Sorgente: Rosh ha Shanah: Shanà tovà! / ראש השנה : עינת צרפת
Domani inizia un nuovo anno ebraico. Il 5776 secondo il calendario. Nel mio post il racconto fotografico di una cena molto molto speciale. Auguri!!!
Sorgente: Rosh ha Shanah: Shanà tovà! / ראש השנה : עינת צרפת
Domani inizia un nuovo anno ebraico. Il 5776 secondo il calendario. Nel mio post il racconto fotografico di una cena molto molto speciale. Auguri!!!
Sorgente: Mantova? No. Hay-on-Wye
Scritto due anni fa. Per me rimane valido.
Sosta a Istanbul sulla via per l’Azerbaijan. Scegliamo un albergo a Sulthanamet, a due passi dalla Moschea Blu. Dalla terrazza dell’albergo la si vede benissimo.
Abbiamo poche ore, vediamo i fondamentali ma mi faccio l’idea che Istanbul sia ormai troppo turistica per i nostri gusti. E troppo West oriented, al di là delle apparenze.
Dalle vetrine occhieggiano decine di borse dei migliori marchi internazionali. False naturalmente ma praticamente perfette. Vengono vendute in piccole botteghe, ammassate una sull’altra, o in eleganti negozi, nel tentativo di mostrarle nei loro ambienti originali , ma è appunto un’illusione: per 25 Euro ti porti via una Michael Kors che pare essere il brand più desiderato. La tentazione viene ma viaggiamo con bagaglio a mano ed è praticamente impossibile.
A dir la verità più delle Michael Kors mi sarei comprata quello che per me rimarrà il “burqa zaino“. Il proprietario del negozio non era disponibile a spiegarne origini e ragioni ma ho approfittato di una distrazione per scattare la foto che ne prova l’esistenza.
E’ decisamente inquietante: lo sguardo non è dei più rassicuranti, fin troppo espressivo. Nulla a che vedere con l’impenetrabilità dello sguardo delle donne velate. Mi sento di dire con convinzione che non si tratti di un prodotto occidentale. I marchi più famosi prestano molta attenzione a non urtare la sensibilità di quella parte di mondo da quando si sono instaurate proficue relazioni eonomiche. Louis Vuitton ad esempio ha espresso pubblicamente il proprio disappunto e ha ribadito la propria estraneità nei riguardi dell’illustrazione che riproduco qui sotto, pubblicata a commento di un articolo di Graham Fuller , estratto dal suo libro”A world without Islam”. http://grahamefuller.com/world-without-islam/
Appare evidente che un mondo senza Islam è praticamente impossibile. Così come la moda che lo caratterizza. Fioriscono le fashion bloggers arabe e la nostra moda da sempre trae ispirazione da quel mondo: pashmine, kaftani, turbanti.
E visto che così va il mondo, è necessario essere tolleranti, avere pazienza. Inshalla, insomma. Come pare suggerirci Jean Jullien, illustratore francese, in una sua opera.
Una sua mostra è stata inaugurata a Cremona il 9 luglio u.s. nell’ambito di Affiche, dalla galleria http://www.tapirulan.it/affiche/jean_jullien_2015/
E a proposito di arte: voi di Louis Vuitton potreste dire qualcosa per favore al signor Francesco De Molfetta, in arte Demo? Per non parlare di smalto e rossetto…
“Quanti cristiani vivono per apparire. La vita loro sembra una bolla di sapone. E’ bella la bolla di sapone! Tutti i colori ha! Ma dura un secondo e poi che?“ – Papa Francesco
Coco Chanel sdogana l’abbronzatura e il tessuto si riduce notevolmente a sostegno di una maggiore libertà femminile. Anche le teorie mediche sugli effetti benefici del sole si diffondono e impongono gambe e braccia nude. Azzardiamo che per la signora ritratta non fosse il massimo considerato che sembra soffrire di vitiligine.
Negli anni Trenta le vacanze e soprattutto le ferie diventano un diritto retribuito.
Ma ce l’hai un posto dove stare a New York?
Be’, al momento non ancora.
E come fai con la radio?
Ho preso le vacanze
E non si sono incazzati?
Si sono incazzati neri
E se ti buttano fuori?
Il mondo intero si è indignato per l’uccisione del leone Cecil. Qualcuno ha evocato per il dentista americano l’impiccagione. Sapete cosa ne pensa Goodwell Nzou, uno studente Zimbawese che frequenta un’università Americana? Se ne rallegra. Un leone in meno è una minaccia in meno per una famiglia come la sua. Quando ha scoperto che l’uccisore era il considerato il cattivo della coppia, il suo entusiasmo si è affievolito: la considera una delle contraddizioni culturali degli Stati Uniti sperimentata nei 5 anni di studio nel Paese.
Gli Americani che hanno firmato le petizioni – sostiene – sembrano dimenticare che i leoni uccidono le persone. Che la sollevazione di animi è tutta un’operazione mediatica in cui Jimmy Kimmel, conduttore televisivo che si è prodotto in una commovente appello, ha forse confuso Cecil con Simba, il protagonista del Re Leone.
Nel villaggio del giovane, circondato da riserve per la conservazione della fauna selvatica, nessuno ha mai amato un leone tanto meno gli ha attribuito affettuosi soprannomi: continua a considerarlo un motivo di terrore. A sostegno di ciò racconta che quando aveva 9 anni, un leone solitario si aggirava intorno al suo villaggio uccidendo animali. Ai bambini era proibito andare a scuola da soli, giocare fuori di casa, e uomini armati di macete accompagnavo le donne a prendere l’acqua nel fiume o la legna nel bosco. Anche un suo zio era stato attaccato, rimettendoci una gamba. La presenza del leone aveva ucciso la vita sociale del villaggio: nessuno più si attardava in chiacchere intorno al fuoco la sera, o faceva visita ai vicini. Quando finalmente venne ucciso nessuno si chiese da chi, se illegalmente o per legittima difesa, nessuno pianse: ci furono canti e balli per la fine dell’incubo.
Proprio di recente un ragazzino di 14 anni che viveva in un villaggio accanto al suo è stato sbranato da un leone mentre dormiva in un campo della sua famiglia per proteggere il raccolto dalle distruzioni degli ippopotami e degli elefanti. La morte di Cecil non ha impietosito neppure i residenti nelle città anche se vivono lontano dal pericolo. E sono in fondo cosi pochi: la rendita media degli abitanti è di 150 $ al mese.
Non vuole comunque essere frainteso: gli animali per i clan familiari hanno un significato mistico. La sua famiglia ad esempio ha come animale antenato l’elefante quindi non mangerebbe mai carne di elefante, che equivarrebbe a mangiare carne di un parente. Ma ciò non impedisce loro di cacciarli quando il rischio è di essere cacciati. Lui, tra l’altro, ha perso una gamba ad 11 per il morso di un serpente.
Insomma tutto il gran parlare di questo fatto viene considerato dagli abitanti dello Zimbawe un circo (in un decennio “romantici cacciatori stranieri” hanno ucciso circa 800 animali selvatici per dimostrare quanto sono abili) e lo stesso Governo accusa gli Stati Uniti di voler far apparire il paese “un mostro”. Gli Americani, che non sanno trovare lo Zimbawe su una carta geografica ma applaudono per la richiesta di estradizione del dentista, ignorano ad esempio che un cucciolo di elefante è stato ucciso per il banchetto in occasione del compleanno del Presidente.
Gli abitanti dello Zimbawe scuotono la testa e si domandano perché agli Americani, e non solo a loro, prema così tanto la vita di un leone e non quella delle persone. Conclude ammonendo gli Americani: non diteci cosa dobbiamo fare con i nostri leoni quando nel vostro paese avete autorizzato la caccia dei leoni di montagna fin quasi all’estinzione. Non criticateci per il disboscamento delle foreste quando avete trasformato le vostre città in giungle di cemento.
Conclude con una richiesta, che riguarda tutti: non fatemi le condoglianze per Cecil a meno che non siate disposti a offrirmi il vostro cordoglio per gli abitanti dei villaggi uccisi dai suoi fratelli, dalla violenza e dalla fame.
Touchè.
Se volete raccontare una fiaba di leoni cattivi, villaggi africani e bambini allora Pik Badaluk è quello che ci vuole http://www.edizioniel.com/DB/scheda.asp?idl=3824
Marie Kondo, autrice de Il magico potere del riordino, si potrebbe definire bonificatrice di appartamenti, se non fosse che lei ama definirsi “consulente domestica” ed è docente di un corso di “riordino e organizzazione per signorine”. A 5 anni leggeva riviste per casalinghe, ma ha raggiunto l’illuminazione solo alla fine della scuola media dopo aver letto “L’arte di buttar via” di Nagisa Tatsumi: da quel momento il riordino diverrà la sua ragione di vita.
Ora, per quelle della mia generazione, il massimo delle riordinatrici è e sempre sarà Mary Poppins, ma è per ovvie ragioni inimitabile.
Alle altre, comuni mortali, rimane da tirarsi su le maniche. Lo sanno bene le bibliotecarie, o le lettrici complusive, quanto sia faticoso riordinare ad esempio le librerie. Anche decidere di eliminare qualche volume. Cosa ci suggerisce Marie? di togliere i libri dagli scaffali e disporli sul pavimento. Tutti? sì, tutti…perché la scelta di quelli da buttare, fatta mentre sono sugli scaffali, potrebbe risultare difficile. 10 sono i consigli che la genia elargisce per l’ eliminazione dei libri per concludere che è meglio conservare quelli che abbiamo veramente amato e interiorizzato. Che meglio ci rappresentano insomma. E che a ripensarci ispirano gioia…E tutte quella pagine di storie strazianti, di bella letteratura, su cui abbiamo pianto, sofferto, sottolineato per diventare donne nuove, migliori? A volte ci siamo riuscite, a volte no ma vuoi mettere la consolazione a sapere di non essere sola? e i saggi che raccontanto fatti dolorosi su cui ci siamo costruite una coscienza civile? dovremmo buttare anche quelli?
E’ ambiziosa la Marie perché si prefigge, con il suo riordino e la conseguente eliminazione di oggetti, di migliorare la nostra la vita. E noi, o almeno le tante e i tanti che l’hanno comprato, glielo lasciamo fare. O credere. Io, avverto, non butto via niente.
Domanda? Le giapponesi lo hanno letto? intendo quelle che affollano i negozi dei più costosi marchi italiani, e no… A me non pare… E perché lo leggiamo noi italiane tanto da farlo balzare in testa alle classifiche? I commercianti si lamentano, sostengono che la gente ha di gran lunga ridotto le spese per abbigliamento e accessori (oltre al resto naturalmente). Quindi non si capisce cosa dovremmo avere da buttar via, con i tempi che corrono…
Il massimo , mettendo insieme il potere benefico del riordino e l’effimera illusione del consumismo, sarebbe di vivere accanto alla ormai guarita Kayo, la protagonista di Confessioni di una vittima delle shopping di Radhika Jha, pubblicato da Sellerio, nel momento in cui decide di liberarsi di tutto il ben di Dio accumulato in anni di disperazione e andarlo a raccattare dai sacchi per la spazzatura: borse di Louis Vuitton, abiti di Valentino, scarpe italiane, foulard di Hermes e via così. Vittima di un sistema sociale che vuole figli supereroi, casalinghe devote e silenziose, prive di diritto di parola, finirà per coltivare un giardino interiore in cui trovano spazio solitudine, ribellione, voglia di rivalsa, rabbia, odio e molto altro che la donna non deve condividere. Entrerà a far parte anche lei del Club delle donne sposate che si dedicano allo shopping per godere di quello che definiscono “il felicismo”, sino ad arrivare alle estreme conseguenze. E che ci potrebbe insegnare a guardare le Giappo senza rosicare, tutte perse nelle loro Iphone in modalità calcolatrice, mentre cercano di convertire un prezzo in yen e in altrettanta, presunta, felicità. Iscritte, senza saperlo, ad un Club in cui alla fine ci si ritrova sole.
Che temo sia quello che accade a voler buttare via tanto, anche il troppo che ci ha portate sin qua.
La Birkin, Jane, ci ripensa. Almeno per un po’. Chiede ad Hermes di togliere il suo nome dall’iconica borsa nella versione in coccodrillo. Indignata per le modalità di uccisione dei preziosi rettili chiede che vengano rispettate pratiche meno crudeli.
Anche per gli acquirenti, aggiungerei. Per averne una oltre il cash è necessario superare un colloquio. Jane, parliamone, ma non solo per quelle di coccodrillo
Non si può continuare con sta’ storia del Je t’aime …moi non plus.
Ve la ricordate Cocco e Drilli? Vinse lo Zecchino d’oro nel 1974. Io sì: avevo 15 anni, troppi per seguire la trasmissione ma la canzone, in qualche modo, deve aver fatto breccia nella mia mente. Soprattutto quel “ne vuole far borsette e beauty case…”. Forse in me era già latente la sindrome da Hermes victim. Tant’è che oggi, mi è tornata in mente. In che occasione?
Mi è arrivato un avviso di Christie’s per un’asta on line di borse. Iconiche naturalmente, e per lo più di Hermes. E per lo più Birkin. Dite che la Birkin non via piace e non vi crederò. Dite che non sareste disposte a sottoscrivere un prestito per averla e mi parrà più credibile. Perchè per comprarla la Birkin, quella che mi ha fatto venire in mente Cocco e Drilli, ci vogliono 70.500 dollars. Convertiti in Euro, secondo i calcoli di Christie’s, fa…
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Dal diario di Mrs. Marjorie Allen
Dopo il pranzo partimmo per la nostra destinazione finale, Ovada.Il tratto peggiore della strada era quello in cui le erbacce erano cresciute per circa 20 cm in altezza
Sotto questo strato di erbacce c’erano 2 solchi paralleli profondi almeno 10 cm- e larghi 5. Credo che Jack abbia guidato per quel tragitto seguendo l’istinto perché era impossibile vedere il terreno.
Oltre questo sentiero l’erba era di nuovo bassa, accorciata dal bestiame e giungemmo ad un largo spiazzo con un unico e ombroso eucalipto sotto il quale piantammo la nostra tenda. Lì accanto c’era l’ampio e sabbioso letto di un fiume, con un rivolo d’acqua che scompariva sottoterra. Ci fermammo lì per quattro giorni, durante i quali Jack mandò le sue guide per capire se nei dintorni si erano manifestati nuovi casi di malattia del sonno.
Potevamo fare davvero poco ed era così caldo, così lessi molto, dormimmo nel pomeriggio e la sera passeggiammo. Durante una delle nostre passeggiate udimmo una canzone giungere da un gruppo di case. Questi gruppi di case erano spesso circondati da recinti d’erba per difenderle dagli animali selvatici. Oltre un recinto potevamo scorgere teste maschili sparire e riapparire. Ciascuno di loro aveva un bastone ed erano posti in cerchio, colpivano qualcosa in mezzo a loro con tutta la loro
forza, a ritmo di musica. Chiesi a Jack cosa stessero facendo e lui mi rispose che battevano il grano. E’ una pratica familiare cui prendono parte tutti gli uomini.
Inizia così il diario della luna di miele di Marjorie Allen. Il racconto, datato giugno 1947, si riferisce ai giorni trascorsi in tenda nei pressi di Ovada.
L’Ovada di cui si parla si trova in Tanzania (allora Tanganica), su cui la Gran Bretagna esercitava il proprio mandato dalla fine della 1° guerra mondiale. E’ un distretto della regione di Kondoa, circondata da colline che non superano i 300 m. Sorse come missione dei Padri Passionisti nel 1934, in prossimità di un corso d’acqua.
Marjorie Allen nacque nel 1918 e morì nel 2002. Trascorse gli anni della sua formazione tra lo Yorkshire e Londra. Nel 1945, essendo insegnante qualificata, lasciò il Regno Unito per insegnare nelle scuole del Tanganica. Li incontrò John ‘Jack’ Allen, ufficiale dell’Esercito di Sua Maestà, che sposò nel 1946 dopo un travolgente e romantico fidanzamento. Ebbe 5 cinque figli, di cui tre femmine e due maschi. Continuò ad insegnare in Tanganica e nel Regno Unito sino alla pensione.
Una sera, un Padre proveniente dalla Missione di Ovada, posta a circa un miglio di distanza al di là del fiume, venne a farci visita e rimase a chiacchierare con noi per un’ora o poco più. Ogni mattina, a colazione, avevamo un cerchio di spettatori , che rimaneva a fissarci nel loro tragitto sino alla scuola della Missione fino a quando non li costringevamo ad allontanarsi. Probabilmente non avevano mai visto una donna bianca prima di allora. Per fortuna le notti erano fresche e l’ultima sera accendemmo un fuoco davanti alla tenda perché era più freddo del solito. Mangiammo pollo, uova e latte comprati sul luogo e verdure in scatola che avevamo portato con noi. Vivere nella savana è molto più economico che vivere in un piccolo paese o in una città. L’unico inconveniente è che ci si stanca di mangiare pollo!
I ragazzi cucinavano su un fuoco all’aperto e servivano i pasti come fossimo stati a casa, con tovaglioli e bottiglie di salsa.

Ali, il cuoco, indossava scarpe enormi e calzettoni fatti a mano molto spessi, cosa che non gli era consentita di fare a casa, poiché l’usanza per i ragazzi (e per i bambini a scuola), prevede che ci si tolga le scarpe prima di entrare in un edificio. Jackson camminava scalzo ma doveva fare molta attenzione a dove metteva i piedi. Alcune pianticelle avevano semi appuntiti.In qualsiasi modo cada il seme, la punta è rivolta verso l’alto ed essendo così piccoli sono praticamente invisibili nell’erba.
Tornammo a Dodoma seguendo un percorso più breve ma più difficile. Fummo costretti a percorrere la strada molto lentamente per via dei numerosi dossi e della superficie sconnessa. A circa 50 miglia da Dodoma ci ritrovammo sulla strada principale e arrivammo a casa piuttosto stanchi e accaldati.
Molti elementi di queste poche pagine rimandano alla memorialistica del viaggio: l’attenzione per la natura, l’indiscreta curiosità dei locali, l’avventurosita’ dei percorsi ma ciò che in fondo testimonia è la straordinaria capacità di immaginare per sé altri mondi. Anche il nome Marjorie, che può tradursi anche come origano o maggiorana, in fondo in fondoCome sono venuta a conoscenza di questa storia? Cercavo in rete connessioni tra la città in cui vivo, Ovada (Italy), e il resto del mondo e navigando in rete ho trovato queste foto. Ho scritto a Richard, il figlio di Marjorie e John Jack che aveva inserito le immagini su Flickr. Mi ha raccontato la loro storia e mi ha mandato il diario della mamma che ho qui tradotto. E’ una piccola storia inserita in una grande storia che solo il miracolo del web ha reso nota. Ho pensato che meritasse di essere raccontata per la sua originalità in un mondo come quello attuale dove le mete dei viaggi di nozze anche in tempi di crisi sono sempre più “crediamo” esotiche. In realtà di esotico non c’è nulla, lo spirito del viaggio si è perso da tempo. E afferma ancora una volta l’audacia delle viaggiatrici inglesi. Molti elementi di queste poche pagine rimandano alla memorialistica del viaggio: l’attenzione per la natura, l’indiscreta curiosità dei locali, l’avventurosita’ dei percorsi ma ciò che in fondo testimonia è la straordinaria capacità di immaginare per sé altri mondi. Anche il nome Marjorie, che può tradursi anche come origano o maggiorana, in fondo in fondo evoca una natura più recondita, selvaggia, anticonformista.
La giovane Marjorie che partì dall’Inghilterra lo fece per esplorare altri mondi ma in fondo scoprì se stessa e le proprie potenzialità.
By Satyajett
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