Lingue ebraiche: a Quba in Azerbaijan dove parole diverse convivono.

I temi prescelti nelle ultime due edizioni della Giornata Europea della Cultura ebraica, sono stati e sono per me molto stimolanti: ponti,  attraversamenti e lingue. Non me ne sono occupata come organizzatrice ma nell’ultimo anno l’ho celebrata con visite molto pertinenti. In questo post vi parlerò del nostro viaggio in Azerbaijan che aveva, tra gli altri, lo scopo di approfondire la conoscenza degli ebrei di montagna che vivono nel Caucaso. Vivono, per quel che riguarda l’Azerbaijan, nella regione di Quba e proprio a Quba, e Oghuz, siamo stati un venerdì, alla vigilia dello Shabbat e il giorno dopo, per incontrarli.
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L’incontro era stato organizzato ed erano ad aspettarci in una delle due sale da the della parte di città che loro occupano.
Nulla a che vedere con le sale da the a cui siamo abituati noi occidentali, il che non ci ha sorpreso visto gli standard di vita del paese. Tranne che a Baku naturalmente…
Quba, per quanto riguarda i suoi abitanti, è divisa esattamente in due. Gli islamici da un lato e al di là del ponte che attraversa il fiume che divide la città , a Krasnaja Sloboda, loro, gli ebrei di montagna. Vivono lì dal VI secolo, invitati dagli imperatori persiani.
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L’Azerbaijan è uno stato laico, al 91% musulmano, in cui convivono minoranze religioni tutelate dalla Costituzione. La convivenza tra questi due gruppi religiosi è sempre stata facile, aiuta certamente il fatto che vivano in zone separate, ma quel ponte che all’inizio e alla fine è ornato da leoni dorati  sono in molti ad attraversarlo. Non si sa quante migliaia di «ebrei di montagna» vivessero nel territorio degli attuali Azerbaijan e Daghestan, quando i russi vi arrivarono all’inizio del xix secolo. Con la perestrojka, però, molti cominciarono a trasferirsi in Israele, in America, o in Germania. Ve ne sono tuttora dei nuclei a Mosca e in altre città della Russia e c’è anche una grossa comunità a Baku.
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Alla sala da thè incontriamo per lo più uomini anziani: bevono chai e giocano a backgammon. I loro figli o nipoti sono emigrati, molti di loro in Israele, altri negli USA o in Russia. Mandano denaro per consentir loro di vivere e ristrutturano case che sono decisamente in contrasto con le vecchie, povere e cadenti. Pian piano la voce della nostra presenza deve essersi diffusa perché altri anziani si avvicinano, compaiono ragazzini con la kippah sul capo, pronti per la preghiera in Sinagoga. Si avvicinano, sono curiosi, parlano inglese a stento. Parlano per lo più la loro lingua che anche la nostra guida fatica a comprendere che è un dialetto Tataro-giudaico detto Juhuri che deriva dal Persiano e Quba è uno dei pochi centri rimasti in cui viene trasmesso ai bambini. E’ un dialetto influenzato dall’arabo, ebraico e lingue vicine.   Accettano di farsi fotografare e poi ci scortano sino al Tempio. Nel nostro gruppo Mr Tower ed io siamo i soli non ebrei. Noi donne veniamo invitate ad assistere alla funzione nella sala principale, non obbligate a rimanere nel matroneo come vuole la tradizione. E’ tutto molto commovente, anche se non capiamo una parola. E’ anche molto insolito e lo è soprattutto, pare, per i ragazzini che sembrano galvanizzati dalla nostra presenza e fanno un baccano del diavolo.
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SAMSUNG CAMERA PICTURESShabbat Shalom, ci salutiamo alla fine della funzione,  stringendoci le mani e abbracciandoci. Torneremo la mattina seguente, il sabato,  per la visita del villaggio.
La mattina pioviggina, il paese è deserto. Le case, le automobili appaiono ancora più povere, se possibile. Lentamente riappaiono per le strade gli adulti, poi i ragazzi desiderosi di stupirci e alla guida di automobili per cui è ovvio non hanno la licenza. Altrettanto lentamente ma quasi ad ogni porta si affacciano le donne. Le anziane ci guardano e sorridono.
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Le più giovani dalle finestre ci fotografano con l’Ipad: siamo diventati noi l’attrazione.  Altre ci vorrebbero ospitare per un thè. Ma non c’è tempo, dobbiamo proseguire.
Andiamo al cimitero, agli ebrei è vietata al visita durante lo Shabbat. Entro io e sveglio dal loro torpore alcuni cani randagi che pare vadano lì a consumare i loro pasti in tutta tranquillità. C’è una leggera nebbia che sfuma i contorni e l’atmosfera è rarefatta, mistica. Ma ad un certo risuona chiara e netta la preghiera che proviene dal minareto della zona Islamica al di là dal ponte:  attraversa la nebbia  e interrompe quella pace.

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Un pensiero mi attraversa la mente: che ponti e attraversamenti hanno anche un significato negativo, quantomeno ambiguo e che a Quba, la voce che arriva all’altro, è solo una. Quella di chi  urla più forte.
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