1 Aprile: Tempa Rossa. Non è un pesce ma piove, governo ladro!!!

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.

[…]  Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono
Da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,
Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto
Un cumulo d’immagini infrante.

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Perdonami Thomas se prendo a prestito la tua bellissima poesia. Ma qui dove vivo piove. E la nostra terra, l’Italia, appare sempre più desolata.

E’ il giorno dopo le dimissioni di Federica Guidi, Ministra per lo Sviluppo Economico. Della propria coppia di fatto, pare…   Il progetto Tempa Rossa . Opportune le ha definite Matteo Renzi. Perdonami se tra le “macerie di pietra” metto il nostro Governo, il nostro Paese. Se mi autorizzi  metterei anche l’uso delle parole, che come sappiamo “sono pietre”.  E quelle pronunciate dal Ministro e documentate dalle intercettazioni pongono il problema della giustizia, della corruzione, della tutela del patrimonio ambientale, della cattiva gestione delle risorse, della mala politica.

Opportune in casi come questo rimanda immediatamente a convenienti, e non è il caso. Dovute,   avrei voluto sentir dire. Perché ciò di cui si parla non è uno scherzo. O forse si? si fa per dire. Uno dei tanti…

Il caso vuole che sia anche il 1 di Aprile….

 

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Incroci di civiltà?

La notizia è apparsa oggi sul sito del Festival  Incroci di civiltà organizzato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia e su il Corriere della Sera in un articolo di Ida Bozzi. Akram Aylisli, scrittore azero, non parteciperà  al Festival. Il governo azero gli ha impedito di lasciare il paese. La presentazione del suo libro Sogni di pietra  si farà comunque. Della sua vita, del suo libro e dello stato dei diritti in Azerbaijan avevo parlato qui pochi mesi fa L’Azerbaijan, e I sogni di pietra di chi si oppone al nuovo, si fa per dire, corso…

 

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Michele, pastore del Triveneto. Transumante

Transumante: che transuma, migrante. Per lo più riferito a greggi.  Ma qui più del gregge è il pastore ad essere transumante. Come quelli della nota poesia D’Annuziana. Ma invece che dall’Abruzzo viene da Pordenone. Triveneto, precisa.

Si chiama Michele, e qui nella foto è con il cane Rambo. Fa il pastore da 8 anni. Ha un fratello che è pastore da 20. Segue un gregge di circa 700 pecore, 4 asini e un cane. Rambo, appunto. Non un cane pastore, un incrocio, che però di fare il cane pastore ce l’ha nel DNA. Come suo padre, e sua madre: una discendenza, insomma.

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Come so tutto questo? Il gregge si sposta nelle nostre campagne già da un po’ ma io non ero mai riuscita ad intercettarlo. Il caso ha voluto che fosse oggi, proprio mentre andavo a colazione da Camilla e quando l’ho visto in lontananza dopo la curva di San Giuseppe, giuro: mi sono commossa.

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Eh sì, perché ho la passione per le pecore. Va da sé che vorrei sempre parlare con il pastore ma mi è sempre stato impossibile. Per ragioni diverse: in Sardegna non riesci ad avvicinarti al gregge perché i cani sono aggressivi e anche il pastore ti guarda di brutto e allora lasci perdere. In Scozia i pastori non li vedi proprio, insieme al gregge ci sono solo i cani. In Azerbaijan, con tutta la buona volontà per ovvie ragioni linguistiche è impossibile comunicare. Questa poteva essere la mia occasione. E così è stata.

Mi sono avvicinata per scattare alcune foto e Michele, che stava tendendo una rete nel campo  dove avrebbe trasferito da lì a poco il gregge, mi è venuto incontro. Ho pensato avesse voglia di parlare, con un umano intendo. Ed era così. E io l’ho assecondato. Dice che gli sembriamo matti, che tutti vanno lì a fare foto. Allora gli ho parlato “della mie pecore” e che lo avrei ascoltato volentieri parlare di sé,del suo lavoro, della sua vita con loro.

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E’ giovane ma ha sul volto, sulle mani e sul corpo i segni della fatica. Ha folte sopracciglia bionde, forse schiarite dal sole, i capelli sono nascosti sotto un berretto di lana, e denti che non hanno mai visto un apparecchio. Parla una lingua che fatico a comprendere, un misto di italiano dialetto veneto e forse gai, la lingua dei pastori, che però è più tipica dei pastori della bergamasca e del bresciano.  Viene da Pordenone perché nel Triveneto, dice, i pascoli sono tutti in mano agli stranieri. Non ci sono più permessi per gli italiani, per affittare i pascoli. Il padrone del suo gregge è di Orbassano. A dire il vero i greggi sono tre, gli altri due sono nei dintorni. Mi fa vedere come si tira la rete, per creare un recinto in un altro campo perché le pecore possano brucare altra erba. Se si avvicinano all’erba già brucata riconoscono l’odore di animale e non brucano più. Delle pecore non  vendono la lana né il latte, vendono la carne. Anche gli agnellini, quando sono pronti. Ne è nato uno anche ieri, è rimasto isolato dal gregge, nel fango, ma la sua mamma l’ha ritrovato e l’ha allattato. Dice che è un gregge di pecore molto materne. Pare che non sia così scontato. Anche  il cane, Rambo, non è così aggressivo, come ci si aspetterebbe. Lo vedo all’opera mentre recupera una pecora, nera, finita sulla strada. Michele  gli urla parole che non capisco, non è  il suo nome, ma potrebbe essere quello della pecora. Michele le riconosce una ad una anche se a me paiono tutte uguali. Dice che Rambo è infallibile ma anche buono, infatti rassicurato da lui, mi si avvvicina, mi annusa, si lascia accarezzare. Parliamo del tempo, vuole vedere sul mio telefono le previsioni per  prossimi giorni. Domani e dopo è previsto sole. Meno male, c’è tanta umidità qui. Dorme in una piccola roulotte, al mattino presto va a prendersi il pane. Io Michele me lo porterei a casa, gli offrirei un bagno caldo, un pranzo. Non ho il coraggio di dirglielo, ma gli ho promesso di tornare: spero già domani.

Guardo l’ora si sta facendo tardi. La verità è che spero muova il gregge mentre mi metto in auto, così da lasciarmi inghiottire, ma ad ogni mio accenno a concludere la conversazione rilancia con un nuovo argomento. Gli dico che devo andare, vado a colazione da un’amica: una volta questi campi erano suoi. Ah la Marchesa, mi risponde…è venuta ieri a fare le foto, me la saluti. Ero certa che Camilla non si fosse lasciata sfuggire un evento del genere, sicuramente più interessante di quando a Badia è atterrato un elicottero.

E infatti non si è parlato d’altro. O quasi. Anche con Mario che ci guardava divertito.

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Ora è quasi notte. Michele sarà crollato dalla stanchezza nella sua roulotte. Anche gli agnellini dopo tutto quel zampettare nei campi. Anche le mamme, come tutte le mamme del mondo quando finalmente i piccoli dormono. Io ne approfitto per cercare il significato di fiancata che Michele mi ha ripetuto spesso, riferendosi alle pecore, e che non ho avuto il coraggio di chiedere. Lo trovo in un libro di prediche del 1796 del curato Gaultier della diocesi di Parigi (220 anni a. M.) : cercate la vostra pecora che s’è fiancata ne’ suoi deviamenti… che non vuol dire che s’è perduta ma si è stancata…perché nulla è perduto per il pastore, neppure la pecora nera…Vabbè vado a dormire, ci riuscirò? Conto le pecore o mi canto la ninnananna che cantavo a mio figlio piccolino?

Stella stellina
la notte si avvicina:
la fiamma traballa,
la mucca è nella stalla.
La mucca e il vitello,
la pecora e l’agnello,
la chioccia coi pulcini,
la mamma coi bambini.
Ognuno ha la sua mamma
e tutti fan la nanna.

Le mie pecore Meglio cento giorni da pecora che uno da leone

e i miei pastori Il pastore distratto. La pecorella smarrita. Ma per fortuna c’è Niculìn

 

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Roald Dahl, rosa color pesca

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Roald Dahl David Austin

Verrà presentata alla  Chelsea Flower Show il maggio prossimo. E’ una delle tre nuove nate nel vivaio di  David Austin   . E’ di color pesca, per onorare il primo grande successo di Roald Dahl “James e la pesca gigante”e il centenario della nascita dell’Autore.

Una percentuale sul ricavato dalle vendite andrà alla Roald Dahl’s Marvellous Children’s Charity fondata dalla moglie Felicity nel 1990, poco dopo la morte di Dahl. Dahl e Austin iniziarono la loro carriera nello stesso anno: nel 1961 uscì James e la pesca gigante e Austin lanciò la sua prima rosa la profumata Constance Spry, dal nome della più trendy e innovativa ” British Floral Designer” dell’epoca.

Al Chelsea Flower Show , come regalo che lo stesso Austin si fa per celebrare i suoi 90 anni, veranno presentate altre due rose.

Imogen, che ha morbidi e increspati petali giallo limone e profumo di mela, il cui nome deriva dal Cymbelino di Shakespeare: Imogen è la figlia del re e moglie di Posthumus.

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Imogen David Austin

Bathsheba, il cui nome si ispira all’eroina di Via dalla Pazza Folla di Thomas Hardy. Profuma di mirra e ha petali color albicocca che si aprono a loro volta in tante piccole rosette.

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Bathsheba David Austin

E siccome non ho un giardino, coltivo il mio giardino interiore…come?  seguendo i consigli di Constance Spry…

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“Do what you please, follow your own star; be original if you want to be and don’t if you don’t want to be. Just be natural and light-hearted and pretty and simple and overflowing and general and baroque and bare and austere and stylized and wild and daring and conservative, and learn and learn and learn. Open your mind to every form of beauty.” ―

Di rose ho già parlato qui:

Voglio anche le rose

Sulle tracce di una rosa perduta

 

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Lenin, l’Ucraina e John Lennon passando per Fantozzi

Cercavo un pretesto per parlarvi della relazione tra Lenin, l’Ucraina e John Lennon. Me l’ha fornito mio figlio con suo messaggio WA: Il Prof. … ci sta facendo vedere un mattone russo di Dziga Vertov, un maestro del cinema di propaganda Leninista degli anni ’20. Ora mi alzo e faccio come Fantozzi…

Fantozzi e la Corazzata Potemkin

Tornando alla cinematografia seria, anche se Fantozzi è ormai diventato un classico,  Dziga Vertov in realtà è lo pesudonimo di David Abelevič Kaufman, regista russo ebreo nato nel 1896 e morto nel 1954. Fu un personaggio complesso: regista, sceneggiatore, teorico del cinema ma anche poeta. Il suo psuedonimo è mediato dal Futurismo : in Ucraino significa “vertice rotante”. Fu dapprima regista di propaganda poi elaborò una  sua teoria, più esplicitamente esposta nel film-manifesto del suo movimento Kinoglaz (1924): riprendere con assolutà fedeltà la realtà affidando alle solo immagini il ruolo di veicolare il messaggio.  Questa sua posizione lo rese inviso naturalmente allo Stalinismo ed ebbe un lungo declino. Di lui rimangono comunque opere notevoli: L’uomo con la macchina da presa (1929), Sinfonia del Donbasso/ Entusiasmo (1939) e Tre canti su Lenin  (1934).

Comunque, superato il primo momento di smarrimento, lo studente ha iniziato uno scambio di messaggi con Mr Tower, profondamente legato come sapete alla Grande Madre Russia, conclusosi con la dichiarazione “E’ disarmante quanto il montaggio sia attuale. L’ho notato subito“. Ed è stato tutto un susseguirsi di cuoricini e via così…

E’ invece intenzionato a tagliar più possibile i ponti con la Russia il Presidente Ucraino Poroshenko. Una legge quadro,  approvata nel 2015, vieta la simbologia comunista e nazista e un migliaio di cittadine e villaggi ucraini dovranno, entro il 2016, adottare nomi neutrali. Il governatore della Transcarpazia, Ghennadij Moskal, in base alla legge sulla “decomunistizzazione”, ha rinominato via Lenin in via John Lennon.

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Del resto, pare che la prima picconata al Cremlino, l’abbiano data proprio i Beatles diventando un mito per una generazione che non ne poteva più della propaganda e della musica “politically correct”.  Si vagheggiò anche di un concerto in territorio siberiano. Ma i Beatles non suonarono mai in Russia (lo fece Paul MacCartney nel 203 sulla Piazza Rossa). Nonostante ciò la loro musica ebbe un’influenza enorme su un’intera generazione di giovani che attraverso le loro canzoni impararono l’inglese, e sognarono un mondo diverso.

 Le copie pirata dei loro dischi vennero distrutte dalle autorità, e nacquero gruppi musicali che tentavano di imitare il qartetto inglese. In pratica i Beatles contribuirono non poco a preparare il tessuto culturale favorevole alla caduta del muro di Berlino.

A tale proposito il regista Leslie Woodhead realizzò per la BBC il documentario  How the Beatles Rocked the Kremlin. The Untold Story of a Noisy Revolution.

Insomma, qualcuno riderà della scelta di  Poroshenko , a qualcuno sembrerà un piccolo atto di guerra . Bisogna riconoscergli di essere un sognatore. But he’s not the only one…

 « Abbiamo alzato ora la bandiera bianca della resa; innalzeremo più tardi, su tutto il mondo, la bandiera rossa della nostra rivoluzione » cit. Lenin

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Alcol e scrittura: amici o nemici?

 

writeAlcuni parlano di intelligenza alcolica. Lo dice anche uno studio dell’Università dell’Illinois pubblicato sulla rivista Consciousness and Cognition: “L’alcol rallenta infatti il pensiero analitico, permettendo di pensare a soluzioni più creative che normalmente verrebbero escluse. Ciò accade quando si è leggermente brilli e non ubriachi fradici, è ovvio.  Io ho una mia personale teoria, e cioè che si può  essere artisti nonostante l’alcol. Finchè dura, naturalmente.

 Olivia Laing ha analizzato la relazione tra gli elementi nel suo libro “A Trip to Echo Springs” che non è ancora stato tradotto in Italia. Io l’ho letto, lo consiglio anche se, come me, non avete alcun interesse per l’alcol ma vi interessa capire che ruolo ebbe nella produzione artistica di 6 tra i più importanti scrittori americani.

Ne ho scritto nel numero di febbraio de Il Colophon, rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore, diretta da Michele Marziani.

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Le case a fiori di Zalipie

Dimenticate gli affreschi o la carta da parati di William Morris. Qui si parla di pareti dipinte a mano nelle case di Zalipie,  un piccolo villaggio della Polonia meridionale. Dista un centinaio di km da Cracovia ma in molti, anche le guide polacche, ne ignorano l’esistenza. Ci si arriva dopo aver percorso km di aperta campagna, costellata da ampie fattorie molto distanti l’una dall’altra. Ogni tanto si incontrano donne anziane in bicicletta: indossano abiti lunghi, fazzoletti in testa e le loro biciclette sono troppo usate e pesanti, come pesante è ancora la vita in quella parte di mondo.

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In prossimità del paese la strada si restringe e ai lati compaiono piccole macchie di alberi. Tra gli alberi si incominciano a scorgere porzioni di case, dalle parete dipinte a fiori.

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Tutto ebbe inizio agli inizi del ‘900 grazie all’ambizione di Felicja Curylowa, allora bambina, di rallegrare le pareti spoglie e macchiate di muffa della propria casa.

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A peggiorarne l’aspetto contribuiva non poco la fuliggine che anneriva le pareti. Prese allora della calce bianca e inizio à dipingere a mano libera fiori che ancora oggi adornano le pareti dell’ingresso di quella che allora era la sua casa ed è diventata un piccolo museo.

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Col tempo la sua tecnica migliorò, aggiunse i colori ed estese i dipinti anche alle pareti delle due stanze che componevano le povere case del tempo: cucina e contemporaneamente camera da letto, e un piccolo soggiorno dove accogliere gli ospiti. Poi passò alle finestre, ai mobili, alla stufa…insomma tutto divenne oggetto di decorazione. Finì con l’esterno e fu allora che altre donne del villaggio presero ad imitarla, ciascuna  con il proprio stile.

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La decorazione delle case si interruppe durante la seconda Guerra Mondiale: considerate che Zalipie si trova ad una quarantina di km da Tarnow, uno dei centri più importanti dell’Ebraismo, cittadina che in pochi giorni venne  letteralmente svuotata dai nazisti della popolazione ebrea (il 60% della popolazione). Con la fine della gerra si cercò di dare un impulso a questa tradizione di arte popolare e nel 1948 si istitutì un concorso di decorazione noto con il nome di  Malowana Chata, organizzato dal Museo Etnografico di Tarnow, che si svolge durante le festività del Corpus Domini. E’ forse quello il momento migliore per arrivarci. Ma a noi, che siamo arrivati nel mese di agosto, non è mancato l’invito a visitare una delle più belle fattorie tra quelle che avevamo visto attraversando il villaggio. E’ importante farlo con discrezione: alcune case sono state abbandonate ma in molte vivono ancora famiglie che non amano essere considerate attrazione turistica. La povertà e la fatica sono ancora molto diffuse e i dipinti  spesso sono solo un’illusione di felicità.

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Il mio Sixto Rodriguez. Che non ho trovato in Sugar Man, il libro

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Era un po’ che volevo scriverne ma come accade per le cose preziose avrei voluto tenere segreti i miei sentimenti verso Sixto.  Ma poi è uscito il libro che ovviamente ho letto  ed è stato una delusione e ho sentito che dovevo condividere quello che penso, per rispetto di Sixto. E della sua onestà. Perché credo che questo libro non lo abbia cercato. Come del resto non ha cercato noi, in tutta la sua vita.  Per questo ho scritto per Cartaresistente un post per dissuadervi dal comprarlo Sugar Man, il libro. Dove non trovi Sixto Rodriguez! . Se non lo avete già fatto compratevi invece la musica di Sixto e andate ad un suo concerto, come ho fatto io. E non vergognatevi se alla fine del concerto o quando siete a casa e riascoltate le canzoni  capita anche a voi che the tears roll down your cheeks.

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Ve l’ho mai detto che mi piacciono le pecore?

No? allora leggetelo su Il Colophon  Meglio cento giorni da pecora che uno da leone

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Istruzioni per rendersi infelici : la mia copertina preferita

Sorgente: Istruzioni per rendersi infelici (Copertina n. 5)

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