. Che a quanto leggo, dobbiamo essergli sembrati dei poveracci. Un po’ dall’esame obiettivo delle abitazioni, un po’ dall’esame delle condizioni che il suo padrone di lavoro riservava a loro, prigionieri agricoltori: greppia alta e spalle monde (come a dire che dava poco da mangiare e faceva lavorare molto). Annota tutto in un taccuino che intitola Notte indispensabili, anche la preoccupazione per i famigliari di cui non ha notizie la malattia del fratello e molto altro che ci restituisce l’immagine di un nemico che stento a credere tale.

Anche quando mi viene messa in mano da un’amica, la mazza di legno con chiodi ferrati che i soldati dell’esercito austroungarico usavano per finire i nemici dopo averli storditi con i gs. Mazza che è stata prontamente avvolta in un sacchetto nero e infilata in buco del solaio perchè non la voglio proprio vedere. Ma come è arrivata a lei e quindi a me?

Tutto inizia con una serie di lettere di quasi amore che un soldato inglese, di stanza qui scambiò, per tutto il 1918, con la nonna dell’amica.

Giuseppina Carosio

Non propriamente una bellezza, considerati i canoni odierni, ma sicuramente dolce, pacato, amante della tranquillità, come evinco dalla lettura delle lettere.

Io penso molto di lei e spero che io lei vederoancora. A rivederci Rowland, è la frase con cui spesso conclude le sue lettere. Ho provato anche a chiudere gli occhi e immaginare che lestesse cose le dicesse con quel tipico accento inglese di chi parla uno stentato italiano, con il timbro di voce alla… Mr Mosley, ecco,  di Downton Abbey.

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Dotato di una certa dose di romanticismo, stemperato dalle buone maniere,  un qualche pensierino su Giuseppina, la nonna, deve avercelo fatto.  Beh, certamente influenzato dalle condizioni particolari, dalla lontananza da casa: insomma, tutto fa. Di lui avevo una foto, e un nome. Eccolo Mr Rowland, nell’atto di esaminare una cartina. Noterete, almeno io l’ho fatto, che al mignolo destro porta lo chevalier, segno indiscutibile di una certa classe.

materiale 15-18-page-003 Ed è uomo così garbato che è davvero difficile immaginarlo in battaglia, almeno nelle prime linee. Meglio nelle retrovie, impiegato nelle logistica, lui figlio di un sovritendente delle British Railways. Come lo so? cercando e ricercando negli Archivi Nazionali Inglesi, fino a che non ho trovato altre sue notizie. Ad esempio che si sposò nel 1926, a quarant’anni ormai, mentre la Giuseppina di cui sopra si sposò nel 1919. Lo aveva dimenticato? chi lo sa? forse no, dal momento che conservò tutte le sue lettere. Magari se ne era, se non proprio innamorata, almeno  invaghita. Come è capitato a me, che ormai provo  per lui un’affettuosa simpatia.

La loro storia nel mio articolo non è ancora terminata, finirà in niente, lo sappiamo già, come tante durante la WW1 ma la concluderò nel più romantico e struggente dei modi, a favore di lui, del caro Mr Rowland ovviamente. Una sorta di risarcimento dopo quasi un centinaio di anni.

Sperando che sui ricordi, a differenza di Giacomino, non ci abbia fatto della filosofia su cui struggersi. Semmai una fischiettata.

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Giorno della Memoria 2015

2015-01-26 Signore, perché te ne stai lontano? Perché ti nascondi ai nostri sguardi allorché siamo in distretta? Rabbino Marco Tedeschi

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L’uomo di moda è Menaissance

L’ho letto oggi per la prima volta su Il Corriere della Sera: Men+renaissance. Eppure pare che il termine sia stato coniato nel 2010. Il che dimostra quanto poco sia fashionista E non mi piace, anche ora che ne so il significato. O meglio, non mi piace la traduzione che ne dà il Corriere: termine con cui si indica l’espansione del menwear . Che giustifica, ad esempio, la comparsa di fiocchi o gli inserti di visone nell’abbigliamento maschile, allo scopo di  promuovere l’abolizione del “gender”, spostando quello maschile verso il femminile per comprendere quindi e con naturalezza “il gay”.

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Gucci-Menswear-FW-2015-Milan-20Personalmente la trovo l’ennesima furbata dell’industria cosmetica,  della moda, che, mi rendo conto, se dovesse basarsi sul mio concetto di “moda” maschile avebbe finito di esistere da tempo. O forse no: di sicuro non si sarebbe moltiplicata, diramandosi in stili forme e colori. Anche se, davanti alle vetrine di Etro, mi incanto davanti alle proposte per uomo. Le considero forme d’arte, che  però poco hanno a che fare con la vita quotidiana. Il costo naturalmente è un’altra variabile da non sottovalutare.

Soprattutto i giovani in questi anni hanno sentito la pressione del marketing, una risposta all’incertezza dei tempi, che ha messo in  discussione il ruolo stesso del maschio e che di fatto ha introdotto nel “sistema uomo” comportamenti  tipicamente femminili. Esempio banale: vostro padre o marito, avrebbe mai fatto la ceretta?

E non dovrebbe, secondo me, piacere soprattutto agli uomini, ridotti a scimmiottare noi,  generazioni di donne che hanno messo i pantaloni per far capire al mondo che li portavano da sempre ( per dimostrare che avevano coraggio e forza, idee, libertà di scelta). Se agli uomini serve un fiocco per dimostrare di rifiutare l’omofobia, il sessismo, il razzismo, lo sciovinismo, di avere comportamenti responsabili,  per dimostrare di volersi bene, di avere un cuore, allora altro che Rinascimento. Quello che apre la porta ad una signora, che non ha stereotipi di virilità, che non insulta, che sente di far parte dell’umanità e non solo esclusivamente del suo paese, che si commuove e lo dice, che culla i bambini, e molto altro, che trovo ovvio, quello  lo rappresenta al meglio. L’altro, quello che vedo alle sfilate, mi sembra un manichino, un bambolo per donne che stanno esagerando. Comunque, ogni epoca ha avuto il suo. Io continuo a chiamarlo simpaticamente pirla.

Anche quello che dai 20 anni in su, e qui so di fare una concessione,  accorcia il pantaloni con “il risvoltino.

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Vita da bibliotecaria: Mare e migranti, quanta strada da fare

Ieri sono riandata in trasferta. Confesso che la cosa mi piace, assai. Diciamo che torno bambina? L’Istituto, questa volta, è lo stesso in cui ho fatto le elementari, con una differenza: allora le sezioni femminili e maschili erano divise, ti incontravi caso mai sul piazzale antistante la scuola e i maschi giocavano a Celomanca. Noi femmine guardavamo adoranti, i tempi di calciatori e veline erano da venire ma forse a modo nostro li abbiamo anticipati. Dimenticavo, non c’erano genitori. Se nevicava andavi a scuola con sli stivali di gomma e in mano un sacchetto con dentro le scarpe di ricambio: la gomma, si sa, in inverno non tiene caldi i piedi. Idem quando pioveva forte. Con le belle giornate andavi tu, così com’eri, con i vestiti scelti dalla mamma. Tutti avevano la cartella, i benestanti con la pattina in cavallino. Mi han sempre fatto una tristezza, i cavallini intendo. E anche i proprietari della cartella, a dire il vero, diventavano da subito antipatici. Zaini e scarpe da ginnastica hanno equiparato tutti e tutto: fatico a capire che i bambini quando arrivo, sono in palestra. Sono tante le scarpe da ginnastica rimaste in classe, insieme agli zaini:  i bambini sembrano evaporati, a piedi nudi.

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Ora le classi sono miste, sui banchi nascono i primi amori. E se ne vedono di tutti i colori. Di bambini, intendo. La classe in cui sono stata ieri non è tra le più miste, ma comprende rumeni, tunisini, laotiani, spagnoli, e altro che ora non ricordo. I matrimoni misti hanno confuso anche un pò i contorni e ho faticato a capire che un bambino biondo era tunisino.

quantomareComunque, il tema che la classe affronta in questo periodo è il mare, in tutte le sue forme. E così mi è sembrato fosse il caso di leggere una storia che avesse a che fare con il mare declinato in una versione che anche i bambini ormai si sono abituati a conoscere. La storia è Quanto mare… di Alfredo Stoppa.

E’ la storia di due bambini che vivono sulle sponde opposte dello stesso mare. Uno di loro non lo hai visto, lo incontrerà per la prima volta nel viaggio, su una carretta del mare che lo porterà lontano dal suo paese. L’altro, il bambino che lo conosce, naturalmente non aspetta altro di tornarci, un pomeriggio, con la sorella più grande. Mentre il primo bambino superata la paura e sopravissuto al viaggio troverà mani tese ad aiutare lui e i suoi compagni di viaggio, il secondo si arrabbierà per i grossi nuvoloni e la pioggia che metteranno fine al suo programma. Eppure, pur continuando ad ignorarsi, ad un certo punto le loro storie si incontreranno.

Casualmente domenica 18 gennaio era anche la Giornata mondiale del Rifugiato e del Migrante. Quindi non è stato difficile far cadere la scelta su questa storia piuttosto che su le altre che avevo selezionato. E’ una storia di cui i bambini avevano già sentito parlare, alcuni a casa, altri l’hanno vista in TV. Hanno riso quando c’era da ridere e si sono commossi quando era il momento di farlo. Il linguaggio del libro contiene dentro ogni parola mille immagini ed emozioni e se letta cambiando registro a seconda del caso arriva dritta al cuore.

Quante cose sono cambiate da quando andavo in quella stessa scuola! Nella mia classe le più sfortunate erano le bambine dell’orfanatrofio, le riconoscevi dal fiocco meno entusiastico, che però a me piaceva di più: una specie di croce, fatta di gros grain blu. Seguivano le bambine del Sud, non tutte naturalmente: per loro qualche volta portavamo quaderni e gomme. Loro non si vergognavano, noi eravamo felici di aiutarle. E poi c’era lui, il bambino del Bangladesh ritratto su un barattolo doveva la maestra ci invitava a mettere soldini. Ci fidavamo sulla parola, non è che li vedessimo in TV. Figuriamoci poi, neanche da pensare che uno di loro sarebbe mai arrivato qui. Quanto mare tra lui e noi….

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Patrimonio Unesco: a Genova ci provano con il pesto. Al mortaio, sia chiaro

Ci prova l’Associazione Culturale dei Palatifini . E lo fa chiamando tutti a sostenere la candidatura perché il pesto  diventi ufficialmente Patrimonio dell’Umanità.  Del resto è dei Palatifini l’idea del Campionato mondiale del pesto, http://pestochampionship.com/competizione aperta a tutti, professionisti dilettanti e appassionati di cucina, purché maggiorenni, e provenienti da tutto il mondo. Il primo risulato positivo di questa competizione, oltre a diffondere la conoscenza del pesto nel resto del mondo, ha fatto sì che la qualità del pesto presente nella distribuzione sia migliorata. L’edizione del 2014, la quinta,  è stata vinta da  Alfonsina Trucco, 86 anni, che nella trattoria di famiglia “Rosin” di Trefontane a Montoggio era specializzata proprio nel pesto al mortaio: ha gareggiato con un grosso mortaio che ha 150 anni e manovrando un pestello doppio, anche questo di notevoli proporzioni. 

Alfonsina-Trucco-mortaio-pesto-640x426Della manifestazione si sono occupate la stampa nazionale ed estera.Voce ufficiale della passata edizione Bruno Pizzul.

La quarta eliminatoria  si è svolta il 13 novembre a Praga

 

L’evento che darà avvio al percorso ufficiale di candidatura si tiene lunedì 19 gennaio alle ore 11.00, presso Palazzo della Borsa, in via XX Settembre 44, a Genova.

L’iniziativa è aperta al pubblico: pestoaddicted e no partecipate!

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Segnalibri incorporati

Non mi era mai capitato prima di trovare “segnalibri incorporati” in un libro. Segnalibri volutamente posti all’interno del libro dall’editore sì, certo, per lo più per promuoverne altri in uscita. Ma libri in cui il segnalibro è finalizzato a se stesso e puramente ornamentale mai.

E’ accaduto oggi in Rosso al Vento di Arrigo Benedetti, edizione Clud degli Editori, anno 1974, collana Un libro al mese. Il libro fa parte di una trilogia storico-sociale della Resistenza. La sovracoperta, in rosso e viola magistralmente abbinati , è disegnata da Bruno Binosi, art director di Mondadori in quegli anni. Nel risguardo, sulla terza di copertina, si trova il segnalibro staccabile grazie ad una linea tratteggiata : onde correnti  che riprendono l’andamento delle fiamme che incombono sulle case.

collageQualcosa di analogo si trova nei libri della Persephone Books, casa editrice inglese di cui ho già parlato qui,  https://eyesmindandhearthaboveall.wordpress.com/2013/07/03/snob-books/di analogo nel senso che nelle rilegature e per i segnalibri utilizza temi e colori che si rifanno a tessuti o carte da parati dell’epoca di ambientazione del libro.

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Books and Art: La libreria

the bookshopThe Bookstore by Casey Childs
oil, 24×15″

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E il treno io l’ho preso solo andata e ho fatto bene…

Macchina o treno? ultimi regali e la presentazione di un libro. In auto rischio l’ingorgone prenatalizio ma non fatico con i pacchi, in treno evito l’ingorgone ma fatico con i pacchi. Opto per la seconda e m’illudo di rilassarmi leggendo. Compro un biglietto solo andata, lascio una porta aperta alla provvidenza. Sul treno pochi studenti ma molte, troppe signore in vena di confidenze. Le più instancabili proprio nel quartetto di poltrone accanto al mio: rivisitazioni di tutte le vigilie di Natale da 30 anni in qua trascorse con gli amici a scambiarsi doni che dopo 30 anni non sai più cosa regalarti, per fortuna una coppia ha avuto un nipotino così i regali di facciamo a lui. Seguono vari tagli e cuci in perfetto stile è Natale siamo tutti più buoni. Il signore accanto ad una di loro reclina il capo, le mani abbandonate sulle ginocchia, viaggia per tutto il tempo così, definitivamente sconfitto. I discorsi delle comari si mischiano a squilli di cellulari, gli avvisi di trenitalia: alla fine è un unico suono indistinto e sgradito.

Leggere è impossibile, decido di perdermi nell’osservazione del mondo che scorre fuori dal finestrino.

Le rive dei fiumi hanno conservato tutti i detriti che la piena ha portato con l’ultima alluvione e che contribuiranno a fare tappo nel caso della prossima. Uno sguardo malinconico sul cimitero in cui è sepolto Don Gallo, quando vado a trovarlo per guardarlo negli occhi sono costretta ad inginocchiarmi, anche lì ultimo tra gli ultimi, costringe anche me ad un gesto di umiltà ma almeno arriva a mettermi la mano sulla testa. La casetta cantonale è separata dalla monofamiliare linda e precisa da un semplice steccato: alcune finestre hanno pezzi di cartone al posto dei vetri, le povere cose di chi forse ci vive abusivamente sono ammassate nel cortile, sventola la bandiera italiana messa lì secondo a me a dire che potrebbe capitare anche a noi, la capretta sconfina e va a brucare l’erba davanti alla casa linda e precisa perchè si sa che l’erba del vicino è sempre più verde. Qualche chilometro dopo nel piccolo pezzo di terreno con orto e frutteto che costeggia la ferrovia invece del solito signore intento a zappare due asinelli affiancati e immobili guardano in direzioni opposte. Ma il bue dov’è, in quella parte di campagna che fa sembrare la città un presepe? Che inizia da  lì in poi e  si manifesta prima con miseria e solo poi con nobiltà: i panni non sono stesi ma appesi qua e là su fili sbilenchi, alcuni forse dimenticati, terrazzi ingombri, finestre aperte su stanze con cumuli di persone e cose. Fuori dalla stazione sono tanti  i clochard, forse sono solo gli stessi di sempre usciti dalle loro tane a prendere una boccata d’aria: la temperatura è primaverile. Poi tutto cambia.

Rimango intrappolata alla Nespresso Boutique dove in tanti ringraziano per l’opportunità di regalare capsule di caffè, da sempre considerato in tempi di magra un bene di lusso, e non pensarci più. Ma è inutile che faccia il fenomeno, anche io sono lì, a comprare una macchina che la mattina prepari il miglior caffè possibile a Mr Tower in attesa di poterlo fare io. Mi perdo alla Feltrinelli dove dissuado una signora dal comprare l’ultimo libro di una nota autrice perché troppo brutto e che un ignaro commesso consiglia e mi metto a sua disposizione come personal shopper. La signora è divertita e sorpresa di spendere la metà per un libro che le garantisco piacerà molto di più. Ci salutiamo ma dopo un pò mi sento toccare su una spalla ed è di nuovo lei che mi chiede se posso aiutarla anche per gli altri. Ma certo le dico, oggi è il mio giorno libero: invece che in biblioteca vorrà dire che presto servizio qui. E mi si riaffaccia alla mente l’idea di una libreria, che sia la mia. Pranzo frettolosamente in uno squallido bar del centr, io che dò consigli su cosa e dove mangiare a Genova https://cartaresistente.wordpress.com/2014/12/16/cartoline-da-genova-n-3-street-food-a-genova-ce/ ma è troppo tardi per Giuditta ed il bar è talmente squallido che grazie a Dio è deserto. Incontro Chiara, la figlia che non ho avuto e che vorrei, che mi racconta dei suoi bambini e che spera di trovare lavoro al Cottolengo o al Don Gnocchi e il cuore dalla commozione mi diventa piccolò così, piccolo come lei che vorrei proteggere dalle tristezza della vita ma che però è così grande.  Vado alla presentazione del nuovo libro dell’amica scrittrice e lì  mi accascio, come mi ha detto lei vedendomi, sfranta. Rivedo amici, saluti e baci, ed è ora di tornare a casa.

Sopresa: non torno in treno, torno in auto.  Con Mr Tower che impietosito decide di accompagnarmi ed è anche lui talmente stanco che neppure si accorge del grande pacco che è il suo regalo di Natale. Evviva! Conosce le abitudini dei genovesi studia un percorso alternativo che  ci porta in breve tempo fuori dal temuto ingorgone e dritti alla meta. Finalmente casa, silenzio e sobrietà. Lettone. Spengo la luce. Ringrazio Gesù che George non fosse included.

p.s. dedicato all’amica blogger http://pendolante.wordpress.com/

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Vita da bibliotecaria: segnalibri dimenticati

Capita se si ricevono donazioni di trovare nei libri segnalibri dimenticati. Segnalibri che non sono propriamente tali ma oggetti utilizzati dal proprietario a questo scopo, e che a volerli interpretare, possono dire molto su abitudini e personalità del lettore. Sono i più svariati: dai biglietti del treno agli estratti conto, cartoline o fotografie, bugiardini e blister di farmaci, spesso sonniferi. Non sempre si riescono a restituire al proprietario e in alcuni casi costituiscono  un arricchimento della raccolta. Ecco un esempio di “segnalibro” dimenticato in un libro.

In Abu Simbel di Louis A. Christophe, ed. Einaudi 1970,  ho trovato un piccolo schizzo di abito o forse tunica.  Molto essenziale ma proprio per questo passibile di molte aggiunte e impreziosimenti.

DSCN3280Proprietaria del libro Sofia Arvanitis Goldschmied, di origine greche. Vissuta  per qualche tempo a Genova negli anni ’40 insieme al marito, appartenente ad una facoltosa famiglia ebrea triestina, alla sua morte nel campo di concentramento di Auschwitz,tornò con i figli a Trieste e da lì inizò a viaggiare. Appassionata di archeologia viaggiò per lo più in MedioOriente (Yemen, Siria, Turchia, Libano, Afghanistan) dove acquistò abiti e accessori che spesso indossava.  Da lì forse l’idea di realizzarne qualcuno. Ho avuto la fortuna di conoscere Sofia, e di farlo nella sua casa di Trieste che vi assicuro toglieva il fiato. Dotata di uno straordinario gusto estetico aveva saputo creare ambienti  in uno stile dai confini immaginari, come del resto la mitteleuropa,  punto di incontro di molte culture e civiltà: tappeti di Samarcanda appesi alle pareti accanto a disegni di Chagall,  cornici di porte dipinte nel colore verde degli occhi della ragazza afghana resa celebre dalla foto di Steve McCurry e  nelle tonalità dei viola e dei rossi dei tanti vestiti acquistati, e molto altro che avrei voluto possedere.

afghangirlGli abiti, donati alla Galleria dei Tessili di  Palazzo Bianco a Genova  nel 2012, sono un’ interessante collezione che testimonia di un mondo femminile ben più colorato di quanto siamo portati a credere e di straordinarie ed antiche abilità artigianali.

ricordi di viaggio-page-001A colpire sono il tripudio di colori dell’abito pashtun in taffetas di seta e in stile patchwork dei primi del Novecento – specchio del mosaico di etnie che compongono l’Afghanistan – all’abito turkmeno con intarsi in metallo; dalla thob degli anni Quaranta proveniente da Ramallah in viscosa, probabilmente ricamata a quattro mani, al sontuoso entari (sopraveste femminile) turco, fino alle sete policrome della veste siriana probabilmente di fine Ottocento.

E ancora: cinture provenienti dal Turkmenistan, collane d’epoca in metallo puntinato, copricapo. Oggetti che oggi sono di difficile reperimento a causa delle guerre che hanno attraversato e tutt’ora attraversano questi paesi e anche grazie al turismo globalizzato che ha di fatto impoverito l’artigianato locale.

E così, dal libro al  viaggio, il passo è breve:  è tutto racchiuso in quello schizzo.

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